De subventione pauperum

 

L'idea del RdB (Reddito di Base) compie nel 2010, 484 anni. Ma si tratta di una idea vecchia come la Bibbia, ed espressa nel concetto di "manna" (1) il cui mittente, la divinità, è in realtà il manas, che in sanscrito significa "intelligenza", e che nel capo umano genera capitale umano (talenti) e... moneta, anch'essa proveniente da tale concetto biblico, presente perfino nel concetto di "umano"! Eppure ancora oggi vi sono cattolici, nati cattolici e mai divenuti cristiani, che ritengono ingiusto, anzi addirittura immorale e disumano, il Reddito di Base, anche di fronte a testimonianze relativamente moderne.

 

In una memoria molto dettagliata indirizzata nel 1526 agli assessori di Bruges, intitolata "De subventione pauperum" ("Sulla sovvenzione dei poveri"), Juan Luis Vives (2) proclama che ogni uomo ha uguale diritto alle ricchezze della natura, e propone la creazione di un RdB per ciascuno (3). "La storia attribuirà a torto quest'idea a Tommaso Moro" spiega Jacques Attali nel suo libro "Gli ebrei, il mondo, il denaro" (4). L'idea del RdB proviene invece "in linea diretta, da questo "converso" di Bruges, dalla tzedakà biblica" (ibid).

 

 

 

tzedakà

 

Per "tzedakà biblica" si intende la "giustizia retributiva", liquidabile attraverso la famosa "decima", , "mashàr", e attinente a ciò che Rudolf Steiner, fondatore della scienza dello spirito chiamò "denaro di donazione", in base al quale ogni comunità diventa "responsabile dei furti e degli omicidi commessi nel vicinato, per non essere stata capace di evitare la povertà attorno ad essa. Ogni membro di una comunità ha dunque l'obbligo di versare a questa un'imposta" (5) che deve essere interamente restituita, appunto, non solo ai poveri, ma a tutti gli individui in quanto soci dell'organismo sociale.

 

La misura normale di questa solidarietà (il termine "tzedakà" è spesse volte tradotto anche con "solidarietà") è, dai tempi di Salomone (970 ca - 931 a. C.), calcolata in regione di un decimo annuo, appunto, di tutti i beni naturali o economici che l'uomo sa introdurre nel mercato: "per esempio, un contadino o un proprietario terriero deve versare un decimo del prodotto dei suoi campi, frutteti o vigne" (ibid.).

 

Essendo dunque riconosciuta da quasi tre mila anni dall'uomo, la giustizia retributiva o "tsedakà" è pertanto percepibile come  necessità antropologica finalizzata alla vita conviviale.

 

La storia del popolo ebraico dimostra che quando gli uomini non rispettano la "tsedakà", la società si degrada. Quando, per es., nel 932 a. C., morendo Salomone la "tsedakà" in quel periodo non è più praticata, aumentano le disuguaglianze, le grandi proprietà rovinano i piccoli agricoltori, le grandi greggi sostituiscono le coltivazioni di prodotti alimentari, fortune sfacciate sono ostentate, mentre le fortune dei piccoli paesi sono al livello più basso, ed i tribunali diventano incapaci di imporre le loro decisioni: "il lusso del Tempio e del Palazzo, poco prima ammirato, è ora detestato. La legittimità del potere è rimessa in discussione dalle tribù. Il regno è sull'orlo dell'implosione. La storia che segue, segnerà profondamente il popolo ebraico. Essa lo porterà in pochi secoli a perdere la terra che gli fu affidata, e a farlo vivere in esilio" (ibid.).

 

Per comprendere la "tsedakà" occorre prima liberare l'individualità dall'appartenenza gregaria al gruppo di esemplari della specie animale uomo. Occorre essere individui, cioè liberi dai legami della specie.

 

In tale evoluzione dell'uomo come individualità, la "tsedakà" ("solidarietà", "atto di rendere giustizia") pretende la fraternità universale. Infatti, "l'ebraismo sostiene che tutti i tipi di ricchezza sono interconnessi. E se la ricchezza non cerca di alleviare la povertà, allora, per definizione, impoverisce se stessa" (6).

 

Il termine ebraico "tsedakà" è scritto con quattro lettere: "tzade", "dalet", "kof", "he". In numeri (la lingua ebraica è fatta di lettere che sono essenzialmente numeri): 90, 4, 100, 5. Totale: 199. Sintesi numerologica: 19 (= 1 + 9 + 9).

 

Questa sintesi numerologica della parola "tsedakà", evocando la 19ª lettera dell'alfabeto ebraico, "kof", studiata da René Guénon in relazione alle attribuzioni zodiacali dell'antico alfabeto solare "watan", giunto fino a noi dagli antichi bramana (R. Guénon, "L'archeometra", Roma, 1986), indica il segno dell'Acquario, vale a dire il segno della nuova era cosmica in cui sta entrando il moto di precessione solare del punto di primavera.

 

Alcuni studiosi hanno determinato l'anno 2012 come anno di ingresso nell'era dell'Acquario. E Rudolf Steiner indicò, come "Gebärde" (o gesto)  dell'Acquario, l'equilibrio fra pensare, sentire, ed agire.

 

Da questo punto di vista la nuova era dovrebbe portare con sé un nuovo tipo di uomo: l'uomo della fratellanza universale, promotore di giustizia retributiva: "Ecce homo!" si dice al capitolo 19° di Giovanni! Per arrivare a questa umanità l'uomo-individuo impara a liberarsi dai condizionamenti della specie-animale-uomo. Ciò comporta sia la "corona" che il "flagello" del lasciarsi schernire. In realtà a questo livello evolutivo  nessuno può togliere all'uomo-individuo l'equilibrio della regalità, sovranità simboleggiata nella composizione della scritta "INRI" sulla croce del monte Golgota, che significa "cranio", indicando così il mistero del capo umano.

 

"Kof", valore numerico 100, significa come parola "cruna". È la cruna dell'ago, quasi per indicare che all'equilibrio fra pensare, sentire ed agire si accede tramite un passaggio piccolissimo: l'io. L'uomo può a malapena credere che ci passi qualcosa. Però alla fine ciò avviene: il cammello (in ebraico "ghimel", che è anche il nome della terza lettera dell'alfabeto ebraico, valore numerico 3) passa per la cruna dell'ago dando l'età del passaggio: 33 (ghimel sta in kof 33 volte (100 : 3). Col sangue che feconda il Golgota nasce in effetti l'io nell'umanità. Si passa alla gioia di accettare la vita dell'"Io sono" come si presenta. Prima è difficile crederci: si crede che, essendo stati tirati fuori dall'acqua (mediante tzade, l'amo = 90) si sia con ciò raggiunto lo stadio finale. Perciò Abramo quando aveva ormai compiuto 100 anni dice che è impensabile che gli possa ancora nascere un figlio. Tale libertà sarebbe contro ogni legge di natura. L'uomo dell'equilibrio (Acquario), ha in Abramo il bisogno di quel pertugio di possibilità. E quando essa si manifesta produce gioia: l'annuncio della nascita di Isacco lo fa ridere. Isacco, in ebraico "jizchak" significa infatti risata. Isacco è una risata di gioia. E viene perciò partorito. Con il 100 comincia una nuova vita: non si è più soli, bensì "soli" splendenti, ridenti. Non vi è dubbio che il successo, la felicità, l'esito favorevole delle nostre  imprese, ogni gioia quotidiane e la sincerità provengano dall'uomo nell'equilibrio fra pensare, sentire, ed agire. E questo è l'auspicio della nuova era: l'amore cosmico che l'equilibrio acquariano spiritualmente comporta.

 

Di solito per tradurre il concetto ebraico di "tsedakà" viene usata la parola italiana "carità". Ma la natura della "tsedakà"  non è connessa al significato letterale di "carità" (dal latino "caritas", "amore"): "il significato ebraico è connesso al Mercato, e andrebbe tradotto con 'giustizia'" (tzedek), o con "l'atto di rendere giustizia" oppure ancora con "tassazione responsabile" (ibid.)!

 

La sovranità dell'individuo non si rivolge tanto all'emotività della carità o dell'amore, quanto alla giustizia insita nell'universalità del pensare umano, perché porta in sé in modo assoluto e inequivocabile il concetto ebraico di "tsedakà".

 

Da questo punto di vista, il "diritto" se non è un valore del pensiero universale, non è "diritto". È invece proprio il suo "rovescio", in quanto anti-logico ed anti-uomo.

 

Ecco perché, nel senso della sovranità dell'uomo-individuo, è necessario attenersi al principio di non "usurpazione della sussistenza umana", ,  "hasagat ghevùl" in ebraico. Senza tale principio infatti, anziché intendersi, l'uomo non fa che fraintendersi continuamente sul concetto di diritto! Perché senza tale principio può esservi solo furberia, non diritto, né connessione coerente di pensiero logico. Infatti la furberia di rimuovere i contrassegni di confine dalla terra altrui per accrescere la nostra, è perseguibile per legge, essendo furto o truffa.

 

Lo stile mefistofelico degli usurai, anzi, dei manipolatori di capitali nell'emettere con scopo di lucro la moneta, prestandola pur senza averla, e indebitando il pubblico è "hasagat ghevùl", cioè usurpazione della sussistenza umana, in quanto qui vengono rimossi i contrassegni di confine dell'idea di società anonima (o S.p.A.) a discapito di quella di organismo sociale. Rimozione ripresa poi dai gabellieri, i quali tengono bordone a detti manipolatori di capitali mediante richiesta sempre più esosa di tributi. Infatti questi ultimi non possono che aumentare nel tempo in modo esponenziale in quanto sono pensati e imposti per coprire con soldi altrui un debito - il cosiddetto debito "pubblico" - la cui dinamica è essa stessa esponenziale. Cioè nessuno può pagare quel debito che continua ad aumentare esponenzialmente.

 

Chi non tiene conto dell'usurpazione della sussistenza umana ( "hasagat ghevùl") opera "legalmente" il crimine condannato da Gesù di Nazaret nei legulei e nei cambiavalute ai quali grida, sferzandoli e rovesciando i banchi: "Via queste cose, e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato" (7). Oggi quei "banchi" sono le banche emittenti. Ma chi è in grado di rovesciarle? Nessuno. Perché essere in grado di rovesciare le banche è possibile solo all'individuo, cioè solo all'io libero dalla succubanza al gruppo, libero dal "così fan tutti", e libero dall'abitudine di portare i soldi in banca... Perché la proprietà privata è sacra non nel senso di privare agli altri l'accesso ad essa - d'altronde, non conoscendone le dinamiche truffaldine,  i "risparmiatori" portano i soldi in banca, ignari che quei soldi creduti al sicuro nei banchi serviranno invece come legale prestito usuraio ad altri ignari - ma in quanto "la casa del Padre mio" è luogo di incarnazione terrestre dell'io. La proprietà privata del mio corpo terrestre è "la casa del Padre mio". "Hasagat ghevùl" è violazione di proprietà privata, violazione di ciò che stabilisce i confini, ed origina da un precetto biblico (Deuteronomio 19,14), che proibisce di rimuovere i contrassegni di confine dalla terra altrui per accrescere la nostra.

 

Secondo la Bibbia, infatti, tale violazione non è solo un semplice caso di furto, perché "oltre ad essere appropriazione della proprietà altrui, rappresenta anche una usurpazione della sussistenza di quella persona" (8).

 

Se si prescinde da questa consapevolezza si precipita in un mondo astratto, cioè alieno dal mondo reale. Non avendo alcun rapporto con la vita reale, l'uomo è condotto, attraverso rimozione del suo giudizio critico, nella patologia della paura per il domani, e conseguentemente nella miseria morale e materiale. E proprio qui, in questo ambito di dominio "legittimo" dell'astratto sul concreto o del formale sul sostanziale che i cosiddetti onorevoli sono impossibilitati a "rovesciare i banchi" di cui parlavano gli evangelisti, facendo sempre mostra di attuare ma mai attuando le essenziali riforme.

 

La maggior parte dei politici crede infatti che la "legalità" sia la "legittimità". Ma questo è un pregiudizio. Lo sterminio degli ebrei divenne legale ma non sarà mai legittimo. In ogni caso, anche volendo considerare sinonimi questi due termini, mai si dovrebbe intenderli come aventi valore in sé, indipendentemente dal giudizio critico umano. Invece è proprio quanto avviene grazie alle ideologie. Per esempio il detto "La legge non ammette ignoranza" è un esempio ideologico in cui ignorare viene superficialmente assunto come disubbidire. In verità se la legge dice che io devo sparare a un mio simile in quanto ebreo io la ignoro. Devo ignorarla. Perché prima di tutto devo rispondere alla legge che è in me in quanto individuo. Allo stesso modo il "laissez faire" non potrà mai essere una ragione per lasciar fare ai "venditori di colombe". I fans di bankitalia o della banca emittente europea, o dell'astratto-crazia della "legalità", che non vogliono saperne di usare il cervello, appellandosi all'abitudine mentale (adducendo il fatto che "è sempre stato così") sono anticristiani. Oppure sono nati cattolici ma non sono mai diventati cristiani, cioè umani. Infatti la "legalità" dell'"usurpazione della sussistenza" () e quella dell'usurpazione del denaro di donazione ("tsedakà") per il reddito di base incondizionato, sono due facce della stessa medaglia di anti-diritto, di anti-logica, e di anti-umanità. In questa "legalità" finisce l'umano e incomincia il sub-umano.

 

NOTE

(1) "Alcuni botanici hanno voluto individuare l'origine vegetale della manna. Ma è opera buffa ridurre a fenomeno naturale le manifestazioni della divinità nel libro Esodo" spiega Erri De Luca: "[...] manna, "frumento di cieli", "pane dei valorosi". Nell'atto di offrirlo in dote al popolo avviato nel deserto, il donatore precisa: "per mangiare". "E fece piovere sopra di loro manna per mangiare" (Salmi 78,24). E per cos'altro, se no? Era cibo e serviva per quello. Il donatore la sapeva più lunga: il cibo si può anche accaparrare, farne incetta, rivenderlo poi. Insomma se ne può fare mercato. Il donatore dice di no, serve solo per mangiare, e fa in modo che così sia. La manna, maschile in ebraico, era fornita di un dispositivo di autodistruzione: se non consumata in giornata, marciva. Idea grandiosa del dispensatore: toglierla dal mercato, darle il solo valore di sostegno. Serviva a quell'uso quotidiano e a nessuno scambio. L'indispensabile non è merce, questo insegna il dono della manna. In seconda battuta il donatore si preoccupa della quantità pro capite. La distribuzione è punto nevralgico del dono: a ciascuno secondo sua porzione fissa, niente di più o di meno. La distribuzione dev'essere stabilita su rigida uguaglianza. Nessuno può fondarci sopra un privilegio o un torto. Nessuno aveva motivo di guardare nel piatto del vicino stabilire una comparazione. Ultimo accorgimento, strano: ne avanzava. Dopo la raccolta ne rimaneva al suolo un'eccedenza che si scioglieva al sole. Come mai? Si sbagliava sulle quote? No, faceva in modo che a nessuno capitasse di andare a raccogliere l'ultima porzione, che sempre somiglia a quella scartata dagli altri. Anche l'ultimo raccoglitore aveva diritto di scelta. Si impediva così la corsa per accaparrarsi la prima scelta, per scansare l'ultima. Quest'accortezza era bella quanto l'intero dono [...] quel nutrimento è provvista quotidiana che sfama le migliaia di centinaia, tutti i giorni, sabato escluso, per quaranta anni di seguito. Qui la supplenza razionale per ridurre a fenomeno di natura la manna, è opera buffa. Fu esperienza unica e di una generazione sola. La manna va assegnata al suo mittente [...] è la pietanza più abbondante e gratuita servita a domicilio. Non smette di cadere intorno all'accampamento in viaggio, senza saltare nessuno dei giorni feriali. Neanche davanti al vitello d'oro, oltraggio insuperabile, la manna smette [...]. La manna resta il più speciale scambio tra l'alto e il basso. Di sicuro il donatore l'avrà assaggiata, prima di servirla. Si può saperlo da un passo citato all'inizio. La sua stesura più ampia dice: "E ti ha afflitto e ti ha fatto avere fame e ti ha fatto mangiare la manna che non conoscevi e non conobbero i tuoi padri: per farti conoscere che non sopra il pane soltanto vivrà l'Adàm. Sopra tutto ciò che fa uscire bocca di Iod, vivrà l' Adàm" (Deuteronomio/Devarìm 8,3). La manna è uscita dalla bocca di Iod, anche quella. Una preghiera ebraica di fine pasto ringrazia: "Perché abbiamo mangiato da ciò che è suo". La manna è più di questo è impastata del suo sapore. Davide, sempre concreto, canta nel salmo (34,9): "Gustate e vedete che buono è Iod". Il verbo ebraico "taàm" presiede al sapore. Davide dice che buono è il gusto per chi mette in bocca la pietanza di Iod. Non si riferisce alla manna, che non ha conosciuto, ma alla scrittura e alla parola rivelata. La scrittura sacra è la manna per chi se la rigira in bocca. Non va letta solo con gli occhi, ma pronunciata e fatta uscire dalla bocca. Dunque chi la dice anche l'assaggia. Le generazioni senza manna possono gustarla lo stesso rigirandosi nella bocca le sillabe sacre: "perché buono è Iod", buono di gusto. Ai giorni nostri il cibo indispensabile è alla portata dell'umanità. Si può sfamare chi è senza. Ma il soccorso deve seguire le buone misure dell'antica fornitura della manna: estirpare dalla provvista l'accaparramento, il valore usuraio dello scambio. Il necessario va fornito tutti i giorni; suddividere in parti scrupolosamente uguali; che nessuno si senta l'ultimo della lista, col rischio di ricevere di meno o di scarto, evitando così resse allo sportello. La manna ovvero il cibo indispensabile deve dare e non levare dignità al bisognoso. Il suo valore nutritivo deve bastare al giorno, ma il suo sapore, vario e appetitoso, sta nell'amor proprio illeso dei beneficati (Fonte: Erri De Luca e Gennaro Matino, "Almeno cinque", Erri De Luca e Gennaro Matino, Milano, 2008).

(2) Juan Luis Vives, (Valenza 1492 - Bruges 1540), umanista e filosofo spagnolo. Studiò alla Sorbona di Parigi e insegnò a Lovanio e a Oxford. Dal 1529 si stabilì a Bruges. Amico di Erasmo da Rotterdam e di Tommaso Moro, fu uno dei protagonisti della fioritura umanistica nell'Europa del nord. La sua rivendicazione di un cristianesimo concretamente pratico e non astrattamente speculativo è assai prossima a quella di Erasmo.

(3) Finot, "Étude historique des relations entre la Flandre et l'Espagne au Moyen Âge", Paris, 1899 (Annales du Comité flamand de France), cit. in Jacques Attali, "Gli ebrei, il mondo, il denaro", Ed. Argo, Lecce, 2003.

(4) Jacques Attali, "Gli ebrei, il mondo, il denaro", Ed. Argo, Lecce, 2003. J. Attali, celebre studioso di economia, è anche storico e autore di romanzi ed opere teatrali.

(5) "Gli ebrei, il mondo e il denaro", op. cit.

(6) Nilton Bonder, "La teoria della felicità economica. L'insegnamento degli antichi cabalisti sull'abbondanza", Ed. Sperling & Kupfer, Milano, 1999. Nilton Bonder è rabbino della Jewish Theological Seminary di New York, e studioso di economia.

(7) Giovanni, 2,14; Luca, 19,45; Marco 11,11.

(8) Cfr. N. Bonder, "La teoria della felicità economica...", op. cit.