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SUAVE (Lucrezio-N.Villa-A.Celentano)
(per ascoltare il brano cliccare sul titolo; per prelevarlo cliccarvi
col tasto destro del mouse e poi su "Salva oggetto con nome...")
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Suave, mari magno turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest. Suave etiam belli certamina magna tueri per campos instructa tua sine parte pericli; sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere edita doctrina sapientum templa serena [...].
Suave... suave |
È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare, guardare da terra il grande travaglio di altri; non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto, bensì perché t’allieta vedere da quanti affanni sei immune. È dolce anche guardare le grandi contese di guerra ingaggiate in campo, senza alcuna tua parte di pericolo. Ma nulla è più dolce che abitare là in alto i templi sereni del cielo saldamente fondati sulla dottrina dei sapienti [...]. Dolce... dolce... O misere menti degli uomini, o animi ciechi! |
Questa canzone mi è stata ispirata nel giorno di Pasqua 2010 dalla seguente domanda che mi è stata rivolta da ben due persone in merito al termine "suave" di Lucrezio: come è possibile un ideale di vita filosofica per chi considera dolce la guerra?
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Iniziando il libro 2° del "De Rerum Natura", Lucrezio descrive come sia possibile, grazie al pensiero di Epicuro, cioè secondo atarassia, assenza di emotività o di brama di potere, comprendere la vera natura delle cose. Lucrezio oppone l’ideale positivo ai modelli negativi, ricerca di ricchezze ("ad summas emergere opes rerumque potiri" v. 13), di titoli nobiliari e dell’affermazione politica ("certare ingenio, contendere nobilitate" v. 11; v. 13). Poeta eminentemente immaginativo, Lucrezio introduce il tema dell’atarassia attraverso rappresentazioni: la dolcezza di scampare al mare in tempesta e alle battaglie, introdotte dalle ripetizioni iniziali dell’aggettivo tematico "suave", per poi introdurre al verso 7 la frase "ma nulla è più dolce che" ("sed nihil dulcius est") con variazione e poliptòto rispetto ai versi precedenti, e con ciò il suo ideale di vita ritirata dedita alla filosofia, ancora una volta tramite un’immagine concreta, quella della rocca ("arx") della filosofia, degli spazi sereni fortificati ed elevati ("bene … munita - edita … templa serena"). |
[1] Suave, mari magno turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest. [5] Suave etiam belli certamina magna tueri per campos instructa tua sine parte pericli; sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere edita doctrina sapientum templa serena, despicere unde queas alios passimque videre [10] errare atque viam palantis quaerere vitae, certare ingenio, contendere nobilitate, noctes atque dies niti praestante labore ad summas emergere opes rerumque potiri. O miseras hominum mentes, o pectora caeca! [15] Qualibus in tenebris vitae quantisque periclis degitur hoc aevi quod cumquest! nonne videre nihil aliud sibi naturam latrare, nisi ut qui corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur iucundo sensu cura semota metuque? |
Per rispondere a questa domanda occorre chiarire che è impossibile capire cosa sia un poliptòto se si ragiona secondo mero formalismo, cioè eliminando l'intuizione. Oggi purtroppo è tutt'altro che parlare dell'importanza dell'intuizione. Però se non si supereranno errori del kantismo quali l'eliminazione dell'intuizione non si può entrare nella realtà. Perché si può entrare nella realtà solo intuitivamente; il vero senso di "intus-ire" è infatti il movimento vivo, che Kant sacrificò come un sacerdote dell'"ignorabimus". Per Kant, il quale nella prefazione alla 2ª edizione della sua "Critica della ragion pura" afferma tristemente "[...] Dovetti dunque annientare la conoscenza per fare posto alla fede", i sensi "intuiscono" ma non pensano, mentre l'intelletto e la ragione pensano ma non intuiscono (ed anche questo è sacrificare l'etimo di "intus-ire", il quale ha "in sé" (a dispetto dell'impercepibile cosa in sé di Kant) non solo passività o "affezioni" sensibili, bensì movimento vivo.
Insomma, è chiaro che senza usare l’intuizione non si comprende qui né il buon senso del verso 5 di Lucrezio che dice "È dolce anche guardare le grandi contese di guerra" ("Suave etiam belli certamina magna tueri") né il poliptòto, che è una figura sintattica per la quale una stessa parola è usata a breve distanza in funzioni diverse.
La comprensione del poliptòto è dunque importante in quanto è la comprensione di qualcosa che esercita nell'uomo l'intuizione. Questo avviene anche senza sapere nulla di poliptòti e a dire il vero non ce ne sarebbe neanche bisogno. Però è indubbio che questi sono un grosso ostacolo per l'uomo che si ostina a ragionare secondo formalismo. Soprattutto per coloro che hanno la mania della legalità confondendola con la legittimità (mentre sappiamo benissimo che la legalità di Hitler non era per nulla legittima). Da un certo punto di vista dunque i poliptòti (insisto su questa parola perché la trovo alquanto buffa) sono nemici della - e impediscono la - meccanizzazione dello spirito, di cui il pensiero debole ne è la deriva.
Per es.,
nella frase "homo homini lupus" di Plauto la parola
"lupus" ha in sé un
poliptòto in quanto comporta una funzione diversa se attribuita
all’uomo (l’etimologia del termine "polýptōtos" significa infatti "dai
molti casi").
Dunque per rispondere a domande (come quella sopra accennata) impostate secondo mero formalismo, occorre affermare che senza intuizione, o ragionando secondo mero formalismo, si potrebbe facilmente scambiare l’atarassia di Lucrezio per cinismo, così come oggi i nostri politici scambiano, alla grande, l’elemento civico per quello cinico in nome della legge! In realtà in nome dell’antilogica. Basta vedere ad esempio la "logica" eliminazione di una lista a Roma nelle recenti votazioni regionali in nome della legge. Io non sono favorevole a Berlusconi in quanto egli è un sedicente keinesiano, dunque è un interventista dello statalismo e lo reputo pertanto un comunista inconsapevole. Però non posso chiudere gli occhi sul fatto che l'eliminazione della lista PDL alle regionali 2010 rimane un sintomo della meccanizzazione dello spirito da parte di attivisti di partito completamente antilogici, vale a dire di un pensiero meccanico che non c'entra nulla col pensare umano, e che, anzi, non è che da calpestare (vedi ulteriori spiegazioni di detto pestaggio nel brano "Nereo calpesta il paralitico").
Ritornando a Lucrezio, tutto il passo (vv, 1-19) è caratterizzato da una
martellante ripetizione dei verbi dell'osservazione pensante e
spregiudicata: saggio è infatti colui che si dedica a guardare ("spectare") da lontano ("e terra", v. 2), poiché piacevole è
vagliare ("cernere"), e ancora osservare ("tueri") lo spettacolo della
guerra, guardare dall’alto ("despicere") (in cui alla nozione separativa
si unisce una connotazione dispregiativa), e vedere ("videre"; v. 9)
dall’alto, cioè secondo atarassia, le cose che accadono, mentre la folla, preda del turbamento e
dell’attivismo è al contrario cieca e immersa nella tenebra (14, "o miseras
hominum mentis, o pectora caeca"; 15 "in tenebris").
Dedico dunque questa canzone a coloro che me la ispirarono con le loro ingenue domande!
Ingenue domande? “Ingenue domande un cazzo, bello mio...” risponde il robot parlante per il cui impianto poggiante sui due simboli del sistema binario (0 - 1, aut - off, sì - no) delle due l'una: o si desidera un giardino epicureo grande quanto il mondo, o si desidera la dolcezza dell'osservazione del male altrui.
Guai dunque se dici ingenuo a un ingenuo, che non conoscendo il significato filosofico di questa parola, si imbestialirà in modo furente… "Lei non sa chi sono io!", e ti insulterà a sangue...
Quindi, o bestia, te lo spiegherò…
L'uomo ingenuo (da secoli il realismo primitivo è detto anche realismo ingenuo) è in senso filosofico colui che, ritenendo realtà le cose solo se può afferrarle con la sua mano e vederle coi suoi occhi, indebolisce il pensare perché non può vederlo o percepirlo, dunque non ritenendolo valido come prova della realtà. Questo suo ritenere è anche la ragione del sorgere della sopra accennata meccanizzazione dello spirito, o meccanizzazione del pensare. Da dove proviene questo ritenere? Anzi, bisognerebbe dire: da dove proviene il fecaloma filosofico che impedisce ai politici di destra, di sinistra e di centro, di attuare le riforme? Detto in tre parole: proviene dal formalismo. Infatti la forma, a differenza della sostanza, è sempre immateriale – ecco perché l’escremento è in sostanza uno “sformato”, ed ecco perché è impossibile fare riforme se si considera la forma debolezza rispetto a ciò che sottostà ad essa, la sostanza (purtroppo questo è il livello della filosofia odierna soprattutto rispetto a forma e sostanza)! Ma andiamo per ordine.
Il primo assioma dell’uomo ingenuo afferma: “Non esiste nulla che non possa essere percepito”, e riconosce ugualmente valido anche l'inverso: “Tutto quel che può essere percepito, esiste”. Di fronte a questo suo mondo reale, tutto il resto, cioè il mondo delle idee, è per lui irreale perché “meramente ideale”.
L’uomo ingenuo crede che tutto ciò che si pensa lo si aggiunge agli oggetti. Credendolo debole pensiero-sulle-cose, ritiene che esso non aggiunga alcunché di reale alle cose percepibili. È insomma un vero asinello in filosofia. Perché? Perché anche riguardo al divenire - dunque non soltanto riguardo all'essere delle cose - ritiene la percezione dei sensi l'unica prova della realtà. Secondo lui una cosa può agire su un’altra solo se una forza, esistente per la percezione dei sensi, può uscire dall'una ed afferrare l'altra. In altre parole, l’essenza poggiante in sé stessa, di ciò che può sperimentarsi idealmente, è per lui un tabù, dato che non ha per la coscienza ingenua lo stesso valore di realtà di quanto è sperimentabile coi sensi. Insomma, per questo asinello, se le percezioni sensoriali non forniscono la prova della loro realtà, qualsiasi oggetto concepito nella “mera idea” è semplicemente una chimera. Per farla breve, l'uomo ingenuo, essendo primitivo, esige, accanto alla testimonianza ideale fornita dal pensare, anche quella reale dei sensi.
Se si riflette solo un po’ sulla cosa, diventa chiaro che in questo bisogno dell'uomo ingenuo risiede la ragione del sorgere delle più elementari forme di una fede rivelata. E ciò è proprio quanto Kant ha garantito con la sua seguente sentenza: “dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede” (Prefazione di Kant alla 2ª edizione di “Critica della ragion pura”)! Ecco perché i più convinti sostenitori del “dover essere” coltivano DOVERE, LEGALITÀ e GIUSTIZIALISMO: sono kantiani!
Perché?
Perché ciò che Kant chiama “critica” è in realtà una maschera del suo realismo ingenuo. Ma da secoli ciò passa inosservato per l’asino, cioè per gli intellettualini della veterotestamentaria e schiavistica politica monetocratica e kulturocratica, oggi generatrice appunto di eurolatria ed burocrazia!
Ecco perché l’uomo ingenuo ha reazioni primitive se qualcuno smaschera la filosofia ingenua mascherata da giudizio critico.
Ma veniamo al dunque: il Dio (come anche qualsiasi altra cosa) datoci per via del pensare, rimane per la coscienza ingenua soltanto un Dio pensato (o una cosa meramente pensata). La coscienza primitiva richiede infatti che la rivelazione le venga data con mezzi accessibili alla percezione dei sensi. Il Dio deve apparire corporeo. Nel roveto ardente, per esempio (da questo punto di vista il vero saggio oggi è l’ateo, anche se la parola ateo è una contraddizione in termini, dato che esclude qualcosa che ritiene non ci sia; infatti se essa non c’è cosa escludi?).
Dunque cosa significa: “dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede”?
Significa che il realismo ingenuo da’ poco valore alla testimonianza del pensare, ma richiede che la divinità si dimostri, altro esempio, per mezzo della trasmutazione - constatabile dai sensi - dell'acqua in vino.
Ma caro il mio asinello, come la mettiamo allora con la conoscenza? Anche la conoscenza appare all'uomo ingenuo come un processo analogo ai processi dei sensi: le cose fanno per lui un'impressione sulla sua attività interiore, oppure offrono immagini che penetrano nei sensi, ecc. E poiché l'asino ritiene reale ciò che può percepire coi sensi, ciò di cui non ha tale percezione (Dio, anima, conoscenze, ecc.) se lo rappresenta come analogo a quello che percepisce.
Cosa comporta questa analogia? Comporta che quando il realismo ingenuo vuol fondare una scienza, non può farla consistere che in un precisa descrizione del contenuto della percezione! Infatti per l’uomo ingenuo i concetti sono solo mezzi allo scopo: esistono per fornire contro-immagini ideali alle percezioni, ma rispetto alle cose in se stesse (la famosa “cosa in sé) per l’asino non significano nulla. Per il realista ingenuo valgono come reali solamente i singoli tulipani che si vedono e che si possono vedere; l'idea unica di tulipano è per lui un'astrazione, un'immagine mentale irreale, che l'attività interiore si è composta dalle caratteristiche comuni a tutti i tulipani visti. Cosa comporta ciò oggi?.
Comporta un rimando! Comporta che oggi l’uomo arretri all’irrisolto problema di ieri, cioè al problema degli universali. È dunque un uomo rimandato a settembre, o è un uomo (asinello) bocciato? Dipende da lui, cioè dal suo superamento del kantismo!
Se Bacone, Locke, Hume, non risolsero minimamente il problema della spaccatura fra nominalismo e universalismo, cosa fece Kant? Kant lo intensificò! Un vero volpino! Ahahahaha aha aha aha!
Il kantismo non è altro che l’intensificazione del nominalismo, l'estremo culmine del nominalismo, l'estrema decadenza della filosofia occidentale, la bancarotta totale dell'uomo in merito al suo anelito alla verità, ed il suo disperarsi e stracciarsi giornalmente le vesti (come nella canzone di Facco) a causa dell'impotenza circa il
trarre dalle cose la verità!
Kant ha distrutto ogni oggettività, ogni possibilità umana di immergersi nella realtà delle cose. Ha distrutto ogni possibile forma di conoscenza, ogni possibile aspirazione alla verità, dato che la verità non può sussistere se essa è formata solo nel soggetto.
La cosa massimamente comica è la reale degenerazione di costui, operata dal suo proprio "impianto logico"! Infatti il massimo nemico del realismo primitivo, il cui principio fondamentale della realtà percepibile, è l'esperienza (l’esperienza infatti insegna che il contenuto delle percezioni è di natura transitoria): il tulipano che io vedo, è oggi reale; ma fra un anno sarà scomparso nel nulla. Quel che si mantiene, è la specie tulipano.
E la filogenesi (generazione della specie) è reale o no? No! Per l'asinello sostenitore del realismo ingenuo essa è solo un'idea, non una realtà.
E qui
casca l’asino!
Perché la sua concezione realista è obbligata a veder andare e venire le sue realtà, e a veder conservarsi di fronte al reale quel che essa ritiene irreale. In altre parole l’asino deve lasciare in piedi, accanto alle cose percepite, anche qualcosa d'ideale. Deve insomma accettare entità che non può percepire coi sensi dell’asino qual è. Perciò si autocostringe ad una specie di compromesso, si mette d'accordo con se stesso. Ahahahaha aha aha aha!
Solo in tal modo può pensare il modo di essere di tali entità analogo a quello degli oggetti dei sensi!
Da
questo errore di pensiero parte una catena di errori di pensiero che porta gli
umani al subumanesimo, cioè al non avere futuro; perché
queste realtà, assunte ipoteticamente, non sono altro che le forze invisibili
tramite cui agiscono fra loro le cose percepibili! Una è l'ereditarietà,
che si propaga al di là dell'uomo singolo, e che è la causa per cui da un
singolo individuo se ne sviluppi un altro somigliante, assicurando la
conservazione della specie. L’altra è l'attività
interiore, principio vitale che penetra tutto il corpo organico, e il
cui concetto nella coscienza primitiva è sempre formato per analogia colle
realtà sensibili. Un’altra ancora è finalmente l'essere
divino dell'uomo primitivo, che si considera agire in modo
esattamente corrispondente al modo d'agire percepibile dell'uomo:
antropomorficamente.
In tal modo si ritorna indietro. E questa è l’involuzione del primitivo.
Questa è nient’altro che una conseguenza del fatto che la scolastica non riuscì a penetrare nella sfera dove stava l'altro limite che bisognava superare. E quando sorse l'epoca dello sviluppo scientifico, non avendo la scolastica intrapreso alcun mutamento d'indirizzo, conforme alle esigenze della nuova scienza, ecco affermarsi il kantismo. Cosa fa il kantismo? Prendendo le mosse dalla soggettività, dopo avere estinto in essa ogni possibilità di conoscenza, ne fa scaturire i cosiddetti postulati della libertà, dell'immortalità e di una pallosissima idea di Dio: noi DOBBIAMO fare il bene, DOBBIAMO adempiere all'imperativo categorico. Roba da pretoni (tanto cattolici quanto protestanti)!

Fino alla top dell’antilogica: DOBBIAMO essere liberi!
Ma come fa la libertà ad essere imposta se è libertà?

Risposta:
DOBBIAMO essere liberi, ma non possiamo
esserlo in quanto viviamo qui nel corpo fisico. Possiamo raggiungere la
perfezione solo se siamo fuori del corpo.
Perciò
DEVE esserci un’immortalità. "Ovvio!" dice l'intelligenza della pescitudine! "
In quanto uomini, però, non possiamo ancora comprenderla" Ahahahaha aha aha!
Che cagata! È la corazzata Potionki! ("Si dice: Potemkin, o
ignorante"... E già... il formalismo da' dell'ignorante a tutto e a tutti...)!
O correttore automatico che differenza c'è fra Gesù e Gegiù? Ah Aha ha ha aha
aha!
Infatti in tale impianto, in tale corazzata - dice l’uomo ingenuo - se noi ci preoccupiamo di compiere il nostro DOVERE, il contenuto delle nostre azioni dovrà essere predisposto nel mondo da una divinità - altra stronzata; una divinità deve dunque esistere.
E Gepiù dove lo metti?
Insomma tre postulati della fede, di cui è impossibile conoscere come siano radicati nella realtà in sé!
Ecco dunque ciò che Kant garantisce con la sua sentenza: “dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede”!
Ora come la mette l’uomo ingenuo in merito alle sensazioni?
È semplice: la scienza attribuisce le sensazioni a processi di piccolissime particelle dei corpi: ciò che noi sentiamo, ad es. come calore, è un movimento, entro lo spazio occupato dal corpo produttore di calore, delle sue particelle.
Ma anche qui casca l’asino, perché si immagina un impercepibile per analogia col percepibile.
Se il realismo ingenuo non facesse ipotesi balzane di questo genere, il mondo gli si ridurrebbe ad un aggregato sconnesso di percezioni senza mutui rapporti, e non formante unità. Invece facendo simili ipotesi, è inconseguente. E qui sta l’antilogica. SE VUOL RIMANERE FEDELE AL SUO PRINCIPIO FONDAMENTALE CHE SOLO IL PERCEPITO È REALE NON DEVE SUPPORRE ALCUNA REALTÀ DOVE NON PERCEPISCE NULLA. Le forze impercepibili emananti dalle cose percepibili, sono ipotesi assolutamente ingiustificate, dal punto di vista dello stesso realismo ingenuo. ECCO DUNQUE PERCHÉ VERAMENTE QUI C'È UN ASINO CHE CASCA! E poiché esso non conosce altre realtà, correda le sue forze IPOTETICHE di contenuti percettivi.
L’asino
è malato! Infatti adopera un modo d'essere (quello della percezione dei sensi)
in un campo dove l'unica voce in grado di darne testimonianza (la voce della
percezione dei sensi) è MUTA!
Il realismo ingenuo, pieno di contraddizioni in sé, conduce così al realismo metafisico. Il quale, accanto alla realtà percepibile, ne costruisce un'altra impercepibile, che ritiene analoga alla prima. Evviva! Il realismo metafisico è quindi un incoerente miscuglio di realismo ingenuo e idealismo (ideologie, ecc.), le cui forze ipotetiche sono essenze impercepibili con qualità di percezione. Ahahahaha aha aha aha aha! Quando si dice l’apparenza! Accanto al mondo dell'apparenza, per i cui modi d'essere ha un mezzo di conoscenza nella percezione, ammette un'altra sfera in cui questo mezzo viene meno, e che si può investigare solo per via del pensare.
Del pensare? Ma quando mai?
Mai potrà riconoscerlo. Perché riconoscendolo salterebbe l’impianto! Ahahaha aha ahaa! Salta l’impianto! Ci vuole un nuovo fusibile! E poi ancora un altro fusibile più resistente... Fino alla denigrazione di chi non si allinea al suo modo di debolmente pensare.
Infatti il pensatore debole o meccanizzato, l’uomo robot, l’umanoide, MAI riconoscerà nel modo d'essere dovuto al pensare, cioè nel concetto e nell'idea, un fattore che stia accanto alla percezione in contemporanea e con pari autorità!
Essendo asino non ne vuole sapere di riconoscere l’errore di questo impianto meccanico di pensiero!
Eppure se l’asino volesse evitare la contraddizione di una percezione impercepibile, potrebbe farlo solo confessando che i rapporti fra le percezioni, riconoscibili col pensare, non hanno altra forma d'esistenza che quella del concetto.
Confessati allora, o asino, cosa aspetti? Macché! Vuole avere ragione e basta. Altro che poliptòti!
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