scritti, riflessioni e articoli

 

 

 

 

 

 

Articoli del 2010

 

24 maggio 2010 - La Cronaca di Piacenza: Banca centrale, il nemico di classe

13 maggio 2010 - Via Cialdini: Rytmus et mensura (video)

11 maggio 2010 - Enclave - Libertà fa rima con città volontaria

28-29 aprile 2010 - Via Cialdini, Movimento Libertario, La Cronaca di Piacenza, AgoraVox, e Trentino Libero: Pil, banche e signoraggio (Contro l'intromissione dello Stato in economia. Crisi economiche e creazione della moneta. Governi schiavi delle banche centrali.
Dall'Argentina alla Grecia: l'esproprio della sovranità monetaria).

17 aprile 2010 - Agoravox e Via Cialdini: Patologia del formalismo

11 e 08 marzo 2010 - Agoravox e Via Cialdini: La formalità non è essenziale - Leggi, ideologia, catechesi

03 marzo 2010 - Via Cialdini, Agoravox: La nuova era

22 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza: Debito pubblico. Scambi di lettere con Di Pietro

18 e 14 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza e Agoravox : Il Sinedrio, Giuda e la falsità

13 febbraio 2010 - Agoravox: Don Mascella

12 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza: Il corporativismo non equivale al capitalismo

11 febbraio 2010 - Via Cialdini: Problema economico e problema monetario

4 febbraio 2010 - Via Cialdini e Blu Arte: DODI&C, il corporativismo

2 febbraio e 31 gennaio 2010 - Agoravox, Blu Arte e Via Cialdini: Ipertrofia dell'io e intolleranza

26 gennaio 2010 - Via Cialdini: Tre mondi

19 e 20 dicembre 2010 - Via Cialdini, Blu Arte e Agoravox: Non esiste libertà politica senza libertà economica

16 dicembre 2010 - Agoravox: Risponda signor Di Pietro

05 dicembre 2010 - Agoravox: Pensieri sociali per il 2010

 

Articoli del 2009

29 dicembre 2009 - Agoravox: Marx-superstition

22 dicembre 2009 - Agoravox: L'unica solidarietà possibile

19 dicembre 2009 - Agoravox: L'odio ha radici antifilosofiche

17 dicembre 2009 - Agoravox: Il paradosso dodi&c

15 dicembre 2009 - Agoravox: Pensiero malato e pensiero sano

11 dicembre 2009 - Movimento Libertario: Maiali e struzzi della D.O.D.I.&C.

4 dicembre 2009 - Agoravox: Mascariamento

20 novembre 2009 - Enclave: Gli uomini polpetta amici dei governanti

18 novembre 2009 - Agoravox: Riflessione sul crocifisso nelle scuole

18 novembre 2009 - Fainotizia: Il paradosso principale della dodi&c

4 novembre 2009 - Secolo d'Italia: E Montesano canta il rap dei libertari

4 novembre 2009 - Agoravox: Stato, un falso valore

22 ottobre 2009 - Agoravox: Improduttività dei dibattiti sul lodo Alfano&C

21 ottobre 2009 - Libero: L'autunno caldo del popolo No Tax

6 ottobre 2009 - Libertà: La lezione del Gattopardo
6 ottobre 2009 - Enclave: Lo swing del mercato
28 settembre 2009 - Padovanews: Prevedibile e inevitabile
25 settembre 2009 - Libertà: La crisi economica mondiale e gli stessi errori del passato
21 settembre 2009 - Padovanews: Connessioni mafiose di ieri e di oggi
24 agosto 2009: Libertà: A Fiorenzuola una squadra eccezionale di medici e infermieri
15 agosto 2009 - Padovanews: La numerologia dell'io

29 luglio 2009 - Padovanews: The supernoise
23 luglio 2009 - Padovanews: Keynes, ovvero il prototipo del cretino
23 luglio 2009 - Enclave: Cattivi maestri. Lord Daherendorf, il "codino" rosso del potere

10 luglio 2009 - Padovanews: Il debole pensiero di un debole uomo

2 luglio 2009 - Libertà: Ci vuole meno statalismo per uscire dalla crisi

1 luglio 2009 - Enclave: Il buon senso dello Stato? C'è solo da abbattere le tasse

1 luglio 2009 - Padovanews: È auspicabile meno statalismo per uscire dal caos sociale

21 aprile 2009 - Libertà: Come è stata pensata l'adozione dell'ora legale, così è pensabile un'unica "tassa legale"

16 marzo 2009 - Libertà: Il fallimento della democrazia

4 gennaio 2009 - Libertà: La cartolarizzazione dei debiti è all'origine della crisi

 

Articoli del 2008

 

29 agosto 2008 - Libertà: L'"io" di autodominio è scoperta di sé. Per questo fa paura al "signore"
29 luglio 2008 - Libertà: I tassi di interesse e il costo del denaro
20 luglio 2008 - Libertà: In scena Leonardo Vecchi e Nereo Villa
1 luglio 2008 - Libertà: Nereo Villa a "Precari Sipari" in San Matteo
29 giugno 2008 - Libertà: Bankenstein, eroe negativo della criminalità finanziaria
24 aprile 2008 - Libertà: Economia al tracollo se sparisse l'evasione
27 marzo 2008 - Libertà: Il dicografico Scheller riscopre e ripubblica in Cd un ellepì del '72 di Nereo Villa
18 gennaio 2008 - Libertà: "Truffa" della flessibilità e reddito di fondo incondizionato
7 gennaio 2008 - Libertà: Politica ed economia: per alzarsi non ci si può coricare
 

Articoli del 2007

 

11 dicembre 2007 - Libertà: Proposta di una flat-tax progressiva
5 ottobre 2007 - Libertà: Sceneggiata continua
26 settembre 2007 - Libertà: Negli anni '80 era leghismo, ora si chiama grillismo
7 marzo 2007 - Libertà: Ipertrofia del "Pil-oro"
23 gennaio 2007 - Libertà: Emissione di moneta: l'unica liberalizzazione necessaria

 

Articoli del 2006

 

29 dicembre 2006 - Libertà: Assurdo il diritto alla morte se manca il diritto alla vita

18 dicembre 2006 - Libertà: La simbologia dell'abete divenuto Albero di Natale

7 dicembre 2006 - Libertà: Un fisco veramente equo

29 novembre 2006 - Libertà: Se democrazia vuol dire trasparenza

21 agosto 2006 - Libertà: Gli Usa vogliono controllare l'intera area mediorientale

21 agosto 2006 - Libertà: Guerra e pensiero debole. Le truppe in Libano

11 agosto 2006 - Libertà: Tanti aiuti alle famiglie cambiando il sistema bancario

23 luglio 2006 - Libertà: I popoli proprietari della propria moneta, dei risparmi che creano

30 marzo 2006 - Libertà: A ciascun cittadino una quota del reddito del capitale dello Stato

30 gennaio 2006 - Libertà: Improduttivo il partito di Grillo

12 gennaio 2006 - Libertà: Il muro di Maastricht peggio di quello di Berlino

6 gennaio 2006 - Libertà: Previsioni di bancarotta mondiale

2 gennaio 2006 - Libertà: Lo Stato dovrebbe emettere denaro senza avvalersi della banca centrale

 

Articoli del 2005

 

21 dicembre 2005 - Libertà: Banche, e presidenti assassinati

31 agosto 2005 - Libertà: Sistema monetario rastrella ricchezza

23-27 agosto 2005 - Rassegna stampa del concerto "Point of Light"

17 agosto 2005 - Libertà: Un premio per chi sa calcolare il Pil

8 agosto 2005 - Libertà: Cristianesimo reale a confronto con tasse e sistema bancario

24 luglio 2005 - Libertà: Il diritto di ingerenza della chiesa nello Stato laico

 

 

Articoli del 2004

 

18 novembre 2004 - Libertà: Scadenze epocali

4 ottobre 2004 - Libertà: Bastonature. Il prelievo fiscale non va ridotto, ma abolito

27 luglio 2004 - Libertà: Solidarietà a Pazienza che invoca la scarcerazione

10 febbraio 2004 - Libertà: I casi Sofri e Pazienza

 

Articoli del 2003

8 ottobre 2003 - Libertà: Sistema bancario mondiale e rischio per i titoli di Stato

24 settembre 2003 - Libertà: "Pagabili a vista al portatore" ma i nostri soldi non esistono più

 

Articoli del 2002 (in costruzione)

Articoli del 2001 ( " )

Articoli del 2000 ( " )

 

scritti inediti

 Favola del lupo Pino

 

 

L'errore fondamentale del kantismo


 

 

Il pescivendolo della dodi&c

 

Esistono pescivendoli che non credendo nei propri pesci (idee) diventano pescati essi stessi nella rete ideologica di dogmi. Il dogma ha infatti un'etimologia molto antica, dato che il termine ebraico "dag" significa pesce...

 

Il pescivendolo di cui intendo parlare non è dunque il solito pescivendolo del mercato ma è un soggetto che vende idee, in cui però egli stesso non crede. Infatti poiché le idee sono immateriali ed egli non le può toccare con le mani materiali, attribuisce loro realtà infima. Questo pescivendolo è in realtà egli stesso un pesce, caduto in una rete ideologica che lo ha pescato estraendolo dal vitale elemento in cui prima poteva ancora muoversi. Perciò si tratta di un essere stantìo, che propone se stesso come mercanzia, ed è naturale che emani più puzza che profumo.


Così io sento tutti gli appartenenti alla dodi&c, acrostico da me inventato per caratterizzare la Compagnia (o la Corporazione statale) Dove Ogni Deficiente Impera, sia quelli che stanno in parlamento, sia quelli che stanno fuori boccheggianti nell'anelito ad entrarvi, o imitando nell'imbecillità coloro che vi sono già entrati.


Nella loro assoluta assenza di vitalità e di creatività, questi pesciolini devitalizzati non riescono a percepire alcun collegamento di pensiero. Perciò sono ciechi volontari del bene, concepiscono solo il male, ed hanno una solidissima fede mistica nel dogma della malvagità della natura umana (concezione dell'"homo homini lupus" per intenderci). Per questo motivo non vedono la presenza (virtuale o reale) intorno a loro di persone che, pur non pensandola allo stesso modo, si stimano e si amano perfino. E poiché tale presenza contrasta il loro unirsi-contro qualcuno o qualcosa, che è uno dei loro dogmi fondamentali (proletari di tutto il mondo unitevi, sottinteso: contro i padroni, per es.) si fanno detrattori di essa.


Personalmente ho pensato per molto tempo che fosse giusto intervenire nel web portando la mia felicità, o potenziando il positivo, in modo da far crescere la speranza ai disperati. Ma oggi non la penso più così, dato che per certe persone il positivo è l'impositivo, l'imposta, la tassa, la pena, la penalizzazione, il rigore, e dunque la crisi, la carestia e la fame.

 

Sono dunque cambiato. Non sono più un militante della positività, e mi sento un alieno rispetto alla dodi&c!

 

Questo però non mi capita con coloro che mi vivono accanto. Con loro racconto di questa mia parziale mutazione di rapporto con gli immutati immutevoli, e del fatto evidente che le stelle (sidera) non sono per niente favorevoli alle loro con-siderazioni, dato che gli immutevoli non si sviluppano interiormente ma solo esteriormente come numero, gruppo, crocchio. E ci facciamo anche delle risate, non solo a proposito di questi immutevoli gregari, che già sono buffi come nani che non crescono, ma anche del loro corporativismo creduto capitalismo da combattere, o del loro socialismo creduto sistema economico collettivistico da attuare mediante corporazioni (dodi&c, corporazioni dodi, appunto).


Ciò che emerge in questa loro deficienza di
pensiero (pensiero debole) e quindi di veggenza è una filosofia, che ho spesso caratterizzata come nanosofia (o nanofilosofia), la quale è la cocciutaggine di non voler vedere la verità.


In verità il sistema economico socialista - o più genericamente, collettivista - era già screditato a partire dal IV secolo prima di Cristo.

 

I primi accenni di critica a questo sistema di pesci "mauro" dalla prominente mascella, risalgono alla "Politica" di Aristotele, là dove osservava che il possesso privato delle proprietà incoraggiava comportamenti umani responsabili in modo più sollecito di quanto non facesse il collettivismo (descritto da Platone nella "Repubblica"). "Che tutte le persone", diceva Aristotele, "chiamino propria - col significato usuale del termine - la stessa cosa può essere bello, ma è impraticabile; oppure, se il termine viene adoperato in un senso diverso, una tale unità non conduce in alcun modo all'armonia. [...] Il fatto è che ciò che è comune al maggior numero riceve il minimo di cure. Ciascuno pensa principalmente al proprio interesse, e difficilmente a quello comune, o solo quando ciò lo riguardi personalmente come individuo. A parte altre considerazioni, tutti sono più portati a sottovalutare i servizi spettanti agli altri; come nelle famiglie, molte presenze sono spesso meno utili che poche".

E non dice forse questo oggi Ludwig von Mises nel suo libro intitolato "Socialismo" (Ludwig von Mises, "Socialismo. Analisi economica e sociologica", Milano, 1990) in termini più tecnici e rigorosi?

E Garret Hardin nel suo "The Tragedy ot the Commons" non spiegava forse già nel 1968 che le difficoltà notate per la prima volta da Aristotele ci affliggono soprattutto nel dominio pubblico dell'ambiente ecologico?

Queste critiche al collettivismo, associate ad alcuni argomenti morali contro di esso, non dissuasero però la dodi&c dal tentativo di mettere in pratica tale sistema cretino. Ed il nostro tempo è ancora pieno di sforzi entusiastici, ostinati, visionari ed opportunistici - ma quasi sempre sanguinari - di realizzare il sogno collettivista.

Prima ancora del crollo dell'esperimento sovietico appariva già chiaro alla maggior parte della gente che il collettivismo semplicemente non stava riuscendo ad assicurare alla gente una vita decente.

Una testimonianza di ciò è data dall'ammissione del fallimento del collettivismo - alla vigilia del collasso dell'economia del blocco sovietico - da parte di un sostenitore stesso del socialismo, Robert Heilbroner, che nel suo saggio "After Communism" scriveva nel 1990: "Ludwig von Mises ha scritto sull'impossibilità del socialismo, dimostrando che nessun Consiglio Pianiflcatore Centrale potrebbe mai entrare in possesso dell'enorme ammontare di informazioni, necessario a creare un sistema economico funzionante [...] Risulta, naturalmente, che Mises aveva visto giusto..." (The New Yorker , 10 settembre 1990).

Tuttavia, non diversamente da precedenti pensatori che hanno visto con i propri occhi gli esempi fallimentari di certe normative morali o di certi schemi politici perfezionistici ed idealistici, Heilbroner non dice addio alla sua idea fallimentare socialista, e fa notare che ci sono due modi in cui essa può rimanere qualcosa di concettualmente utile. In primo luogo, essa ci può indicare obiettivi parziali da raggiungere - ma sempre nel contesto di un sistema economico essenzialmente capitalistico. In secondo luogo, essa può riemergere come un'aggiunta al movimento ecologista: "La crisi ecologica verso la quale ci stiamo rapidamente avviando ha offerto l'occasione per moltissimi commenti scientifici, ma sorprendentemente pochissima attenzione da parte degli economisti. Ciò nonostante, se c'è un problema che che ogni sistema socio-economico dovrà affrontare nei prossimi decenni, sarà proprio quello di come conciliare la nostra economia con le esigenze dell'ambiente. Di come operare, insomma, per assicurarsi che il processo vitale di approvvigionamento delle risorse non contamini lo strato verde-blu dal quale dipende la vita stessa. Questo bisogno imperativo interesserà tutte le formazioni sociali, ma nessuna così profondamente come il capitalismo".

Cos'è allora questa nuova paura di questo nuovo problema che si asserisce essere troppo complicato da gestire per uomini e donne liberi?


Heilbroner continua: "È forse possibile che alcune delle istituzioni del capitalismo - i mercati, la divisione dei poteri, perfino la proprietà privata di certi tipi di produzione - possano essere adattate alla nuova situazione di vigilanza ecologica, ma se è così devono essere monitorate, regolate e contenute ad un grado tale che sarebbe difficile chiamare capitalistico l'ordine sociale risultante". Ahahaha aha aha! Eccolo là il dodi-controllore!

Questo scetticismo nei confronti del capitalismo, in qualche modo nuovo ma nella sostanza antiquato, dovrebbe essere esaminato un po' più da vicino, se non altro perché è giunto il momento di smascherare le tecniche che sfruttava per minare la libertà umana.

Personalmente non vedo alcuna ragione per nutrire questa sorta di sfiducia nel mercato, tale da costringermi a riporre la mia fiducia in una burocrazia scientifica. Se uomini e donne agenti nel nel mercato - guidati da norme legali basate sui loro diritti individuali alla vita, alla libertà ed alla proprietà - sono davvero incapaci di far fronte alle sfide ecologiche che Heilbroner aveva in mente, non vedo assolutamente alcuna ragione di credere che queste sfide possano affrontarsi meglio facendo ricorso a qualche ennesimo strumento statalistico.

Perché mai alcuni burocrati ecologicamente benpensanti (gli esponenti della dodi&c si proclamo benpensanti, ma in realtà si tratta di non-pensanti in assoluto) dovrebbero essere più motivati, più competenti e più virtuosi di quei burocrati mossi dalla preoccupazione per le masse del mondo affamate, trattate ingiustamente, povere, prive di educazione artistica o ignoranti? Non ho alcun motivo per attribuire a qualche politburo o a qualche comitato centrale ecologico una qualsivoglia caratteristica più nobile rispetto a tutti quelli che hanno già tentato di costringere con la forza a comportarsi in un certo modo.

Se gli uomini e le donne liberi non sanno gestire l'ambiente, nessuno lo farà per loro (il pensiero debole non arriva a capire questo passaggio). Nei fatti, se l'uomo esamina le origini dei suoi problemi ecologici, si accorge che la pessima prova offerta dal collettivismo nella gestione ambientale dovrebbe quanto meno suggerire che il problema sta nella scarsità di capitalismo.

Invece ciò che Heilbroner e la dodi&c mancano di riconoscere è che la maggior parte dei problemi ambientali che preoccupano la gente sono dovuti alla tragedia dei beni collettivizzati ("Tragedy of the Commons") e non alla privatizzazione delle risorse o all'applicazione dei principi che vietano lo scarico dei rifiuti ed altri tipi di trasgressioni.

Le soluzioni dei problemi della gente odierna sono vicine solo se si fa attenzione alla protezione dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà. La migliore difesa del libero mercato poggia infatti sul riconoscimento che la natura umana è essenzialmente individuale. In altre parole, l'approccio dei diritti individuali è il più naturale, ed è quello che più prontamente favorisce la natura e, di conseguenza, l'ambiente. Se oggi vi è una crisi ambientale, questa è dovuta al fatto che fino ad ora l'azione umana si è sviluppata prescindendo da considerazioni di benessere ecologico.

Ma in che modo si può sapere quali azioni umane possano essere più o meno favorevoli alla salute ambientale? Conoscendo la natura umana: la bontà della natura umana, quel che gli esseri umani sono e cosa questo comporta per la loro condotta nell'universo naturale. Come individuo umano io sono dotato di diritti fondamentali alla vita, alla libertà ed alla proprietà. Proprio perché nasco con un corpo mio, di mia proprietà. E questo è quanto ha sempre affermato la tradizione giusnaturalistica (liberale classica). Se io so questo, allora so anche che questo è il modo in cui posso meglio adattarmi all'ambiente naturale.

 

L'uomo dell'ambientalismo che mi parla di Kioto impari ad aver fiducia negli uomini e nelle donne liberi, e non nello Stato. Vaffanculo Stato... Tu e i tuoi puzzolenti pescivendoli supernoise...

Bibliografia: Carlo Lottieri - Guglielmo Piombini, "Privatizziamo il chiaro di luna!", Treviglio, 1996.

 

Lettera aperta agli onorevoli

animali politici &C

 

Onorevoli animali politici e compagnia, dove ogni deficiente impera (da cui l'acrostico dodi&c, indicativo della famosa scuola dei reggicoda di regime, mistici della religion of darkness e adoratori di principi pseudofondamentali di una Costituzione, impostami come bibbia dell'oscurità, da accettare senza fiatare)!

 

Democrazia e uguaglianza sono, nella nostra Costituzione, principi pseudofondamentali!

 

Riflettete un momento, se siete capaci, ma ne dubito. Lasciate perciò che insulti il vostro pensiero debole, e la vostra cecità volontaria, perché ogni mio insulto è comunque e sempre una provocazione al miracolo della vostra veggenza che è ancora da venire!

I sopracitati principi fondamentali della Costituzione sono una vera bufala. E lo dimostrerò nei relativi articoli, o bestie infami!

"Art. 1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

La Repubblica è democratica? Sicuro, ma al tempo della Costituente non tutti avevano in testa la stessa cosa al riguardo. Che significa democrazia?

 

La democrazia rappresentativa è una democrazia, ma la democrazia popolare è un concreto sistema politico, opposto all'espressione che lo definisce! Riuscite a capire nel vostro pensiero debole, anzi bacato, che il principio democratico fu accolto per il semplice motivo che l'assemblea costituente fu eletta a suffragio universale? Infatti come avrebbe potuto verificarsi che un'assemblea, eletta in tal modo, avesse potuto istituire un'autocrazia? Solo una dodi&c cioè una compagnia di deficienti avrebbe potuto tanto!

Contro le adulterazioni della vostra odierna orwelliana neolingua, il concetto di democrazia ha (avrebbe dovuto avere o no?) il significato universale e univoco di metodo pacifico per deporre liberamente i governanti sgraditi. E solo questo può voler dire che nella "mia" democrazia, che è fondata sulla "tua" democrazia, e viceversa, in quanto sostanziate da universalità e non da debolezza di pensiero, è il popolo che sceglie le autorità supreme. Il popolo che significa? Significa TUTTO il popolo, in modo eguale. Infatti non può esservi democrazia senza uguaglianza individuale. Dunque la democrazia è (avrebbe dovuto essere o no?) sovranità di uomini uguali. E perché? Perché essa è simile ai battiti del cuore di un organismo: i battiti devono andare a tempo. Se vanno fuori tempo si produce una sincope, e l'organismo muore. Ma questa esigenza ritmica riguarda esclusivamente il diritto da uomo a uomo! Non altro. Infatti la "egalité", per andare d'accordo con le sue consorelle rivoluzionarie "liberté" e "fraternité" deve scorrere nell'alveo del proprio torrente che è il diritto, non nell'alveo della "liberté", che è la cultura, né in quello della "fraternité", che è l'economia. Perché se, per es., io voglio lavorare più di te, sono fatti miei, e nessuno deve impedirmelo in nome della "egalité". Oppure, altro es., se i risultati dei miei studi mi portano a dire che la Costituzione italiana è una cagata pazzesca, nessuno deve avere il diritto di impedirmelo, se non attraverso la confutazione degli stessi. Ma nel pensiero debole delle università deficienti di universalità, chi confuta chi?

Storicamente l'uguaglianza viene prima della democrazia. Detto in soldoni: io sento che se tu ed io vogliamo attenerci a regole, le regole a cui dobbiamo attenerci devono essere approvate da entrambi. "La civilizzazione portò ad acquisire prima la nozione e il sentimento d'uguaglianza, poi d'eguale potere nell'elezione del governo, cioè della democrazia" (Pietro di Muccio "Orazione per la Repubblica", Ed. Liberilibri, Macerata 1990).

"[...] La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"? Ma che senso ha proclamarlo? Non ve lo siete mai chiesto nella vostra testa bacata?

 

Il primo dei principi fondamentali della Costituzione non avrebbe potuto benissimo essere "La Repubblica è una democrazia", con molto risparmio di parole? O meglio, avrebbe potuto anche omettersi del tutto, perché del tutto inutile, dato che la definizione del governo di un organismo sociale si ricava dal complesso stesso della Costituzione. Ma evidentemente ciò non bastava. Perché non bastava? Chiedetevelo, o caproni, prima di passare all'articolo 2.

"Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale"

La vedete nell'art. 2 la malefica cazzata? Senz'altro non la vedete perché non siete abituati alla ragione, e siete abituati al compromesso eteroimposto. Ma per quanto si possa virtuosamente chiamare "compromesso istituzionale", questo vizio originario dei principi fondamentali è né più né meno di uno squallido compromesso imposto. E mai la parola "compromesso" ebbe significato tanto squallido. Stiamo infatti parlando di principi fondamentali della Costituzione o stiamo parlando di prestazioni di escort e trans?

L'articolo 2 fa mi fa cagare! Cioè mi infastidisce. Non solo perché sento questa norma come declamatoria ed enfatica, ma perché io pretendo un punto fermo dopo la parola uomo, così: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo". Punto e basta. Cos'altro c'è da dire se non l'elenco di tali diritti? Perché che l'uomo non viva solo, che sia "animale politico", cioè civile, è fatto ormai ovvio, così come è pure ovvio che egli intrattenga relazioni con il mondo esterno, con individui e cose... Qui la Costituzione sembra scritta più per esseri non terrestri ma appartenenti a un altro pianeta. Magari a un pianeta di bestie in cui l'"animale politico" sia, appunto, più animale che politico.
 

La vedete o no nel vostro cervellino affumicato la pericolosissima trappola di "principi fondamentali" come questo? In quell'"adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" si annidano precise insidie. Io lo percepisco bene. Sono matto? Sono matto come Leonardo Facco, Giorgio Fidenato, Carbone, Hoppe, Rothbard, Mises, ecc., potrei continuare a lungo... Siamo tutti matti? Insomma può davvero la solidarietà essere "politica, economica e sociale"? Cos'è questa? La

 G. Fidenato al Congresso dei Radicali Italiani, Chianciano, novembre 2009

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prescrizione di una costituzione? Il bene non può essere imposto dalla legge!

Il compito della legge, e dunque della costituzione in quanto legge suprema, non è imporre o auspicare il bene, bensì impedire il male.

 

Riflettete, idioti.

Non è facile né semplice impedire il male che gli idioti causano agli umani. Però questo è l'arduo e complesso ufficio che dovrebbe avere una sana Costituzione. Questo, non altro. La Costituzione non deve promuovere direttamente il bene. La Costituzione deve invece preservare condizioni nelle quali il bene LIBERAMENTE possa essere compiuto dagli umani; comunque, condizioni in cui il male sia prevenuto quanto possibile, o represso e punito quanto merita.

Del resto perfino voi, portatori di pensiero debole, culattacchioni e/o debosciati, sapete, come io so, che non ha nessun valore morale operare il bene sotto la sferza di una costrizione irresistibile. Il bene vero, per essere tale, esige dall'individuo volontà, azioni, facoltà di scelta ed assenza di restrizioni che le coartino o impediscano. Il bene implica la valutazione di possibilità cattive, e presuppone il rifiuto del male.

 

In un organismo sociale libero, l'imposizione legale di un'azione virtuosa potrà forse anche esservi, ma solo come eccezione, che confermi la regola opposta, perché un organismo sociale sano si può reggere solo su divieti, non su comandi.

 

Nessuno mi può comandare, o bestie! Le bestie possono essere comandate o addomesticate. Non io. Io non sono un ruminante.

Nel suo libro "Orazione per la Repubblica" (op. cit.), Pietro di Muccio mostra il carattere determinante e decisivo che dovrebbero avere delle vere costituzioni. Ma lo fa in modo troppo gentile. Io sento che è finito il tempo di essere gentile con delle teste bacate come voi, dato che non siete colpevoli in quanto deficienti ma in quanto volete permanere nella vostra deficienza per non voler evitare l'errore del passato, quello di proclamare fondamentale ciò che, alla meglio, è solo retoricamente accessorio.

 

Ma procediamo.

"Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"

Questo articolo è stato considerato, nella politica e nella giurisprudenza, uno dei pilastri del nostro ordinamento poiché sanzionerebbe il principio di eguaglianza.

Ma lo fa solo nel primo comma, e per il resto è posto in forma barocca, vale a dire senza forma certa e ben determinata! È uno sformato alla supercazzola! Viene cioè scritto che tutti hanno pari dignità sociale e che sono tutti uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Ma serviva questo elenco, questa scolastica spiegazione assolutamente inopportuna in una costituzione? Non avrebbe forse potuto formularsi l'articolo 3 in modo lapidario? Da almeno 2500 anni l'Occidente ha acquisito (e ripetutamente perso, purtroppo!) il valore supremo dell'isonomia.

 

Oggi però, se parli di isonomia ti ridono in faccia. Cos'è un nuovo tipo di fellatio per magistrati? Eppure l'Italia conosce l'isonomia come immancabile iscrizione nelle aule giudiziarie: "La legge è uguale per tutti". L'isonomia esprime perfettamente il concetto della prima parte dell'articolo 3. Ma poi che succede? La seconda parte dell'articolo 3 stabilisce invece il suo esatto contrario, dato che questa seconda parte dice "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". E ciò è una palese contraddizione della prima: una vera e propria antinomia. Altro che isonomia! Rifletteteci o uomini lupo! Ahahaha aha aha ah! Ma non arrampicatevi sugli specchi!

 

Generalmente questa seconda parte viene considerata il logico complemento della prima, o la conseguenza implicita del principio di uguaglianza, o la finitura di una disposizione altrimenti imperfetta. Invece è una idiozia, antitetica alla prima per una considerazione, tanto facile quanto inconsueta tra giuristi e politici. Perché inconsueta, se facile? Chiedetevelo bestie?

 

A tal proposito Pietro di Muccio dice nel suo libro che si rifiuta di credere "che difettasse l'intelligenza in chi avrebbe potuto accorgersene" e che il contrasto sia stato invece

"volutamente celato per motivi che devono essere condannati senza appello. Questa disposizione attribuisce infatti alle autorità centrali e locali la potestà di violare l'uguaglianza dei cittadini per procacciarsi il favore, specialmente elettorale, di gruppi particolari. È una potestà spaventosa per la società che la subisce, ma inebriante per l'autorità governante che la esercita. Serve a compiacere e pavoneggiarsi, ma a danno dell'etica e del diritto".

E prosegue

"Chi può negare che, se la legge è davvero uguale per tutti, cercare di sistemare le condizioni materiali degli individui, in modo da porli nella identica posizione di fatto, significa appunto discriminarli? E che la persona umana si sviluppa davvero ed è effettivamente partecipe della comunità soltanto se la legge è uguale per tutti; mentre, quando le autorità si propongono di livellare le condizioni economiche, sono costrette ad infrangere l'uguaglianza legale, perché debbono trattare in modo diverso persone diverse per collocarle alla pari? In ciò sta appunto la stridente violazione dell'isonomia".

Ed ancora:

"Questo articolo 3, sotto la veste del migliore proposito, cela il germe distruttivo della società libera, che non può reggersi dove il governo pretenda di assegnare ai cittadini un posto prefissato e determinare le loro condizioni economiche e sociali tendenzialmente secondo uno standard eguale o prestabilito. L'effettiva partecipazione alla vita della nazione nei suoi vari aspetti si riscontra storicamente soltanto dove la costituzione lascia sprigionare le sinergie della libertà. Non la politica egualitaria, bensì gli sforzi per eccellere e la concorrenza economica determinano la partecipazione civica. Pure tralasciando l'aspetto etico, notiamo che l'isonomia stimola l'intraprendenza e l'ingegnosità, mentre l'uguaglianza materiale le ostacola. L'imposizione dell'egualitarismo intralcia la sperimentazione del nuovo, l'imitazione dell'utile, la selezione del meglio: tre processi fondamentali della civilizzazione. Dove questi mancano o stentano, la partecipazione, quantunque sbandierata, è solo una parola" (ibid.).

L'isonomia è allora (dovrebbe essere, o no?) il vero principio fondamentale dello Stato di diritto stesso, in grado di mettere a disposizione di tutti, tutti gli strumenti possibili per influire in modo deciso sugli affari pubblici e forgiare indirettamente anche la propria vita privata.
Considerando poi il lato etico della questione, l'immoralità dell'egualitarismo risulta evidente agli uomini giusti o a coloro il cui senso morale è fondato sulla stima differenziata dei comportamenti individuali, come insegnavano le antiche regole del diritto: "honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere" ("vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo"). Se infatti il metro di giudizio dev'essere uguale, non si possono trattare tutti allo stesso modo: se io guadagno di più perché lavoro di più, mi penalizzi di più? In tal caso il criterio della retta condotta non avrebbe senso. Invece tale criterio è determinante nello sviluppo umano. Dunque l'articolo 3, osannato come un cardine della nostra Repubblica, "può equipararsi invece ad un grimaldello per scardinarla. È prova lampante dell'origine compromissoria della nostra Costituzione, una tara che ne snatura troppe clausole" (ibid.)!!!


"Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

Con l'articolo 4 si entra nel vero e proprio trappolone dello statuto totalitario, ben incastonabile nelle "costituzioni" degli Stati nazisti e collettivisti.

Leggi attentamente i due commi. Il primo afferma: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto". Il secondo stabilisce: "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

Scandalizzati fin che vuoi o pecorone dal pensiero debole, ma la verità che odi è proprio il fatto che uno Stato non può riconoscere il diritto al lavoro, perché se tutti possedessero naturalmente un diritto al lavoro, la Repubblica avrebbe l'obbligo legale di garantire tale diritto, assegnando a ciascuno un impiego. Così però si instaurerebbe tra cittadini e Repubblica un rapporto giuridico semplicemente mostruoso. Infatti è aberrante già solo immaginare che uno Stato sia obbligato a dare a tutti un lavoro. Una condizione politica di tal genere è esattamente qualificabile come totalitaria, dato che la vita di ognuno verrebbe determinata dallo Stato, concepito come il dispensatore del sostentamento materiale di tutti!

 

Il famigerato articolo 4 afferma poi che la Repubblica promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro. Ma questo dispositivo, questo promuovere, può essere tanto buono quanto cattivo, ed è proprio questa ambivalenza ad accentuarne la pericolosità. Infatti, promuovere le condizioni che rendano effettivo il lavoro può significare lo stesso dell'articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, con tutte le conseguenze dannose e le implicazioni maligne sopra citate. Ma si può anche interpretare il dispositivo accennato - che non è stringente ed apodittico come il secondo comma dell'articolo 3 - nel senso opposto, e cioè che la Repubblica preservi le possibilità dell'evoluzione spontanea e dello sviluppo libero della società! E con ciò si entra qui nel regno dell'imbecillità più stolida, cioè nella dodi&c più profonda, cioè nella vera e propria Costituzione del bestialismo materialistico pratico!
 

Infatti

"in quale Costituzione ideale inseriremmo il dovere incombente ad ogni cittadino di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società? È troppo facile osservare che su questa disposizione potremmo intentare a Socrate un processo per vagabondaggio. Sappiamo fin troppo bene quanto faccia comodo anche oggi in certe dittature l'accusa di parassitismo per sbarazzarsi di individui politicamente sgraditi. Né possiamo dimenticare che qualche codice penale, non propriamente liberale, punisce l'accidia" (ibid.).

La verità è che nessuno è in grado di giudicare quali funzioni o prodotti siano utili all'organismo sociale, finché la gente non li abbia sperimentati ed accettati.

Quindi nessuno, nella mia Costituzione (cioè in una concreta Costituzione poggiante su universalità del pensare, e non su pensiero debole), può arrogarsi il diritto di stabilire - perché ne mancano a chiunque le capacità - se bighellonare in piazza, dialogare con amici, imbrattare tele, martellare marmi, piegare ferri, scrivere musica e parole, coltivare hobby, scialacquare proprie sostanze, inventare oggetti, scoprire novità, siano attività socialmente utili o inutili:

"Una saggia Repubblica non carica questi doveri sulle spalle degli uomini, perché sono doveri che possono esistere solo dove la libertà è così flebile fiammella che il soffio di un burocrate può spegnere a discrezione" (ibid).

"Art. 5. La repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento".

L'articolo 5 stabilisce un buon programma politico per il governo di un organismo sociale sufficientemente libera. Ma i programmi governativi stanno meglio fuori delle costituzioni, e la storia insegna che comunque nessuno di essi si sia attuato fino in fondo. Figuriamoci i programmi interni alle costituzioni! È come immaginare nell'organismo umano un programma di inspirazione e di espirazione dell'aria in luogo del naturale sistema respiratorio. Forse che si respirerebbe meglio?

"Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme delle minoranze linguistiche".

Con l'art. 6, si afferma la tutela delle minoranze linguistiche. Possiamo comprenderne più la ragione che la presenza nella costituzione. Perché già nell'art. 2 la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo. Ed è ovvio che il diritto alla propria lingua e cultura sia un diritto primordiale, che precede molti altri, dato che è un diritto all'integrità fisico-spirituale, ed il linguaggio è parte essenziale della persona: se si vietasse l'idioma in cui una minoranza desidera esprimersi, si conculcherebbe un modo di manifestare la personalità, quindi la libertà individuale; strappare la lingua a qualcuno è dunque un orribile delitto, sia in senso metaforico che in senso reale. Dunque, anche questa norma è pleonastica, se l'articolo 2 ha un senso, a che serve l'art. 6?

 

Vengono poi gli articoli 7 e 8, che sembrano molto italiani. Non li trascrivo in quanto li sento come bastardi, spuri, che non c'entrano con la Costituzione. Infatti traggono origine dalla storia e dalla geografia dell'Italia, completamente uniche al riguardo. La chiesa cattolica è istituzione romana, tradizione nazionale, religione universale. Anteriore alla Repubblica, la forza di questo imponente retaggio ha pesato sulla bilancia costituzionale e premuto l'assemblea costituente a sanzionare la specialità della dottrina cristiana dei successori di Pietro. È evidente che l'articolo 8 costituisce una regola generale che tiene conto del principio di uguaglianza stabilito dall'articolo 3, uguaglianza davanti alla legge, isonomia che la Repubblica dovrebbe assicurare; mentre l'articolo 7 sancisce il privilegio! Cioè la norma specifica a favore di un soggetto particolare. E come tale, in contrasto con l'isonomia dell'articolo 3. Tuttavia gli articoli 7 e 8 non si compenetrano, né si escludono, ma si completano nell'affermare la libertà religiosa. Però si tratta, come ognuno può vedere, di una libertà squilibrata. Le confessioni religiose, in una società davvero libera, non possono essere discriminate. E la libertà religiosa dovrebbe essere garantita semplicemente statuendo che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere nel rispetto della costituzione. L'articolo 7 costituisce una delle disposizioni più note ed originali della nostra carta costituzionale. Ma vantarcene e magari ascriverla ad un superiore genio politico e giuridico, mi sembra troppo. Come dimenticare che uomini e gruppi personalmente e programmaticamente atei votarono l'articolo per interesse di partito, mentre tanti costituenti, credenti o agnostici, lo approvarono per ragion di Stato? Disposizioni di questo genere sono dunque figlie delle necessità della storia, non della costituzione.


L'articolo 9 poi accolla alla Repubblica lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione. E in genere ci si appella in questa norma in nome dell'ecologismo, esaltando la lungimiranza dei costituenti. Però, in me, tale articolo non suscita nessun verde entusiasmo, specialmente se lo considero insieme agli altri che lo precedono e seguono, e caricano sulle spalle della Repubblica un giogo tanto pesante che, a volerlo davvero portare tutto a destinazione, ne resterebbe schiacciata dopo un passo. E così, come una docile asina, La Costituzione può essere tirata da ogni parte. Tutti trascinano gli enti pubblici ad esercitare potestà su mille materie, invocando servizi e contributi. Alé! Vomitevole! Mi fermo qui.

 

Ce n'è da riflettere, no? Ciao animali sociali!

 

E state in campana, se non volete diventare sempre più animali e sempre meno sociali!

 

 

 

Riflessione su Belzebù


Quanto segue è il risultato della meditazione sul defecare, rispondente alla domanda se sia filosofico il defecare, ed alla quale rispondo oggi dopo che è stato a tutti visibile con gli occhi materiali la festa di ieri 9 novembre, festa della compagnia dove ogni deficiente impera (dodi&c).

 

Cosa fa una compagnia di deficienti nel ventennale della caduta del muro che costituisce la prova della propria deficienza? Festeggia.

 

La caduta del muro di Berlino ha infatti sancito il fallimento totale dell'Unione Sovietica e dell'economia pianificata, col suo parafrenale di morti e di schiavizzati. E la dodi&c, ovviamente, festeggia.

 

Questa festa del ventennale della caduta del muro e quella per il bimillenario di Vespasiano, o del Colosseo, monumentale simbolo di Roma che Vespasiano volle e commissionò nel 72 d.c. hanno qualcosa in comune: le tasse, dato che in Italia vige ancora il medesimo sistema fiscale di allora. Ma allora almeno la gente si incazzava un po'. Il cosiddetto "vespasiano", dal francese "colonne vespasienne" è infatti un termine dotto divulgato nel 1834 da giornalisti al fine di riabilitare il prestigio del conte Rambuteau, celebre urbanista parigino, ideatore di quegli orinatoi che, appena installati, il popolo aveva battezzato "colonnes Rambuteau". Il nuovo nome delle suddette costruzioni fu suggerito da un passo dello storico romano Svetonio (69-140 ca. d.C.), relativo all'imperatore Vespasiano, appunto, il quale, com'è noto, aveva tassato il prelievo dell'urina, liquido organico di pubblica produzione, che i tintori, prima di allora, raccoglievano gratuitamente per ricavarne ammoniaca. Si racconta che al figlio Tito, che lo rimproverava di tale imposta, egli aveva fatto annusare del denaro, chiedendogli se l'odore lo infastidiva. "No", aveva risposto Tito. E Vespasiano, pronto: "Eppure, proviene dall'urina!". Siamo in tema dunque!

 

Oggi però ci si guarda bene dal protestare... Anzi, si festeggia! Soprattutto la dodi&c!

Fra gli effetti prodotti dalla dodi&c, quello più fragoroso è infatti l'effetto-domino, come si è potuto percepire ieri, 9 novembre, festa appunto del ventennale della caduta del muro di Berlino e del socialismo reale. Questo mega effetto-domino delle tessere cadenti nel fragore del nulla televisivo e massmediatico, che da anni ho personificato in Supernoise, personaggio incredibile ma vero, anche solo per la sua facoltà di produrre rumore (noise).

 

Nel mia immaginazione Supernoise, cretino doc, è un esponente reale della dodi&c, le cui forze sono essenze impercepibili (pensiero debole) aventi qualità di percepibilità (vedi la caduta del muro!). Filosoficamente parlando, si tratta di forze del realismo metafisico, cioè di un miscuglio incoerente di realismo primitivo e di idealismo. È perciò il filosofo del defecare, nonché il prototipo del pagatore di tasse! È il filosofo che proclama ininterrottamente e perennemente la propria onestà, proprio come un personaggio dell'inferno dantesco: "Io sono un onesto cittadino che paga le tasse... io sono un onesto cittadino che paga le tasse... io sono un onesto cittadino che paga le tasse...", ecc.

Attraverso esposizione più o meno sgrammaticata dei suoi pensieri, il dodi-filosofo del pagamento è uso insultare pacatamente, cioè in modo politicamente corretto, tutti coloro che gli sembrano non sufficientemente filosofi al par suo, cioè contribuenti attivi dello Stato. In massima contraddizione con se stesso in quanto credente solo in ciò che concretamente tocca con mano, egli è un vero artista nel relazionarsi in astratto con gli altri. Parla per esempio di cultura giuridica come di qualcosa di sacro, di cui occorrerebbe andare fieri come del vero bagaglio culturale dell'Occidente, basato in profondità che, andando ben oltre il pensiero greco, affondano le proprie origini in una Roma ben anteriore all'anno zero. Peccato che quei mitologici tempi ab urbe condita vedesse nel fratricidio (Romolo che ammazza il fratello Remo) e nella rapina (ratto delle Sabine) i pilastri della fondazione stessa dell'Urbe, dell'urbanità, del civis romanus e dell'attuale civiltà. Nichilismo è la dottrina del nihil, cioè del nulla applicato al giure! Per forza di cose Supernoise è sempre costretto a parlare del nulla.

 

Peccato dunque, o Supernoise, che l'odierna cultura giuridica, da te considerata sacra, poggi sul nichilismo giuridico, e che l’attuale aritmia cardiaca dell’organismo sociale è inidonea a garantire il diritto, proprio perché anacronisticamente condizionata da nichilismo giuridico da un lato, e da economicismo dall’altro! Ma tu imperterrito, continui a parlare del nulla, o del "non io"... e di tutto ciò che il materialismo scientifico dichiara inesistente (per es., i colori, il tempo, l’io, appunto).

 

In tal modo la dodi-kultura di Supernoise, proietta sul suo mondo esterno (società, popolo, istituzioni, donne, amore, sesso, matrimonio, colleghi, genere umano, storia, vita, ecc.) il peggio di sé, dato che non può toccare ciò di cui parla, e di conseguenza ne è frustrato, appena qualcuno glielo fa notare.


I difetti di Supernoise costituiscono una costante del pensiero debole su cui poggia: è cretino, irriducibile, recidivo, caparbio, ostinato ed incallito.

Essendo cretino, non può capire che il "non io" può essere materialisticamente rappresentato solo dall’escremento - ecco il tema del defecare filosofico - vale a dire da ciò che ogni giorno il suo stesso corpo fisico di filosofo materialista poggiante su pensiero debole, espelle da sé, e che se potesse esprimersi direbbe: "Mi espelli perché io non sono te, bastardo!".

Qui sta la sofferenza massima di Supernoise. Essere espulso da sé, lo ferisce in quanto egli è un ente che continuamente diventa niente... guano...

Questo filosofo senza "io" (perché l’io è considerato sovrastruttura dal materialismo dialettico e/o storico, sedicente scientifico!) nonostante sia cerebralmente cablato, e continuamente auto-annientato come ente, nel proprio regno di pensiero debole, ha in sé tutta la forza di Belzebù, dio delle mosche! Infatti è instancabile nel fare a tutti, compreso se stesso (e qui sta la sua onestà ma anche il suo limite) giochetti e sgambetti, credente com'è nell'intelligenza. Supernoise, credente assoluto nello Stato, nel Quirinale, o in Quirino (dio di Stato) e in tutto ciò che termina con la dicitura "di Stato", è il rappresentante di una specie umana, che potrebbe essere detta degli attendenti o degli attendisti, in attesa appunto di diventare intelligenti per decreto!

Questo succede in quanto l’intera trama dei concetti da lui posseduta (dal semplice concetto di numero fino ai concetti che formano le più complesse idee) che è il piano che delimita il confine tra il mondo immateriale ed il mondo materiale non è da lui considerata. Tale trama non è per lui determinante perché non la può toccare, dato che considera la vita dei concetti e delle idee, dunque la vita del pensare, meramente soggettiva e quindi debolmente determinante, pensiero debole, appunto.

Anziché cercare di familiarizzarsi con i concetti puri, effettuando questo lavoro come mezzo educativo per l’anima (l'attività interiore di cui non vuole in genere nemmeno sentir parlare), questo coglione perde di volta in volta anche l’occasione per superare una certa trasandatezza e sciatteria della sua vita interiore. Insomma perde il proprio io perché tanto l'io è una cosa che non si può percepire coi cinque sensi materiali, e quindi scientificamente non esiste.

Ecco perché spesso l’unica cura per lui è defecare, fino al superamento concreto, in sé, del suo “non io”. Senza tale superamento è quasi sempre fuori di sé.

Se infatti si osserva l'uomo secondo lo schematismo astratto degli attuali libri scolastici della cultura dell'obbligo, l'uomo appare effettivamente come un grande apparato digerente, che mangia, digerisce, e produce escrementi. Ed è abbastanza difficile vedere negli escrementi materiali una controparte immateriale o spirituale. Defecando, egli è però costretto, prima o poi, a chiedersi: "Che senso ha l'escremento?". A questa domanda egli risponde: "Non ha senso, così come non ha senso la vita umana". Ma col tempo egli è poi costretto a cambiare idea, dato che il relazionarsi alla vita del mondo esterno, considerandola priva di senso, produce karma negativo, cioè batoste...

Se Supernoise fosse per esempio in grado di aprire gli occhi percependo i collegamenti possibili del pensare non debole ma conforme alla realtà concreta, cesserebbe ogni sua diatriba nichilista sul “non io”, dato che il “non io” gli apparirebbe come regolare controparte dell’escremento stesso. Infatti solo un malato mentale potrebbe attribuire l’io, cioè se stesso, all’escremento!

Ecco perché "Belzebù" - etimologicamente “baal zebùb” - è il “dio dello sterco” (o, per metonimia, il dio delle mosche).

 

Ed ecco perché mandare al diavolo qualcuno e mandarlo al gabinetto sono da considerarsi oggi come una vera e propria manna per l'animaccia di Supernoise, nella misura in cui si perde nei meandri dei vari filosofismi ciarlieri e delle varie vanità intellettuali.

Per Supernoise non può esservi dunque che un’unica e inderogabile terapia: andare a cagare.

 

Per curare certi esseri bisogna dunque mandarli a quel paese, cioè a Baal zebùb city, la city della dodi&c.

Da questo punto di vista bisogna allora re-imparare ad essere maleducati per amore dei nostri simili?

 

Sembra proprio di sì...

 

Perché si tratta di imparare ad essere semplicemente sani.


Cioè bisognerebbe imparare a liberarsi dei paroloni, del linguaggio libresco, delle false logiche, e di ogni antilogica mascherata da cultura… Ed in definitiva di ogni logica contro l’uomo.