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scritti,
riflessioni e articoli![]()
Articoli del 2010
08 marzo 2010 - Via Cialdini: Leggi, ideologia, catechesi
03 marzo 2010 - Via Cialdini, Agoravox: La nuova era
22 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza: Debito pubblico. Scambi di lettere con Di Pietro
18 e 14 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza e Agoravox : Il Sinedrio, Giuda e la falsità
13 febbraio 2010 - Agoravox: Don Mascella
12 febbraio 2010 - La Cronaca di Piacenza: Il corporativismo non equivale al capitalismo
11 febbraio 2010 - Via Cialdini: Problema economico e problema monetario
4 febbraio 2010 - Via Cialdini e Blu Arte: DODI&C, il corporativismo
2 febbraio e 31 gennaio 2010 - Agoravox, Blu Arte e Via Cialdini: Ipertrofia dell'io e intolleranza
26 gennaio 2010 - Via Cialdini: Tre mondi
19 e 20 dicembre 2010 - Via Cialdini, Blu Arte e Agoravox: Non esiste libertà politica senza libertà economica
16 dicembre 2010 - Agoravox: Risponda signor Di Pietro
05 dicembre 2010 - Agoravox: Pensieri sociali per il 2010
Articoli del 2009
29 dicembre 2009 - Agoravox: Marx-superstition
22 dicembre 2009 - Agoravox: L'unica solidarietà possibile
19 dicembre 2009 - Agoravox: L'odio ha radici antifilosofiche
17 dicembre 2009 - Agoravox: Il paradosso dodi&c
15 dicembre 2009 - Agoravox: Pensiero malato e pensiero sano
11 dicembre 2009 - Movimento Libertario: Maiali e struzzi della D.O.D.I.&C.
4 dicembre 2009 - Agoravox: Mascariamento
20 novembre 2009 - Enclave: Gli uomini polpetta amici dei governanti
18 novembre 2009 - Agoravox: Riflessione sul crocifisso nelle scuole
18 novembre 2009 - Fainotizia: Il paradosso principale della dodi&c
4 novembre 2009 - Secolo d'Italia: E Montesano canta il rap dei libertari
4 novembre 2009 - Agoravox: Stato, un falso valore
22 ottobre 2009 - Agoravox: Improduttività dei dibattiti sul lodo Alfano&C
21 ottobre 2009 - Libero: L'autunno caldo del popolo No Tax
6 ottobre 2009 - Libertà:
La lezione del Gattopardo
6 ottobre 2009 -
Enclave: Lo swing del mercato
28 settembre 2009
-
Padovanews:
Prevedibile e inevitabile
25 settembre 2009
-
Libertà:
La crisi economica mondiale e gli stessi errori del passato
21 settembre 2009
-
Padovanews:
Connessioni mafiose
di ieri e di oggi
24 agosto 2009:
Libertà:
A Fiorenzuola una squadra eccezionale di
medici e infermieri
15 agosto 2009 -
Padovanews: La numerologia dell'io
29 luglio 2009 -
Padovanews:
The supernoise
23 luglio 2009 -
Padovanews:
Keynes, ovvero il prototipo del cretino
23 luglio 2009 -
Enclave:
Cattivi maestri. Lord Daherendorf, il "codino" rosso del potere
10 luglio 2009 - Padovanews: Il debole pensiero di un debole uomo
2 luglio 2009 - Libertà: Ci vuole meno statalismo per uscire dalla crisi
1 luglio 2009 - Enclave: Il buon senso dello Stato? C'è solo da abbattere le tasse
1 luglio 2009 - Padovanews: È auspicabile meno statalismo per uscire dal caos sociale
21 aprile 2009 - Libertà: Come è stata pensata l'adozione dell'ora legale, così è pensabile un'unica "tassa legale"
16 marzo 2009 - Libertà: Il fallimento della democrazia
4 gennaio 2009 - Libertà: La cartolarizzazione dei debiti è all'origine della crisi
Articoli del 2008
29 agosto 2008 - Libertà:
L'"io" di autodominio
è scoperta di sé. Per questo fa paura al "signore"
29 luglio 2008 - Libertà:
I tassi di interesse e il costo del
denaro
20 luglio 2008 - Libertà:
In scena Leonardo Vecchi e
Nereo
Villa
1 luglio 2008 - Libertà:
Nereo Villa a "Precari Sipari"
in San
Matteo
29 giugno 2008 - Libertà:
Bankenstein, eroe negativo della
criminalità finanziaria
24 aprile 2008 - Libertà:
Economia al tracollo se sparisse
l'evasione
27 marzo 2008 - Libertà:
Il dicografico Scheller
riscopre e ripubblica in Cd un ellepì del '72 di Nereo Villa
18 gennaio 2008 - Libertà:
"Truffa" della flessibilità e
reddito di fondo incondizionato
7 gennaio 2008 - Libertà:
Politica ed economia: per alzarsi
non ci si può coricare
Articoli del 2007
11 dicembre 2007 - Libertà:
Proposta di una
flat-tax progressiva
5 ottobre 2007 - Libertà:
Sceneggiata continua
26 settembre 2007 - Libertà:
Negli anni '80 era leghismo, ora
si chiama grillismo
7 marzo 2007 - Libertà:
Ipertrofia del "Pil-oro"
23 gennaio 2007 - Libertà:
Emissione di moneta: l'unica
liberalizzazione necessaria
Articoli del 2006
29 dicembre 2006 - Libertà: Assurdo il diritto alla morte se manca il diritto alla vita
18 dicembre 2006 - Libertà: La simbologia dell'abete divenuto Albero di Natale
7 dicembre 2006 - Libertà: Un fisco veramente equo
29 novembre 2006 - Libertà: Se democrazia vuol dire trasparenza
21 agosto 2006 - Libertà: Gli Usa vogliono controllare l'intera area mediorientale
21 agosto 2006 - Libertà: Guerra e pensiero debole. Le truppe in Libano
11 agosto 2006 - Libertà: Tanti aiuti alle famiglie cambiando il sistema bancario
23 luglio 2006 - Libertà: I popoli proprietari della propria moneta, dei risparmi che creano
30 marzo 2006 - Libertà: A ciascun cittadino una quota del reddito del capitale dello Stato
30 gennaio 2006 - Libertà: Improduttivo il partito di Grillo
12 gennaio 2006 - Libertà: Il muro di Maastricht peggio di quello di Berlino
6 gennaio 2006 - Libertà: Previsioni di bancarotta mondiale
2 gennaio 2006 - Libertà: Lo Stato dovrebbe emettere denaro senza avvalersi della banca centrale
Articoli del 2005
21 dicembre 2005 - Libertà: Banche, e presidenti assassinati
31 agosto 2005 - Libertà: Sistema monetario rastrella ricchezza
23-27 agosto 2005 - Rassegna stampa del concerto "Point of Light"
17 agosto 2005 - Libertà: Un premio per chi sa calcolare il Pil
24 luglio 2005 - Libertà: Il diritto di ingerenza della chiesa nello Stato laico
Articoli del 2004
18 novembre 2004 - Libertà: Scadenze epocali
4 ottobre 2004 - Libertà: Bastonature. Il prelievo fiscale non va ridotto, ma abolito
27 luglio 2004 - Libertà: Solidarietà a Pazienza che invoca la scarcerazione
10 febbraio 2004 - Libertà: I casi Sofri e Pazienza
Articoli del 2003
8 ottobre 2003 - Libertà: Sistema bancario mondiale e rischio per i titoli di Stato
24 settembre 2003 - Libertà: "Pagabili a vista al portatore" ma i nostri soldi non esistono più
Articoli del 2002 (in costruzione)
Articoli del 2001 ( " )
Articoli del 2000 ( " )
scritti inediti
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L'errore fondamentale del kantismo
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Il pescivendolo
della
dodi&c
Esistono pescivendoli che non credendo nei propri pesci (idee) diventano pescati essi stessi nella rete ideologica di dogmi. Il dogma ha infatti un'etimologia molto antica, dato che il termine ebraico "dag" significa pesce...
Il pescivendolo di cui intendo parlare non è dunque il solito pescivendolo del mercato ma è un soggetto che vende idee, in cui però egli stesso non crede. Infatti poiché le idee sono immateriali ed egli non le può toccare con le mani materiali, attribuisce loro realtà infima. Questo pescivendolo è in realtà egli stesso un pesce, caduto in una rete ideologica che lo ha pescato estraendolo dal vitale elemento in cui prima poteva ancora muoversi. Perciò si tratta di un essere stantìo, che propone se stesso come mercanzia, ed è naturale che emani più puzza che profumo.
Così io sento tutti gli appartenenti alla dodi&c, acrostico da me inventato per
caratterizzare la Compagnia (o la Corporazione statale) Dove Ogni Deficiente Impera, sia
quelli che stanno in parlamento, sia quelli che stanno fuori boccheggianti
nell'anelito ad entrarvi, o imitando nell'imbecillità coloro che vi sono già
entrati.
Nella loro assoluta assenza di vitalità e di creatività, questi pesciolini
devitalizzati non riescono a percepire alcun collegamento di pensiero. Perciò
sono ciechi volontari del bene, concepiscono solo il male, ed hanno una
solidissima fede mistica nel dogma della malvagità della natura umana
(concezione dell'"homo homini lupus" per intenderci). Per questo motivo non
vedono la presenza (virtuale o reale) intorno a loro di persone che, pur non
pensandola allo stesso modo, si stimano e si amano perfino. E poiché tale
presenza contrasta il loro unirsi-contro qualcuno o qualcosa, che è uno dei loro
dogmi fondamentali (proletari di tutto il mondo unitevi, sottinteso: contro i
padroni, per es.) si fanno detrattori di essa.
Personalmente ho pensato per molto tempo che fosse giusto intervenire nel web
portando la mia felicità, o potenziando il positivo, in modo da far crescere la
speranza ai disperati. Ma oggi non la penso più così, dato che per certe persone
il positivo è l'impositivo, l'imposta, la tassa, la pena, la penalizzazione, il
rigore, e dunque la crisi, la carestia e la fame.
Sono dunque cambiato. Non sono più un militante della positività, e mi sento un alieno rispetto alla dodi&c!
Questo però non mi capita con coloro che mi vivono accanto. Con loro racconto di questa mia parziale mutazione di rapporto con gli immutati immutevoli, e del
fatto evidente che le stelle (sidera) non sono per niente favorevoli alle loro
con-siderazioni, dato che gli immutevoli non si sviluppano interiormente ma solo
esteriormente come numero, gruppo, crocchio. E ci facciamo anche delle risate,
non solo a proposito di questi immutevoli gregari, che già sono buffi come nani
che non crescono, ma anche del loro corporativismo creduto capitalismo da co
mbattere,
o del loro socialismo creduto sistema economico collettivistico da
attuare
mediante corporazioni (dodi&c,
corporazioni dodi, appunto).
Ciò che emerge in questa loro deficienza di pensiero (pensiero debole) e quindi
di veggenza è una filosofia, che ho spesso caratterizzata come nanosofia
(o nanofilosofia), la quale è la cocciutaggine di
non voler vedere la verità.
In verità il sistema economico socialista - o più genericamente, collettivista -
era già screditato a partire dal IV secolo prima di Cristo.
I primi accenni di
critica a questo sist
ema di pesci "mauro" dalla prominente mascella, risalgono alla "Politica" di Aristotele, là dove
osservava che il possesso privato delle proprietà incoraggiava comportamenti
umani responsabili in modo più sollecito di quanto non facesse il collettivismo
(descritto da Platone nella "Repubblica"). "Che tutte le persone", diceva
Aristotele, "chiamino propria - col significato usuale del termine - la stessa
cosa può essere bello, ma è impraticabile; oppure, se il termine viene adoperato
in un senso diverso, una tale unità non conduce in alcun modo all'armonia.
[...]
Il fatto è che ciò che è comune al maggior numero riceve il minimo di cure.
Ciascuno pensa principalmente al proprio interesse, e difficilmente a quello
comune, o solo quando ciò lo riguardi personalmente come individuo. A parte
altre considerazioni, tutti sono più portati a sottovalutare i servizi spettanti
agli altri; come nelle famiglie, molte presenze sono spesso meno utili che
poche".
E non dice forse questo oggi Ludwig von Mises nel suo libro intitolato
"Socialismo" (Ludwig von Mises, "Socialismo. Analisi economica e sociologica",
Milano, 1990) in termini più tecnici e rigorosi?
E Garret Hardin nel suo "The Tragedy ot the Commons" non spiegava forse già nel
1968 che le difficoltà notate per la prima volta da Aristotele ci affliggono
soprattutto nel dominio pubblico dell'ambiente ecologico?
Queste critiche al collettivismo, associate ad alcuni argomenti morali contro di
esso, non dissuasero però la dodi&c dal tentativo di mettere in pratica tale
sistema cretino. Ed il nostro tempo è ancora pieno di sforzi entusiastici,
ostinati, visionari ed opportunistici - ma quasi sempre sanguinari - di
realizzare il sogno collettivista.
Prima ancora del crollo dell'esperimento sovietico appariva già chiaro alla
maggior parte della gente che il collettivismo semplicemente non stava riuscendo
ad assicurare alla gente una vita decente.
Una testimonianza di ciò è data dall'ammissione del fallimento del collettivismo
- alla vigilia del collasso dell'economia del blocco sovietico - da parte di un
sostenitore stesso del socialismo, Robert Heilbroner, che nel suo saggio "After
Communism" scriveva nel 1990: "Ludwig von Mises ha scritto sull'impossibilità
del socialismo, dimostrando che nessun Consiglio Pianiflcatore Centrale potrebbe
mai entrare in possesso dell'enorme ammontare di informazioni, necessario a
creare un sistema economico funzionante [...] Risulta, naturalmente, che Mises
aveva visto giusto..." (The New Yorker , 10 settembre 1990).
Tuttavia, non diversamente da precedenti pensatori che hanno visto con i propri
occhi gli esempi fallimentari di certe normative morali o di certi schemi
politici perfezionistici ed idealistici, Heilbroner non dice addio alla sua idea
fallimentare socialista, e fa notare che ci sono due modi in cui essa può
rimanere qualcosa di concettualmente utile. In primo luogo, essa ci può indicare
obiettivi parziali da raggiungere - ma sempre nel contesto di un sistema
economico essenzialmente capitalistico. In secondo luogo, essa può riemergere
come un'aggiunta al movimento ecologista: "La crisi ecologica verso la quale ci
stiamo rapidamente avviando ha offerto l'occasione per moltissimi commenti scientifici, ma sorprendentemente pochissima attenzione da parte degli
economisti. Ciò nonostante, se c'è un problema che che ogni sistema
socio-economico dovrà affrontare nei prossimi decenni, sarà proprio quello di
come conciliare la nostra economia con le esigenze dell'ambiente. Di come
operare, insomma, per assicurarsi che il processo vitale di approvvigionamento
delle risorse non contamini lo strato verde-blu dal quale dipende la vita
stessa. Questo bisogno imperativo interesserà tutte le formazioni sociali, ma
nessuna così profondamente come il capitalismo".
Cos'è allora questa nuova paura di questo nuovo problema che si asserisce essere
troppo complicato da gestire per uomini e donne liberi?
Heilbroner continua: "È forse possibile che alcune delle istituzioni del
capitalismo - i mercati, la divisione dei poteri, perfino la proprietà privata
di certi tipi di produzione - possano essere adattate alla nuova situazione di
vigilanza ecologica, ma se è così devono essere monitorate, regolate e contenute
ad un grado tale che sarebbe difficile chiamare capitalistico l'ordine sociale
risultante". Ahahaha aha aha! Eccolo là il
dodi-controllore!
Questo scetticismo nei confronti del capitalismo, in qualche modo nuovo ma nella
sostanza antiquato, dovrebbe essere esaminato un po' più da vicino, se non altro
perché è giunto il momento di smascherare le tecniche che sfruttava per
minare la libertà umana.
Personalmente non vedo alcuna ragione per nutrire questa sorta di sfiducia nel mercato, tale da
costringermi a riporre la mia fiducia in una burocrazia scientifica. Se uomini e donne
agenti nel nel mercato - guidati da norme legali basate sui
loro diritti individuali alla vita, alla libertà ed alla proprietà - sono
davvero
incapaci di far fronte alle sfide ecologiche che Heilbroner aveva in mente, non
vedo
assolutamente alcuna ragione di credere che queste sfide possano affrontarsi
meglio facendo ricorso a qualche ennesimo strumento statalistico.
Perché mai alcuni burocrati ecologicamente benpensanti (gli esponenti della
dodi&c si proclamo benpensanti, ma in realtà si tratta di non-pensanti in
assoluto) dovrebbero essere più motivati, più competenti e più virtuosi di quei
burocrati mossi dalla preoccupazione per le masse del mondo affamate, trattate
ingiustamente, povere, prive di educazione artistica o ignoranti? Non ho alcun
motivo per attribuire a qualche politburo o a qualche comitato centrale
ecologico una qualsivoglia caratteristica più nobile rispetto a tutti quelli che
hanno già tentato di costringere con la forza a comportarsi in un certo modo.
Se gli uomini e le donne liberi non sanno gestire l'ambiente, nessuno lo farà
per loro (il pensiero debole non arriva a capire questo passaggio). Nei fatti, se l'uomo
esamina le origini dei suoi problemi ecologici, si accorge che la pessima prova
offerta dal collettivismo nella gestione ambientale dovrebbe quanto meno
suggerire che il problema sta nella scarsità di capitalismo.
Invece ciò che Heilbroner e la dodi&c mancano di riconoscere è che la maggior
parte dei problemi ambientali che preoccupano la gente sono dovuti alla tragedia
dei beni collettivizzati ("Tragedy of the Commons") e non alla privatizzazione
delle risorse o all'applicazione dei principi che vietano lo scarico dei rifiuti
ed altri tipi di trasgressioni.
Le soluzioni dei problemi della gente odierna sono vicine solo se si fa
attenzione alla protezione dei diritti individuali alla vita, alla libertà e
alla proprietà. La migliore difesa del libero mercato poggia infatti sul
riconoscimento che la natura umana è essenzialmente individuale. In altre
parole, l'approccio dei diritti individuali è il più naturale, ed è quello che
più prontamente favorisce la natura e, di conseguenza, l'ambiente. Se oggi vi è
una crisi ambientale, questa è dovuta al fatto che fino ad ora l'azione umana si
è sviluppata prescindendo da considerazioni di benessere ecologico.
Ma in che modo si può sapere quali azioni umane possano essere più o meno
favorevoli alla salute ambientale? Conoscendo la natura umana: la bontà della
natura umana, quel che gli esseri umani sono e cosa questo comporta per la loro
condotta nell'universo naturale. Come individuo umano io sono dotato di diritti
fondamentali alla vita, alla libertà ed alla proprietà. Proprio perché nasco con
un corpo mio, di mia proprietà. E questo è quanto ha sempre affermato la
tradizione giusnaturalistica (liberale classica). Se io so questo, allora so
anche che
questo è il modo in cui posso meglio adattarmi all'ambiente naturale.
L'uomo
dell'ambientalismo che mi parla di Kioto impari ad aver fiducia negli uomini e
nelle donne liberi, e non nello Stato. Vaffanculo Stato... Tu e i tuoi
puzzolenti pescivendoli supernoise...
Bibliografia: Carlo Lottieri - Guglielmo Piombini, "Privatizziamo il chiaro di
luna!", Treviglio, 1996.
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Lettera aperta agli onorevoli
animali politici &C
Onorevoli animali politici e compagnia,
dove ogni deficiente
impera (da cui l'acrostico
dodi&c,
indicativo della famosa scuola dei reggicoda di regime, mistici della religion of darkness e
adoratori di principi pseudofondamentali di una Costituzione, impostami come
bibbia dell'oscurità, da accettare senza fiatare)!
Democrazia e uguaglianza sono, nella nostra Costituzione, principi pseudofondamentali!
Riflettete un momento, se siete capaci, ma ne dubito. Lasciate
perciò che insulti il vostro pensiero debole, e la vostra cecità volontaria,
perché ogni mio insulto è comunque e sempre una provocazione al miracolo della
vostra veggenza che è ancora da venire!
I sopracitati principi fondamentali della Costituzione sono una vera bufala. E lo
dimostrerò nei relativi articoli, o bestie infami!
"Art. 1. L'Italia è una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle
forme e nei limiti della Costituzione".
La Repubblica è democratica? Sicuro, ma al tempo della Costituente non tutti
avevano in testa la stessa cosa al riguardo. Che significa democrazia?
La democrazia rappresentativa è una democrazia, ma la democrazia
popolare è un concreto sistema politico, opposto all'espressione che lo
definisce! Riuscite a capire nel vostro pensiero debole, anzi bacato, che il
principio democratico fu accolto per il semplice motivo che l'assemblea
costituente fu eletta a suffragio universale? Infatti come avrebbe potuto
verificarsi che un'assemblea, eletta in tal modo, avesse potuto istituire
un'autocrazia? Solo una dodi&c
cioè una compagnia di deficienti avrebbe potuto tanto!
Contro le adulterazioni della vostra odierna orwelliana neolingua, il
concetto di democrazia ha (avrebbe dovuto avere o no?) il significato
universale e univoco di metodo pacifico per deporre liberamente i governanti
sgraditi. E solo questo può voler dire che nella "mia" democrazia, che è
fondata sulla "tua" democrazia, e viceversa, in quanto sostanziate da
universalità e non da debolezza di pensiero, è il popolo che sceglie le
autorità supreme. Il popolo che significa? Significa TUTTO il popolo,
in modo eguale. Infatti non può esservi democrazia senza uguaglianza
individuale. Dunque la democrazia è (avrebbe dovuto essere o no?) sovranità di
uomini uguali. E perché? Perché essa è simile ai battiti del cuore di un
organismo: i battiti devono andare a tempo. Se vanno fuori tempo si produce una
sincope, e l'organismo muore. Ma questa esigenza ritmica riguarda esclusivamente
il diritto da uomo a uomo! Non altro. Infatti la "egalité", per andare
d'accordo con le sue consorelle rivoluzionarie "liberté" e "fraternité" deve
scorrere nell'alveo del proprio torrente che è il diritto, non nell'alveo
della "liberté", che è la cultura, né in quello della "fraternité", che è
l'economia. Perché se, per es., io voglio lavorare più di te, sono fatti miei, e
nessuno deve impedirmelo in nome della "egalité". Oppure, altro es., se i
risultati dei miei studi mi portano a dire che la Costituzione italiana è una
cagata pazzesca, nessuno deve avere il diritto di impedirmelo, se non attraverso
la confutazione degli stessi. Ma nel pensiero debole delle università deficienti
di universalità, chi confuta chi?
Storicamente l'uguaglianza viene prima della democrazia. Detto in soldoni: io
sento che se tu ed io vogliamo attenerci a regole, le regole a cui dobbiamo
attenerci devono essere approvate da entrambi. "La civilizzazione portò ad
acquisire prima la nozione e il sentimento d'uguaglianza, poi d'eguale potere
nell'elezione del governo, cioè della democrazia" (Pietro di Muccio "Orazione
per la Repubblica", Ed. Liberilibri, Macerata 1990).
"[...] La sovranità appartiene al popolo, che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"? Ma che
senso ha proclamarlo? Non ve lo siete mai chiesto nella vostra testa bacata?
Il primo dei principi fondamentali della Costituzione non avrebbe
potuto benissimo essere "La Repubblica è una democrazia", con molto risparmio di
parole? O meglio, avrebbe potuto anche omettersi del tutto, perché del tutto
inutile, dato che la definizione del governo di un organismo sociale si ricava
dal complesso stesso della Costituzione. Ma evidentemente ciò non bastava.
Perché non bastava? Chiedetevelo, o caproni, prima di passare all'articolo 2.
"Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell'uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua
personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale"
La vedete nell'art. 2 la malefica cazzata? Senz'altro non la vedete perché non
siete abituati alla ragione, e siete abituati al compromesso eteroimposto. Ma
per quanto si possa virtuosamente chiamare "compromesso istituzionale", questo
vizio originario dei principi fondamentali è né più né meno di uno squallido
compromesso imposto. E mai la parola "compromesso" ebbe significato tanto
squallido. Stiamo infatti parlando di principi fondamentali della Costituzione o
stiamo parlando di prestazioni di escort e trans?
L'articolo 2 fa mi fa cagare! Cioè mi
infastidisce. Non solo perché sento questa norma come declamatoria ed enfatica,
ma perché io pretendo un punto fermo dopo la parola uomo, così: "La Repubblica
riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo". Punto e basta.
Cos'altro c'è da dire se non l'elenco di tali diritti? Perché che l'uomo non
viva solo, che sia "animale politico", cioè civile, è fatto ormai ovvio, così
come è pure ovvio che egli intrattenga relazioni con il mondo esterno, con
individui e cose... Qui la Costituzione sembra scritta più per esseri non
terrestri ma appartenenti a un altro pianeta. Magari a un pianeta di bestie in
cui l'"animale politico" sia, appunto, più animale che politico.
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G. Fidenato al Congresso dei Radicali Italiani, Chianciano, novembre 2009 . |
prescrizione di una costituzione? Il bene non può essere imposto dalla legge!
Il compito della legge, e dunque della costituzione in quanto legge suprema, non è
imporre o auspicare il bene, bensì impedire il male.
Riflettete, idioti.
Non è facile né semplice impedire il male che gli idioti causano agli umani. Però
questo è l'arduo e complesso ufficio che dovrebbe avere una sana Costituzione. Questo, non altro.
La Costituzione non deve promuovere direttamente il bene. La Costituzione deve
invece preservare condizioni nelle quali il bene LIBERAMENTE possa essere
compiuto dagli umani; comunque, condizioni in cui il male sia prevenuto
quanto possibile, o represso e punito quanto merita.
Del resto perfino voi, portatori di pensiero debole, culattacchioni e/o debosciati,
sapete, come io so, che non ha nessun valore morale operare il bene sotto la
sferza di una costrizione irresistibile. Il bene vero, per essere tale, esige
dall'individuo volontà, azioni, facoltà di scelta ed assenza di restrizioni che
le coartino o impediscano. Il bene implica la valutazione di possibilità
cattive, e presuppone il rifiuto del male.
In un organismo sociale libero, l'imposizione legale di un'azione virtuosa potrà forse anche esservi, ma solo come eccezione, che confermi la regola opposta, perché un organismo sociale sano si può reggere solo su divieti, non su comandi.
Nessuno mi può comandare, o bestie!
Le bestie possono essere comandate o
addomesticate. Non io. Io non sono un ruminante.
Nel suo libro "Orazione per la Repubblica" (op. cit.), Pietro di Muccio mostra
il carattere determinante e decisivo che dovrebbero avere delle vere
costituzioni. Ma lo fa in modo troppo gentile. Io sento che è finito il tempo di
essere gentile con delle teste bacate come voi, dato che non siete colpevoli in
quanto deficienti ma in quanto volete permanere nella vostra deficienza per non voler evitare l'errore del passato,
quello di proclamare fondamentale ciò che,
alla meglio, è solo retoricamente accessorio.
Ma procediamo.
"Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche,
condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica,
economica e sociale del Paese"
Questo articolo è stato considerato, nella politica e nella
giurisprudenza, uno dei pilastri del nostro ordinamento poiché sanzionerebbe il principio di eguaglianza.
Ma lo fa solo nel primo comma, e per il resto è posto in forma barocca, vale a dire senza forma certa e ben determinata! È
uno sformato alla supercazzola! Viene cioè scritto che tutti hanno pari dignità sociale e
che sono tutti uguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche,
condizioni personali e sociali. Ma serviva questo elenco, questa scolastica
spiegazione assolutamente inopportuna in una costituzione?
Non avrebbe forse potuto formularsi l'articolo 3 in modo lapidario? Da almeno
2500 anni l'Occidente ha acquisito (e ripetutamente perso,
purtroppo!) il valore supremo dell'isonomia.
Oggi però, se parli di isonomia ti
ridono in faccia. Cos'è un nuovo tipo di fellatio per magistrati? Eppure l'Italia conosce l'isonomia come immancabile iscrizione nelle aule giudiziarie:
"La legge è uguale per tutti". L'isonomia esprime perfettamente il concetto della
prima parte dell'articolo 3. Ma poi che succede?
La seconda parte dell'articolo 3 stabilisce invece il suo esatto contrario, dato
che questa seconda parte dice "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza
dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese". E ciò è una palese contraddizione della prima: una vera e
propria antinomia. Altro che isonomia!
Rifletteteci o uomini lupo! Ahahaha aha aha ah! Ma non
arrampicatevi sugli specchi!
Generalmente questa seconda parte viene considerata il logico complemento della prima, o la conseguenza implicita del principio di uguaglianza, o la finitura di una disposizione altrimenti imperfetta. Invece è una idiozia, antitetica alla prima per una considerazione, tanto facile quanto inconsueta tra giuristi e politici. Perché inconsueta, se facile? Chiedetevelo bestie?
A tal proposito Pietro di Muccio dice nel suo libro che si rifiuta di credere "che difettasse l'intelligenza in chi avrebbe potuto accorgersene" e che il contrasto sia stato invece
"volutamente celato per motivi che devono essere condannati senza appello. Questa disposizione attribuisce infatti alle autorità centrali e locali la potestà di violare l'uguaglianza dei cittadini per procacciarsi il favore, specialmente elettorale, di gruppi particolari. È una potestà spaventosa per la società che la subisce, ma inebriante per l'autorità governante che la esercita. Serve a compiacere e pavoneggiarsi, ma a danno dell'etica e del diritto".
E prosegue
"Chi può negare che, se la legge è davvero uguale per tutti, cercare di sistemare le condizioni materiali degli individui, in modo da porli nella identica posizione di fatto, significa appunto discriminarli? E che la persona umana si sviluppa davvero ed è effettivamente partecipe della comunità soltanto se la legge è uguale per tutti; mentre, quando le autorità si propongono di livellare le condizioni economiche, sono costrette ad infrangere l'uguaglianza legale, perché debbono trattare in modo diverso persone diverse per collocarle alla pari? In ciò sta appunto la stridente violazione dell'isonomia".
Ed ancora:
"Questo articolo 3, sotto la veste del migliore proposito, cela il germe distruttivo della società libera, che non può reggersi dove il governo pretenda di assegnare ai cittadini un posto prefissato e determinare le loro condizioni economiche e sociali tendenzialmente secondo uno standard eguale o prestabilito. L'effettiva partecipazione alla vita della nazione nei suoi vari aspetti si riscontra storicamente soltanto dove la costituzione lascia sprigionare le sinergie della libertà. Non la politica egualitaria, bensì gli sforzi per eccellere e la concorrenza economica determinano la partecipazione civica. Pure tralasciando l'aspetto etico, notiamo che l'isonomia stimola l'intraprendenza e l'ingegnosità, mentre l'uguaglianza materiale le ostacola. L'imposizione dell'egualitarismo intralcia la sperimentazione del nuovo, l'imitazione dell'utile, la selezione del meglio: tre processi fondamentali della civilizzazione. Dove questi mancano o stentano, la partecipazione, quantunque sbandierata, è solo una parola" (ibid.).
L'isonomia è allora (dovrebbe essere, o no?) il vero principio fondamentale
dello Stato di diritto stesso, in grado di mettere a disposizione di tutti,
tutti gli strumenti possibili per influire in modo deciso sugli affari pubblici
e forgiare indirettamente anche la propria vita privata.
Considerando poi il lato etico della questione, l'immoralità dell'egualitarismo
risulta evidente agli uomini giusti o a coloro il cui senso morale è fondato
sulla stima differenziata dei comportamenti individuali, come insegnavano le
antiche regole del diritto: "honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere"
("vivere onestamente,
non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo"). Se infatti il
metro di giudizio dev'essere uguale, non si possono trattare tutti allo stesso
modo: se io guadagno di più perché lavoro di più, mi penalizzi di più? In tal
caso il criterio della retta condotta non avrebbe senso. Invece tale criterio è
determinante nello sviluppo umano.
Dunque l'articolo 3, osannato come un cardine della nostra Repubblica, "può
equipararsi invece ad un grimaldello per scardinarla. È prova lampante
dell'origine compromissoria della nostra Costituzione, una tara che ne snatura
troppe clausole" (ibid.)!!!
"Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e
promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha
il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,
un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale
della società".
Con l'articolo 4 si entra nel vero e proprio trappolone dello statuto
totalitario, ben incastonabile nelle "costituzioni" degli Stati nazisti e
collettivisti.
Leggi attentamente i due commi. Il primo afferma: "La Repubblica riconosce a
tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono
effettivo questo diritto". Il secondo stabilisce:
"Ogni cittadino ha il dovere
di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o
una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".
Scandalizzati fin che vuoi o pecorone dal pensiero debole, ma la verità che odi è
proprio il fatto che uno Stato non può riconoscere il diritto al lavoro,
perché se tutti possedessero
naturalmente un diritto al lavoro, la Repubblica avrebbe l'obbligo legale di
garantire tale diritto, assegnando a ciascuno un impiego. Così però si
instaurerebbe tra cittadini e Repubblica un rapporto giuridico semplicemente
mostruoso. Infatti è aberrante già solo immaginare che uno Stato sia obbligato a dare a
tutti un lavoro. Una condizione politica di tal genere è esattamente
qualificabile come totalitaria, dato che la vita di ognuno verrebbe determinata dallo
Stato, concepito come il dispensatore del sostentamento materiale di tutti!
Il famigerato articolo 4 afferma poi che la Repubblica promuove le condizioni che rendono
effettivo il diritto al lavoro. Ma questo dispositivo, questo promuovere, può essere
tanto buono quanto
cattivo, ed è proprio questa ambivalenza ad accentuarne la pericolosità. Infatti,
promuovere le condizioni che rendano effettivo il lavoro può significare lo
stesso dell'articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli
ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona
umana, con tutte le conseguenze dannose e le implicazioni maligne sopra citate.
Ma si può anche interpretare il dispositivo accennato - che non
è stringente ed apodittico come il secondo comma dell'articolo 3 - nel senso
opposto, e cioè che la Repubblica preservi le possibilità dell'evoluzione
spontanea e dello sviluppo libero della società! E con ciò si entra qui nel regno dell'imbecillità
più stolida, cioè nella dodi&c più profonda, cioè nella vera e propria
Costituzione del bestialismo materialistico pratico!
Infatti
"in quale Costituzione ideale inseriremmo il dovere incombente ad ogni cittadino di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società? È troppo facile osservare che su questa disposizione potremmo intentare a Socrate un processo per vagabondaggio. Sappiamo fin troppo bene quanto faccia comodo anche oggi in certe dittature l'accusa di parassitismo per sbarazzarsi di individui politicamente sgraditi. Né possiamo dimenticare che qualche codice penale, non propriamente liberale, punisce l'accidia" (ibid.).
La verità è che nessuno è in grado di giudicare quali funzioni o prodotti siano
utili all'organismo sociale, finché la gente non li abbia sperimentati ed
accettati.
Quindi nessuno, nella mia Costituzione (cioè in una concreta Costituzione
poggiante su universalità del pensare, e non su pensiero debole), può arrogarsi
il diritto di stabilire - perché ne mancano a chiunque le capacità - se
bighellonare in piazza, dialogare con amici, imbrattare tele, martellare marmi,
piegare ferri, scrivere musica e parole, coltivare hobby, scialacquare proprie
sostanze, inventare oggetti, scoprire novità, siano attività socialmente utili o
inutili:
"Una saggia Repubblica non carica questi doveri sulle spalle degli uomini, perché sono doveri che possono esistere solo dove la libertà è così flebile fiammella che il soffio di un burocrate può spegnere a discrezione" (ibid).
"Art. 5. La repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie
locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento
amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle
esigenze dell'autonomia e del decentramento".
L'articolo 5 stabilisce un buon programma politico per il governo di un
organismo sociale sufficientemente libera. Ma i programmi governativi stanno
meglio fuori delle costituzioni, e la storia insegna che comunque nessuno di
essi si sia attuato fino in fondo. Figuriamoci i programmi interni alle
costituzioni! È come immaginare nell'organismo umano un programma di
inspirazione e di espirazione dell'aria in luogo del naturale sistema
respiratorio. Forse che si respirerebbe meglio?
"Art. 6. La Repubblica tutela con apposite
norme delle minoranze linguistiche".
Con l'art. 6, si afferma la tutela delle minoranze
linguistiche. Possiamo comprenderne più la ragione che la presenza nella
costituzione. Perché già nell'art. 2 la Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo. Ed è ovvio che il diritto alla propria lingua e cultura
sia
un diritto primordiale, che precede molti altri, dato che è un diritto all'integrità
fisico-spirituale, ed il linguaggio è parte essenziale della persona: se si vietasse
l'idioma in cui una minoranza desidera esprimersi, si conculcherebbe un modo di
manifestare la personalità, quindi la libertà individuale; strappare la lingua a
qualcuno è dunque un orribile delitto, sia in senso metaforico che in senso reale. Dunque,
anche questa norma è pleonastica, se l'articolo 2 ha un senso, a che serve
l'art. 6?
Vengono poi gli articoli 7 e 8, che sembrano molto italiani. Non li trascrivo in quanto li sento come bastardi, spuri, che non c'entrano con la Costituzione. Infatti traggono origine dalla storia e dalla geografia dell'Italia, completamente uniche al riguardo. La chiesa cattolica è istituzione romana, tradizione nazionale, religione universale. Anteriore alla Repubblica, la forza di questo imponente retaggio ha pesato sulla bilancia costituzionale e premuto l'assemblea costituente a sanzionare la specialità della dottrina cristiana dei successori di Pietro. È evidente che l'articolo 8 costituisce una regola generale che tiene conto del principio di uguaglianza stabilito dall'articolo 3, uguaglianza davanti alla legge, isonomia che la Repubblica dovrebbe assicurare; mentre l'articolo 7 sancisce il privilegio! Cioè la norma specifica a favore di un soggetto particolare. E come tale, in contrasto con l'isonomia dell'articolo 3. Tuttavia gli articoli 7 e 8 non si compenetrano, né si escludono, ma si completano nell'affermare la libertà religiosa. Però si tratta, come ognuno può vedere, di una libertà squilibrata. Le confessioni religiose, in una società davvero libera, non possono essere discriminate. E la libertà religiosa dovrebbe essere garantita semplicemente statuendo che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere nel rispetto della costituzione. L'articolo 7 costituisce una delle disposizioni più note ed originali della nostra carta costituzionale. Ma vantarcene e magari ascriverla ad un superiore genio politico e giuridico, mi sembra troppo. Come dimenticare che uomini e gruppi personalmente e programmaticamente atei votarono l'articolo per interesse di partito, mentre tanti costituenti, credenti o agnostici, lo approvarono per ragion di Stato? Disposizioni di questo genere sono dunque figlie delle necessità della storia, non della costituzione.
L'articolo 9 poi accolla alla Repubblica lo sviluppo della
cultura e la ricerca scientifica e tecnica, nonché la tutela del paesaggio e del
patrimonio storico e artistico della nazione. E in genere ci si appella in questa norma
in nome dell'ecologismo,
esaltando la lungimiranza dei costituenti. Però, in me, tale articolo non
suscita nessun verde entusiasmo, specialmente se lo considero insieme agli altri che
lo precedono e seguono, e caricano sulle spalle della Repubblica un giogo tanto
pesante che, a volerlo davvero portare tutto a destinazione, ne resterebbe
schiacciata dopo un passo. E così, come una docile asina, La Costituzione può
essere tirata da ogni
parte. Tutti trascinano gli enti pubblici ad esercitare potestà su mille
materie, invocando servizi e contributi. Alé! Vomitevole! Mi fermo qui.
Ce n'è da riflettere, no? Ciao animali sociali!
E state in campana, se non volete diventare sempre più animali e sempre meno sociali!


Riflessione su Belzebù
Quanto segue è il risultato della meditazione sul defecare, rispondente alla
domanda se sia filosofico il defecare, ed alla quale rispondo oggi dopo che è
stato a tutti visibile con gli occhi materiali la festa di ieri 9 novembre,
festa della compagnia dove
ogni deficiente
impera (dodi&c).
Cosa fa una compagnia di deficienti nel ventennale della caduta del muro che costituisce la prova della propria deficienza? Festeggia.
La caduta del muro di Berlino ha infatti sancito il fallimento totale dell'Unione Sovietica e dell'economia pianificata, col suo parafrenale di morti e di schiavizzati. E la dodi&c, ovviamente, festeggia.
Questa festa del ventennale della caduta del muro e quella per il bimillenario di Vespasiano, o del Colosseo, monumentale simbolo di Roma che Vespasiano volle e commissionò nel 72 d.c. hanno qualcosa in comune: le tasse, dato che in Italia vige ancora il medesimo sistema fiscale di allora. Ma allora almeno la gente si incazzava un po'. Il cosiddetto "vespasiano", dal francese "colonne vespasienne" è infatti un termine dotto divulgato nel 1834 da giornalisti al fine di riabilitare il prestigio del conte Rambuteau, celebre urbanista parigino, ideatore di quegli orinatoi che, appena installati, il popolo aveva battezzato "colonnes Rambuteau". Il nuovo nome delle suddette costruzioni fu suggerito da un passo dello storico romano Svetonio (69-140 ca. d.C.), relativo all'imperatore Vespasiano, appunto, il quale, com'è noto, aveva tassato il prelievo dell'urina, liquido organico di pubblica produzione, che i tintori, prima di allora, raccoglievano gratuitamente per ricavarne ammoniaca. Si racconta che al figlio Tito, che lo rimproverava di tale imposta, egli aveva fatto annusare del denaro, chiedendogli se l'odore lo infastidiva. "No", aveva risposto Tito. E Vespasiano, pronto: "Eppure, proviene dall'urina!". Siamo in tema dunque!
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Oggi però
ci si guarda bene dal protestare... Anzi, si festeggia! Soprattutto la
dodi&c! |
Nel mia immaginazione Supernoise, cretino
doc, è un esponente reale della dodi&c, le cui forze
sono essenze impercepibili (pensiero debole) aventi qualità di percepibilità
(vedi la caduta del
muro!). Filosoficamente parlando, si tratta di forze del realismo metafisico,
cioè di un miscuglio incoerente di realismo primitivo e di idealismo.
È perciò il filosofo del defecare, nonché il prototipo del
pagatore di tasse! È il filosofo che proclama ininterrottamente e perennemente la propria
onestà, proprio come un personaggio dell'inferno dantesco:
"Io sono un onesto
cittadino che paga le tasse... io sono un onesto cittadino che paga le tasse...
io sono un onesto cittadino che paga le tasse...", ecc.
Attraverso esposizione più o meno sgrammaticata dei suoi pensieri, il
dodi-filosofo del pagamento è uso insultare pacatamente,
cioè in modo
politicamente corretto, tutti coloro che gli sembrano non sufficientemente
filo
sofi al par suo, cioè contribuenti
attivi dello Stato. In massima contraddizione con se stesso in quanto credente
solo in ciò che concretamente tocca con mano, egli è un vero artista nel
relazionarsi in astratto con gli altri. Parla per esempio di cultura
giuridica come di qualcosa di sacro, di cui occorrerebbe andare fieri come del
vero bagaglio culturale dell'Occidente, basato in profondità che, andando ben
oltre il pensiero greco, affondano le proprie origini in una Roma ben
anteriore all'anno zero. Peccato che quei mitologici tempi ab urbe condita vedesse
nel fratricidio (Romolo che ammazza il fratello Remo) e nella rapina (ratto
delle Sabine) i pilastri della fondazione stessa dell'Urbe, dell'urbanità, del
civis romanus e dell'attuale civiltà. Nichilismo è la dottrina del nihil, cioè
del nulla applicato al giure! Per forza di cose Supernoise
è sempre costretto a parlare del nulla.
Peccato dunque, o Supernoise, che l'odierna cultura giuridica, da te considerata sacra, poggi sul nichilismo giuridico, e che l’attuale aritmia cardiaca dell’organismo sociale è inidonea a garantire il diritto, proprio perché anacronisticamente condizionata da nichilismo giuridico da un lato, e da economicismo dall’altro! Ma tu imperterrito, continui a parlare del nulla, o del "non io"... e di tutto ciò che il materialismo scientifico dichiara inesistente (per es., i colori, il tempo, l’io, appunto).
In tal modo la dodi-kultura di Supernoise, proietta sul suo mondo esterno (società, popolo, istituzioni, donne, amore, sesso, matrimonio, colleghi, genere umano, storia, vita, ecc.) il peggio di sé, dato che non può toccare ciò di cui parla, e di conseguenza ne è frustrato, appena qualcuno glielo fa notare.
I difetti di Supernoise costituiscono una costante del pensiero debole su cui
poggia: è cretino, irriducibile, recidivo, caparbio, ostinato ed incallito.
Essendo cretino, non può capire che il "non io" può essere materialisticamente
rappresentato solo dall’escremento - ecco il tema del defecare filosofico
- vale a dire da ciò che ogni giorno il suo
stesso corpo
fisico di filosofo materialista poggiante su pensiero debole,
espelle da sé, e che se potesse esprimersi direbbe: "Mi espelli perché io non
sono te, bastardo!".
Qui sta la sofferenza massima di Supernoise. Essere espulso da sé, lo ferisce in
quanto egli è un ente che continuamente diventa niente... guano...
Questo filosofo senza "io" (perché l’io è considerato sovrastruttura dal
materialismo dialettico e/o storico, sedicente scientifico!) nonostante sia
cerebralmente cablato, e continuamente auto-annientato come ente, nel proprio regno di pensiero debole,
ha in sé tutta la forza di Belzebù, dio delle mosche! Infatti è instancabile nel fare a
tutti, compreso se stesso (e qui sta la sua onestà ma anche il suo limite) giochetti e
sgambetti, credente com'è nell'intelligenza. Supernoise,
credente assoluto nello Stato, nel Quirinale, o in Quirino (dio di Stato) e in
tutto ciò che termina con la dicitura "di Stato", è il rappresentante di una
specie umana, che potrebbe essere detta degli attendenti o degli attendisti, in
attesa appunto di diventare intelligenti per decreto!
Questo succede in quanto l’intera trama dei concetti da lui posseduta (dal
semplice concetto di numero fino ai concetti che formano le più complesse idee)
che è il piano che delimita il confine tra il mondo immateriale ed
il mondo
materiale non è da lui considerata. Tale trama non è per lui
determinante perché
non la può toccare, dato che considera la vita dei concetti e delle idee, dunque
la vita del pensare, meramente soggettiva e quindi debolmente determinante, pensiero debole, appunto.
Anziché cercare di familiarizzarsi con i concetti puri, effettuando questo
lavoro come mezzo educativo per l’anima (l'attività interiore di cui non vuole
in genere nemmeno sentir parlare), questo coglione perde di volta in volta anche
l’occasione per superare una certa trasandatezza e sciatteria della sua vita
interiore. Insomma perde il proprio io perché tanto l'io è una cosa che non si
può percepire coi cinque sensi materiali, e quindi
scientificamente non esiste.
Ecco perché spesso l’unica cura per lui è defecare, fino al superamento concreto,
in sé, del suo “non io”. Senza tale superamento è quasi sempre fuori
di sé.
Se infatti si osserva l'uomo secondo lo schematismo astratto degli attuali libri
scolastici della cultura dell'obbligo, l'uomo appare effettivamente come un
grande apparato digerente, che mangia, digerisce, e produce escrementi. Ed è
abbastanza difficile vedere negli escrementi materiali una controparte
immateriale o spirituale. Defecando, egli è però costretto, prima o poi, a
chiedersi: "Che senso ha l'escremento?". A questa domanda egli risponde: "Non ha senso, così
come non ha senso la vita umana". Ma col tempo egli è poi costretto a cambiare idea, dato
che il relazionarsi alla vita del mondo esterno, considerandola priva di senso, produce
karma negativo, cioè batoste...
Se Supernoise fosse per esempio in grado di aprire gli occhi percependo i
collegamenti possibili del pensare non debole ma conforme alla realtà concreta,
cesserebbe
ogni sua diatriba nichilista sul “non io”, dato che il “non io” gli apparirebbe come
regolare controparte dell’escremento stesso. Infatti solo un malato mentale
potrebbe attribuire l’io, cioè se
stesso, all’escremento!
Ecco perché "Belzebù" - etimologicamente “baal zebùb” - è il “dio dello
sterco” (o, per metonimia, il dio delle mosche).
Ed ecco perché mandare al
diavolo qualcuno e mandarlo al gabinetto sono da considerarsi oggi come una vera
e propria manna per l'animaccia di Supernoise, nella misura in cui
si perde nei meandri dei vari
filosofismi ciarlieri e delle varie vanità intellettuali.
Per Supernoise non può esservi dunque che un’unica e inderogabile terapia:
andare a cagare.
Per curare certi esseri bisogna
dunque mandarli a quel paese, cioè a
Baal zebùb city, la city della
dodi&c.
Da questo punto di vista bisogna allora re-imparare ad essere maleducati per
amore dei nostri simili?
Sembra proprio di sì...
Perché si tratta di imparare ad essere semplicemente sani.
Cioè bisognerebbe imparare a liberarsi dei paroloni, del linguaggio libresco,
delle false logiche, e di ogni antilogica mascherata da cultura… Ed in
definitiva di ogni logica contro l’uomo.
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