RUDOLF STEINER
LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ
XIV - INDIVIDUO E SPECIE
Traduzione e Presentazione di Nereo Villa

 

Presentazione

La nota 1 del seguente capitolo de "La filosofia della libertà" di Rudolf Steiner afferma che emancipandosi dalle caratteristiche della specie ognuno "va gradatamente emancipando una sfera maggiore o minore del suo essere, sia dalle caratteristiche generali della vita animale, sia dalle leggi dispotiche delle autorità umane che lo dominano". Oggi, tali leggi dispotiche sono rinvenibili nella legalità della truffa dell'emissione monetaria. Credo però impossibile riformare tali leggi se non a partire dall'unico potere in mano all'individuo: il suo pensare autonomo. Ogni tipo di riforma può attuarsi solo eliminando innanzitutto da noi stessi ogni sudditanza (attività dell'essere succubi) ad anacronistiche signorie. L’unica arma che ha l’individuo è il potere di direzionare il proprio interesse, ad es., dicendo a questa cosa o a persona: “Non mi interessa/i", dato che nessuno può costringere qualcun altro ad interessarsi di qualcosa. E credo che bisognerebbe avere il coraggio di dire finalmente: il collettivismo non mi interessa, o il popolo stesso non mi interessa, dato che è pilotabile esattamente come un bue (non a caso si parla di popolo bue...). Personalmente non mi interessano neanche coloro che parlano del popolo, e si muovono per il popolo. Perché il populismo non potrà mai condurre da alcuna parte. Dico queste cose in senso scientifico e spirituale, dunque non mosso da alcuno spirito di avversione contro un determinato popolo o una determinata persona. È infatti un dato incontrovertibile che il popolo non abbia un io. L’io può averlo solo l'individuo. Non la specie. Comprendere la differenza fra individuo e specie è fondamentale, dato che l’individuo deve liberarsi appunto dai legami della specie (razza, stirpe, popolo, famiglia, sesso maschile e femminile, Chiesa, Stato, partito, ecc.) che lo condizionano. Buona lettura
 

INDIVIDUO E SPECIE

 

Di fronte all’idea dell’essere umano inteso come libera individualità completamente autonoma, sembrano opporsi due fatti: il primo è che l’uomo appare come un membro entro un tutto naturale (razza, stirpe, popolo, famiglia, sesso maschile e femminile); il secondo è che egli opera entro un tutto (Stato, Chiesa, ecc.), portando le caratteristiche generali della comunità a cui appartiene, e dando alle sue azioni contenuti determinati dal posto che occupa nel collettivo.

Domande: in queste condizioni è ancora possibile un’individualità? Si può considerare l'uomo come un tutto in sé, se egli nasce da un tutto e s'incorpora in un tutto?

Il componente di un tutto è determinato nelle sue qualità e nelle sue funzioni dal tutto stesso. La stirpe è un tutto, e chi vi appartiene porta in sé peculiarità proprie alla natura della stirpe, il cui carattere determina come è fatto ogni singolo componente e come opera. Ecco perché fisionomia ed atti dei singoli ricevono una certa impronta comune. Se ci si chiede la ragione del perché questa o quell'altra particolarità di un uomo sia fatta in questo o in quel modo, si viene rimandati dall'essere singolo alla specie. Ed è la specie a spiegare all’individuo perché appaia in lui qualcosa della forma osservata.

Ma da questa conformità alla specie l'uomo si libera, perché se da lui giustamente sperimentata, tale conformità non ha alcunché di restrittivo per la sua libertà, o che debba diventarlo per opera di disposizioni artificiose.

L’essere umano sviluppa qualità e funzioni proprie, le cui ragioni determinanti possono essere cercate esclusivamente in se stesso, e quanto egli ha di conforme alla specie serve esclusivamente come mezzo per estrinsecare la sua particolare entità. Egli adopera le peculiarità conferitegli dalla natura, come materia a cui dare una forma, capace di esprimere il proprio essere. È inutile cercare nelle leggi della specie la ragione dell'espressione del suo essere, dato che si ha a che fare con un individuo, che in quanto tale può essere spiegato solo da se stesso. Se un uomo è riuscito a liberarsi dalla conformità alla specie, e ciò nonostante ci si ostina a volere spiegare, mediante i caratteri della specie, tutto quanto è in lui, questo è segno che non si ha alcun organo per comprendere ciò che in lui è individualità.

Se poniamo il concetto della specie a base del nostro giudizio, è impossibile comprendere interamente un uomo. La maggiore ostinazione nel giudicare secondo la specie si riscontra là dove si tratta del sesso; quasi sempre l'uomo vede nella donna, e la donna nell'uomo, troppo del carattere generale dell'altro sesso, e troppo poco di quello individuale. Nella vita pratica, ciò nuoce meno agli uomini che alle donne. La posizione sociale della donna è solitamente poco dignitosa, perché in molti punti in cui dovrebbe esserlo, non è determinata dalle particolarità individuali delle singole donne, ma dalle rappresentazioni generali correnti circa le funzioni naturali e i bisogni della donna. L'attività dell'uomo nella vita si regola secondo le sue individuali attitudini e inclinazioni; l’attività della donna la si vuole invece determinata unicamente dal fatto che appunto essa è donna. La donna dev’essere schiava del principio della specie e/o dei caratteri generici della femminilità. E finché gli uomini discuteranno se la donna “per propria costituzione naturale” sia adatta a questa o a quella professione, la cosiddetta questione del femminismo non potrà uscire dal suo stadio più elementare. Si lasci giudicare alla donna stessa ciò che secondo la sua natura essa può volere. Se è vero che le donne sono idonee solo al compito che oggi [NB: queste cose furono dette da Steiner più di un secolo fa!!! ndr] viene loro assegnato, difficilmente potranno conseguirne un altro per forza propria; le donne devono poter decidere da sé cosa sia conforme alla loro natura. A chi ha paura che l’organismo sociale possa essere scosso dal considerare le donne non come prodotti della specie ma come individui, si può opporre che una struttura sociale in cui la metà dell'umanità conduce un'esistenza indegna di esseri umani, ha davvero grande bisogno di essere migliorata (1).

Chi giudica gli uomini secondo i caratteri della specie, si blocca proprio al limite, oltre cui gli uomini incominciano ad essere individui, la cui attività si basa su libera autodeterminazione. Ciò che sta al di sotto di questo limite può naturalmente formare l'oggetto di un'investigazione scientifica. Le particolarità di razza, tribù, popolo e sesso costituiscono il contenuto di scienze speciali. Ma nel quadro generale che risulta da siffatte investigazioni scientifiche, non potrebbero entrare altro che uomini, che vivessero unicamente come esemplari della specie. Tutte queste scienze non possono spingersi fino al contenuto particolare del singolo individuo. Dove comincia la sfera della libertà (di pensare e d'agire) cessa la possibilità di determinare l'individuo secondo le leggi della specie.

Nessuno può stabilire una volta per sempre e lasciare bell’e pronto all'umanità il contenuto concettuale che l'uomo deve per via del pensare mettere in relazione con gli oggetti di percezione per potersi impadronire dell'intera realtà. L'individuo deve guadagnarsi i concetti per mezzo della propria intuizione. Da nessun concetto di specie può dedursi come debba pensare il singolo. Come deve pensare l’individuo lo può determinare - unico e solo - l'individuo.

Allo stesso modo è impossibile determinare dalle caratteristiche umane generali, quali finalità concrete l’individuo prefiggerà al proprio agire.

(1) Fin da quando comparve questo libro (1894) mi si è fatta a questo proposito l'obiezione che, nell’ambito della specie la donna può già ora vivere liberamente la sua vita con tutta l'individualità che vuole, anzi più liberamente ancora dell'uomo, già disindividualizzato dalla scuola, e più tardi anche dalla guerra e dalla professione. So che questa obiezione viene oggi [Ndr: 1918] sollevata con forza ancora maggiore. Eppure devo lasciare le mie affermazioni come sono, sperando che vi siano lettori che comprendano come una siffatta obiezione urti contro il concetto di libertà, svolto in questo scritto, e che giudichino le mie affermazioni con criteri diversi da quello della disindividualizzazione umana causata dalla scuola o dalla professione.

CHI VUOL CAPIRE L' INDIVIDUO SINGOLO DEVE PENETRARE NELLA SUA PARTICOLARE ENTITÀ, E NON FERMARSI ALLE QUALITÀ COMUNI DELLA SPECIE. In questo senso ogni singolo uomo rappresenta un problema. E ogni scienza che si occupa di pensieri astratti e di concetti generici non è che una preparazione alla conoscenza che si consegue quando un'individualità umana ci comunica il suo modo di considerare il mondo, ed a quell'altra conoscenza che si evince dal contenuto della sua volontà. Dove si sente di aver a che fare con quegli elementi umani che sono liberi dai modi di pensare e di volere generici, tipici della specie, e si vuol capire l'essere di un uomo, occorre rinunciare a valersi di concetti tratti dal proprio io. La Conoscenza consiste nel collegamento del concetto con l’oggetto di percezione, tramite il pensare. Per tutti gli altri oggetti, chi osserva deve acquistarsi i concetti tramite la sua intuizione; nella comprensione di un’individualità libera si tratta unicamente di questo: di accogliere nel proprio io, nella loro purezza (senza mescolanze con propri contenuti concettuali) tali concetti, secondo i quali si determina l'individualità stessa. Chi in ogni giudizio su un suo simile mescola subito i propri concetti non può arrivare a comprendere un’individualità. Come l'individualità libera si emancipa dalle caratteristiche della specie, così la conoscenza deve emanciparsi dal metodo con cui si comprendono quelle caratteristiche.

L'uomo va considerato come spirito libero nel seno di una collettività umana solo secondo il grado in cui egli si è, nel modo sopra esposto, reso libero dalla specie. Nessun uomo è completamente specie, nessuno interamente individualità. Ma ogni uomo va gradatamente emancipando una sfera maggiore o minore del suo essere, sia dalle caratteristiche generali della vita animale, sia dalle leggi dispotiche delle autorità umane che lo dominano.

Ma per quella parte per cui non può conquistarsi tale libertà, l’uomo costituisce se stesso come componente dell’organismo della natura e dell’organismo dell’io. Ed è solo sotto questo aspetto che egli vive ad imitazione o in obbedienza di altri.

Solo quella parte di attività umana scaturente dall’intuire proprio ha però valore etico!

E quanto l’uomo ha in sé in fatto d'istinti morali per virtù di istinti sociali ereditati, acquista valore etico solo quando venga accolto fra le sue intuizioni. Dalle intuizioni etiche individuali, in quanto vengono accolte nelle comunità umane, scaturisce ogni attività morale dell'umanità. Si può anche dire, che la vita morale dell'umanità è la somma complessiva dei prodotti dell’immaginativa morale degl'individui umani liberi.