Su Talete e il suo periodo

 

Nel libro del matematico Aldo Bonet intitolato "La scienza di Talete" (1) è messo in risalto un "salto di qualità del pensiero" (pag. 65 e 129) dei primi pensatori dell'antichità greca "pur con tutti i limiti di una scienza al suo esordio" (pag. 65, 125, 134) e di evoluzione in merito al concetto di angolo ("evoluzione dell'angolo"; pag. 43 e 63). Aldo Bonet si accorge così in modo molto naturale di un fatto evolutivo che ispirò il filosofo Rudolf Steiner a scrivere il libro "L'evoluzione della filosofia".

 

In genere si studia la storia della filosofia come la storia di una serie di ideologie, per cui si hanno poi studenti che lottano gli uni contro gli altri in quanto ognuno adotta per sé il pensatore che comprende meglio o meglio si confà alla propria ideologia di partito. Chi però si accorge che esiste una evoluzione del pensare umano, non può fare a meno di cogliere per la propria vita intuitiva tutto ciò che vi è di più interessante nel pensiero da Socrate ad oggi.

 

La prima epoca evolutiva del pensare umano comincia appunto con l'antichità greca, spiega Rudolf Steiner nel suo libro "L'evoluzione della filosofia". Questa prima epoca "può essere rintracciata storicamente e distintamente fino a Ferecide di Siro e a Talete di Mileto, e termina col periodo dove appare il cristianesimo".

 

Il pensare dell'umanità in questa prima epoca assume infatti un carattere essenzialmente diverso da quello dei tempi precedenti, perché questa è l'epoca della vita intellettuale che si sveglia. Prima l'attività interiore viveva in simboli, cioè in rappresentazioni figurate del mondo e dell'essere. E "per quanto uno si sforzi di dare retta a quelli che vogliono vedere la vita del pensiero filosofico già sviluppata nell'epoca pre-ellenica, lo studio spregiudicato non lo consente. Si deve far nascere in Grecia la filosofia autentica, espressa in forma di pensieri. Ciò che nelle riflessioni sul mondo, nell'Oriente e nell'Egitto, era affine all'elemento del pensiero non era,  se considerato accuratamente, pensiero vero, ma immagine, simbolo" ("L'evoluzione della filosofia", op. cit).

 

"Certamente Talete non fu né un filosofo, né uno scienziato in senso aristotelico", afferma infatti Aldo Bonet nel suo libro ("La scienza di Talete", op. cit. pag. 8) nel quale si può intuire come in una personalità come quella di Talete e dei suoi contemporanei poté nascere un nuovo anelito che mirava a riconoscere le correlazioni del mondo tramite ciò che oggi chiamiamo pensiero, e cioè superando il limiti della percezione materiale delle cose e del cosmo: "un limite decisamente molto, molto interessante per l’epoca nella visione astronomica del Cosmo e quindi, per un pensiero filosofico che poteva spingersi addirittura oltre il confine consentito e porsi la conseguente domanda sull’esistenza o meno nell’universo di astri invisibili o impercettibili all’acuità visiva dell’uomo, pertanto, l’idea rivoluzionaria di poter ipotizzare un Cosmo enormemente più ampio e diverso del visibile conosciuto era ormai alla portata del pensiero speculativo di Astronomi coraggiosi" ("La scienza di Talete", op. cit. pag. 135). Bonet può scrivere queste cose in quanto è in grado di percepire consapevolmente grandezza, la potenzialità e l'universalità del pensare in tutta la sua portata, come si addice allo scienziato moderno, cosa alquanto rara in verità, dato che la scienza oggi, si è incartata nel materialismo e nei limiti del conoscere, e fa molta fatica ad uscirne, cioè a fare quel nuovo salto di qualità che dovette fare ai tempi di Talete.

 

Infatti per tutto il tempo in cui l'attività interiore umana si rappresentò simbolicamente i fenomeni cosmici, avvertì se stessa intimamente collegata a tali fenomeni: sentì se stessa come membro dell'organismo cosmico, senza minimamente avvertirsi come entità indipendente, separata da esso. Solo quando si svegliò nella mente il pensiero senza immagini, l'uomo si accorse della separazione tra il mondo e la sua attività interiore.

 

Oggi l'umanità deve imparare a pensare in modo immaginativo ma con la consapevolezza dell'esistenza dell'io, in grado di sostituire la consapevolezza dell'esistenza di Dio o degli dei, tipica dell'infanzia dell'umanità.

 

Qualcosa di molto simile a questa esperienza dell'infanzia dell'umanità la sperimentiamo infatti tutti nella nostra infanzia individuale, solo che non ce ne ricordiamo, o meglio non ne siamo ancora ben coscienti: il bambino che ha appena imparato a muovere i primi passi e che urta contro uno spigolo del tavolo con la testa dice "Cattivo!" al tavolo in quanto è identificato ancora col cosmo esterno, esattamente come l'uomo antico, il quale avvertiva se stesso in unione con tutto l'universo. Ad un certo punto dell'infanzia, sia dell'umanità, sia dell'individualità, il pensiero diventa il nostro educatore verso l'indipendenza. Nella storia dell'uomo ciò ha il suo culmine quando appare il cristianesimo, mentre nella storia dell'individualità, ciò avviene quando appare la parola "io" nel linguaggio del bambino. E di solito ciò avviene verso il terzo anno di vita. Dal momento del battesimo nel Giordano di Gesù di Nazaret fino alla sua morte in croce, si calcola infatti un periodo preciso di tre anni del suo apostolato. Questa correlazione è solo un caso? Ai posteri l'ardua sentenza. Una cosa è comunque certa: l'uomo antico pre-ellenico indicava se stesso in terza persona, esattamente come fanno i bambini prima della loro animadversio dell'io: "Mario gioca" per dire "io gioco". Una eco di ciò l'abbiamo nelle parole del "Magnificat" in cui si dice, in luogo dell'io, "anima mia" e "il mio spirito":  "l'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in te mio salvatore...". L'antico studioso del cielo quando parlava con un suo collega si esprimeva dicendo all'incirca: il mio cielo interiore o il mio cuore ti dice che... Questo modo di esprimersi rintracciabile negli antichi testi non dovrebbe essere confuso con la forma poetica di allora, bensì con la qualità del pensare di allora, dato che l'umanità antica sperimentava il pensiero diversamente dall'uomo d'oggi. Questo è un fatto molto trascurato e bisognerebbe però tenerne conto per una visione esatta del pensiero greco.

 

L'uomo greco sentiva il pensiero come noi oggi sentiamo un oggetto percepibile, come ad esempio proviamo la sensazione del "rosso" o del "giallo". Come noi attribuiamo una sensazione di colore o di suono ad un oggetto, così l'uomo antico attribuiva il pensiero al mondo degli oggetti.

 

Ed il pensiero odierno è ancora il vincolo che unisce l'attività interiore al mondo.

 

Nella prima epoca evolutiva del pensare la separazione tra attività interiore e mondo è appena ai suoi inizi, dunque non ancora compiuta. L'attività interiore sperimentava il pensare in se stessa, ma si figurava ancora di averlo ricevuto dal mondo, perciò sperava di scoprire, tramite il processo del pensiero,  gli enigmi del mondo.


In queste condizioni si svolge "l’evoluzione filosofica iniziata con Ferecide e Talete, che raggiunge l'apogeo con Platone ed Aristotele, e poi decresce, fino al suo termine, ai tempi della fondazione del cristianesimo. Dalle profondità dell’evoluzione spirituale la vita del pensiero scorre nelle anime umane e vi fa nascere filosofie che le educano ad avvertire la loro indipendenza di fronte al mondo esterno" ("L'evoluzione della filosofia", op. cit).

 

Con Ferecide e Pitagora si scopre come la concezione del mondo poggiante su pensare origini dall'attività interiore umana. Nel contrasto con antichi modi di rappresentazione, questi due pensatori arrivano ad un'autonoma idea dell'"attività interiore", distinguibile  dalla "natura esterna". Il liberarsi dell'attività interiore dalle antiche raffigurazioni immaginative è ciò che vi è di notevole in queste due personalità.

 

Negli altri pensatori coi quali in genere comincia la descrizione dello sviluppo della concezione greca del mondo - ad es.: Talete, Anassimandro, Anassimene ed Eraclito -  questa attività si svolge ancora più nel profondo dell'attività interiore.

 

Di solito nelle università si parla di queste personalità tacitamente presupponendo che siano giunte attraverso osservazioni imperfette della natura alle loro opinioni tramandate poi fino a noi: che Talete abbia affermato che l'essenza fondamentale ed originale di ogni cosa vada cercata nell'"acqua", Anassimandro nell'"illimitato", Anassimene nell'"aria", Eraclito nel"fuoco". Con ciò, non si pensa che costoro vivevano ancora in un periodo che era ancora solo l'inizio della concezione del mondo basata sul pensare, e che sentivano, sì,  l'indipendenza dell'attività interiore umana, ma non sentivano ancora la completa e severa separazione di tale attività dall'azione della natura.


Dunque "sarebbe un errore rappresentarsi la posizione di Talete, come se egli avesse riflettuto in quanto mercante, matematico, astronomo, sui fenomeni naturali ed avesse, in maniera imperfetta, ma come un indagatore moderno, riassunto le sue conclusioni nella formula: "tutto nasce dall'acqua""
(ibid.).
 

Nell'analisi del Bonet, Talete risulta infatti "colui che coraggiosamente spodestò gli innumerevoli dei e quel culto mitologico in cui erano immersi l’uomo e i popoli del suo tempo, per fecondare l’ovulo embrionale del pensiero razionale dimostrandone la sua enorme potenzialità nel determinare l’inaccessibile, l’inviolabile, nel misurare senza paura i fenomeni naturali sconosciuti e spiegandone semmai i motivi che li generano, nel conquistare, disegnare e addirittura racchiudere in una mappa l’unicità sferica del Cosmo che l’uomo pensava ancora informe e irraggiungibile; un mondo ormai non più dominio esclusivo dei faraoni o degli dei, poiché, questo potente strumento razionale aveva messo nelle mani più famigliari dell’uomo del VI secolo a.C. l’immensa eredità di una planimetria universale del mondo, sorretto e generato da un unico principio primo, dal quale ora i discepoli di Talete potevano addirittura avanzare ipotesi, un’immensa avventura alla scoperta di un universo incredibilmente raggiungibile e determinabile con l’uso dell’intelletto, indirizzando così l’umanità verso un grande futuro perché da quel giorno in poi, il genere umano non doveva e non poteva più contare sull’Olimpo, ma solo esclusivamente sulla forza razionale della Scienza" (Aldo Bonet, "La scienza di Talete", pag. 9).

 

In quel tempo antico - scrive Steiner - essere matematico, astronomo, o uno scienziato qualunque, significava occuparsi praticamente di tali discipline, proprio come l'operaio che pur adoperando mezzi tecnici non si fondasse su conoscenze razional-scientifiche. Invece per Talete non fu così, e si deve invece presupporre che un uomo come Talete vivesse i processi della natura esterna come i processi interni dell'attività interiore (cfr. "L'evoluzione della filosofia", op. cit.).
 

In altre parole: "ciò che gli si presentava come processo naturale nei fenomeni dell'acqua fluida, melmosa, modellatrice della terra, era lo stesso per lui di ciò che egli sperimentava nel suo essere animico-fisico. In grado minore che gli uomini dell'età anteriore, egli sperimentava l'azione dell'acqua in sé e nella natura, ed entrambe le azioni erano per lui un’unica manifestazione di forze" (ibid.).

E ancora: "La nostra mentalità odierna deve piegarsi alle antiche raffigurazioni, se vuole penetrare nella vita animica dei tempi passati [...Da Talete] fino ai sofisti si può osservare in Grecia nell’evoluzione stessa della concezione del mondo, l'introduzione graduale sempre più distinta del pensiero, nato già prima di questi pensatori. Essi sono un esempio del modo in cui opera il pensiero quando è messo al servizio della concezione del mondo. Ma questa genesi potrebbe essere osservata anche in tutto l'ambito della vita greca. La concezione del mondo, è soltanto un terreno sul quale una manifestazione generale della vita si esaurisce in un caso speciale" (ibid.).

 

Se Rudolf Steiner prevede che un giorno si potranno scoprire analoghe correnti di evoluzione nel regno dell'arte, della poesia, della vita pubblica, nei diversi rami dei mestieri e del commercio, e che queste scoperte metteranno in chiaro e faranno constatare come l'attività umana si modificò sotto l'influenza di quell'organizzazione dell'uomo che introdusse il pensare nella concezione del mondo, Aldo Bonet incomincia nel modo più naturale possibile a parlare nel suo libro di tali correnti, a partire dalla cultura dell’antico Egitto, mostrando che "Talete di Mileto ha dovuto quasi sicuramente, se non
inevitabilmente incontrare e quindi assimilare nel suo viaggio in questo territorio, senza dimenticare, che i Greci approdarono nei territori delle antiche Civiltà potamiche con uno spirito del tutto nuovo rispetto ad altri popoli, basato non solo su scopi commerciali ma anche con uno scopo nobile e di grande intuizione per il progresso di un popolo che voleva assurgere a grande Civiltà: quello di andare alla ricerca di una materia prima fondamentale come cibo della mente, costituita dalla primizia del sapere e della conoscenza"
(Aldo Bonet, op. cit, pag. 15 e 16).

 

L'importanza di ciò consiste nel fatto che capovolge la visione dello studioso di oggi: non è la concezione del mondo a scoprire il pensare! Essa nasce invece dal fatto che si serve del pensare per costruirsi un'immagine del mondo che prima si formava da altre esperienze!

 

Insomma con Talete incominciò per l’Occidente il sorgere di idee intellettuali. Oggi siamo alla fine di questo sviluppo allora nascente, e la filosofia come tale, come scienza d'idee, è arrivata al capolinea. Nostro compito è dunque quello di imparare ad elevarci verso ciò che sta al di là di questo mondo e al di là delle idee e dei pensieri appartenenti al mero piano fisico-materiale. Dobbiamo innanzitutto elevarci alle immaginazioni, le quali diventeranno di nuovo qualcosa di reale per noi. Solo allora avverrà una nuova fecondazione: l’immateriale diventerà concreta materia scientifica. In tal modo si potrà osservare di nuovo e in modo nuovo dalla terra cosa sta succedendo in cielo. Non per guardare i transiti planetari per cercare poi idee di comportamento con cui determinare i nostri simili. Ciò appartiene al passato. Oggi sarebbe anacronistico farsi determinare dal cielo.

 

Chi per esempio osserva gli avvenimenti nel gioco del calcio e nelle banche emittenti, vede partite truccate e soldi contraffatti (è ormai notorio che i soldi sono emessi senza garanzia). Se per esempio ci si pone di fronte ai movimenti celesti, osservando ciò che è geometricamente successo fra i pianeti dal 2006 al 2010 nell’asse Pesci-Vergine (e che sta ancora succedendo), non si può fare a meno di notare in tale asse cosmico - anche semplicemente osservando le effemeridi geocentriche della NASA - le grandi opposizioni planetarie (anticamente dette guerra degli eserciti celesti). Qui la descrizione dei pianeti potrà evocare simbolicamente gli avvenimenti in contemporanea sulla terra: il segno dei Pesci infatti riguarda simbolicamente il calcio, cioè i piedi, e il segno della Vergine il mondo delle banche, cioè l’intestino come riserva di cibo. La descrizione dei pianeti dovrà però distinguersi sempre più da quella di altre cose. Tutto ciò deve esser sperimentato  immaginativamente, perché non è immediatamente percepibile nel mondo dei sensi fisici. Occorre intuire qui, fare correlazioni di pensieri, non solo prendere atto come fanno i politicanti, cioè sgranare gli occhi sulle cose come può fare anche un cavallo.

 

Ma l'intuire, soprattutto questo intuire soprasensibile delle cose del cielo, è sentito ancora come un assurdo per i filosofi e per gli scienziati attuali. Perché? Perché, come indiscutibile dogma, invale oggi il principio orwelliano dell'ignoranza come massima forza del  pensiero debole, di cui Kant è il massimo artefice in quanto demolitore del conoscere, come ammette egli stesso, in nome della fede: nella prefazione alla sua 2ª edizione di “Critica della ragion pura” egli infatti scrive: “[...] dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede”! Il sano di mente non può allora non chiedersi se la sua critica alla ragione abbia valore di ragione. In altre parole come può essere ragionevole una critica alla ragione se annienta il conoscere?

 

Dunque siamo ancora imprigionati nel mondo dei sensi materiali e vediamo come assurda l'esperienza interiore di sensi superiori. Per fare un esempio, ci comportiamo esattamente come un robot che di fronte all'espressione "Quel dipinto ha tonalità calde e/o fredde di colore" affermi meccanicamente: "Negativo. La temperatura del dipinto non è calda né fredda ma corrispondente alla norma". 

 

Invece ciò che è assurdo per il mondo dei sensi materiali è verità per il mondo dell’immateriale.

 

Penetrare con la nostra esperienza il mondo dell’immateriale è ciò che direttamente toccherà all'uomo in futuro.

 

Infatti, coloro che non sapranno risolversi a respirare l'aria dell'immateriale, che l’interiorità umana deve imparare a ricevere attraverso considerazioni del cielo che vadano al di là dei soli sensi materiali, si ammaleranno. Perché il pensiero debole non può che fare indebolire tutto l'organismo fino alla morte. Se invece il considerare ritornerà ad essere ciò che era al tempo di Talete ma con la consapevolezza dell'oggi, si ritornerà a percepire il cielo, vale a dire l'elemento siderale, come essenza concreta del "con"-"siderare".

 

L'evoluzione procede. E tutto si svolgerà in modo che ognuno si dovrà chiedere: “Quale via devo scegliere?”

 

Dunque si andrà ancora a destra o a sinistra: da una parte ci saranno quelli per i quali sarà verità il solo mondo materiale e dei sensi materiali, dall'altra ci saranno quelli per i quali sarà verità anche il mondo immateriale e dei sensi superiori.

 

E poiché i sensi che meno si usano (così come anche la insufficiente vita del pensare) tendono a scomparire, ci si può fare una rappresentazione realistica del futuro di coloro che, appassionati solo a mangiare, digerire e tutt’al più a fiutare, saranno ammalati o totalmente ottusi o indifferenti tanto rispetto all’armonia dell’essere e del suo habitat, quanto alla volontà di cambiare rotta alla direzione del loro pensare, oramai mancante.

 

Nell'introduzione al suo libro "La scienza di Talete", Aldo Bonet parla di ricerca intuitiva, e di ricercatori intuitivi perché per lui l'intuizione è il cibo della mente! Dunque parla di un tipo di ricerca che per il dogma kantiano sopra accennato non esiste: Kant, come un sacerdote dell'"ignorabimus", sacrificò infatti la conoscenza intuitiva sull'altare della fede. E tutto il mondo scientifico è purtroppo ancora bloccato da tale cecità volontaria, anche se per fortuna ci sono le dovute eccezioni di sparuti gruppi di "scienziati intuitivi" a cui il Bonet appartiene, e che è destinato a mio parere a moltiplicarsi a macchia d'olio, pena la fine dell'umanità.

 

NOTE

(1) Il libro è prelevabile gratuitamente in formato pdf cliccando sul titolo o sull'immagine a destra. Non si tratta di un piccolo libro, per cui occorre avere un po' di pazienza nell'aspettare (un paio di minuti circa) il lavoro di prelievo del computer. Ma ne vale la pena.