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Perché sono capitalista
Perché sono capitalista pur non essendo ricco? Sono capitalista perché per produrre musica bisogna prima saperla mettere al mondo ed offrirla al mondo nella speranza che essa possa allietare una festa o qualcuno che l’ascolti, a partire da me stesso. E questa dinamica è la dinamica primordiale del capitalismo in cui credo, pur essendo povero. le origini del capitalismo sono in effetti la storia di doni di esseri umani ad altri esseri umani...
Origini del capitalismo (*)
All’origine del capitalismo c'è l'atto del dare, il dono. Questo è un tema sempre più ricorrente dell'"antropologia economica", dall'omonimo libro pionieristico di Melville Herskovits a "Cannibali e re" di Marvin Harris. I capitalisti della società primitiva erano capi tribali che rivaleggiavano tra loro nell'organizzare feste grandiose. Allo stesso modo è iniziato il commercio, con le offerte fatte da una famiglia all'altra e da una tribù a quella vicina. I doni, spesso presentati in occasione di cerimonie rituali, erano offerti nella speranza di un eventuale contraccambio. La ricompensa non era stabilita in anticipo. Ma nel corso dei festeggiamenti ci si aspettava che ci fosse un contraccambio con gli interessi, dal momento che l'altro "grande uomo", o "mumi" come era chiamato tra i "siuai" delle isole Salomone, avrebbe tentato di superare il primo in generosità.
Harris descrive così il processo: "Un giovane si dimostra capace di diventare un "mumi" lavorando più duramente di ogni altro e limitando attentamente il suo consumo di carne e noci di cocco. Egli finisce, così, per influenzare la moglie i bambini e i più stretti congiunti con la serietà delle sue intenzioni, ed essi promettono di aiutarlo a preparare la sua prima festa. Se questa ha successo, la sua cerchia di sostenitori si amplia ed egli si mette all'opera programmandone un'altra dove far sfoggio di una generosità ancor più grande. Successivamente, il suo obiettivo sarà la creazione di un circolo maschile dove i suoi seguaci possano ritrovarsi e gli ospiti venire intrattenuti e invitati a mangiare. Un'altra festa viene organizzata all'inaugurazione del circolo, e se anche questa ha successo, la sua cerchia di sostenitori - ovvero di persone disposte a lavorare in vista della festa successiva - continua ad allargarsi: egli comincerà allora ad essere chiamato "mumi". [...] Anche se feste sempre più grandi significano che egli esige, dai suoi sostenitori, sforzi sempre più gravosi, il volume complessivo di produzione aumenta" (1)
Helen Codere descrive la pratica del "potlatch", la grande festa collettiva che sta alla base di una sequenza analoga di lavoro, risparmio, accumulazione di capitale e sua distribuzione nel corso dei festeggiamenti, in uso presso gli indiani Kwakiutl del nordovest dell'America settentrionale: "La distribuzione pubblica di beni da parte di un individuo è un punto culminante in un'infinita serie di cicli che si configurano nell'accumulare beni, distribuirli in un "potlatch", ottenere in cambio altri beni, di nuovo accumulare e organizzare" (2).
Le pile di cibo e di altri doni offerti nello scambio rituale potevano arrivare a quantità sbalorditive. Herskovits riferisce di un'offerta osservata in un'isola della Melanesia consistente in 16.000 noci di cocco e dieci ceste di pesce (3).
Questa competizione nel dare è una gara di altruismo (4). Un dono, se è basato sulla comprensione dei bisogni altrui, non farà che suscitare una risposta maggiore. Con i doni più riusciti e catalizzanti, il donatore soddisfa un bisogno o un desiderio inconsapevole, generando un moto di sorpresa in colui che lo riceve. Il destinatario è meravigliato e gratificato dalla simpatia ispirata e inattesa del donatore e si sente spinto a ricambiare l'offerta. Per poter contraccambiare, però, chi ha ricevuto il dono deve cercare di comprendere il donatore. Così, nella gara di doni, si espande la simpatia tra gli uomini. Il cerchio del dare (i profitti dell'economia) tenderà a perpetuarsi finché i doni continueranno a essere apprezzati più dai destinatari che dagli elargitori.
Con i loro doni i dispensatori tribali, superando lo stadio del baratto, inventavano una sorta di moneta: un tipo di scambio che, escludendo una precisa pianificazione contrattuale, lasciava campo alla libertà e all'incertezza. La moneta consiste di passività, debiti o promesse. Dando a qualcuno un dollaro, io riconosco di avere verso di lui un debito di quel determinato valore e insieme trasmetto a lui il riconoscimento di un debito che un altro aveva verso di me. Ma il processo deve pur cominciare a un certo punto, con un donatore e un dono, una festa e un "mumi", un investimento e un investitore.
Dando una festa, il "mumi" imponeva debiti impliciti a tutti i suoi ospiti. Partecipando alla festa, questi accettavano una situazione di obbligo nei suoi confronti. Tramite i doni o gli investimenti del capitalismo primitivo, l'uomo creava e stendeva una rete di rapporti obbligatori. Questi obblighi producevano un contraccambio di altri doni e ulteriori obblighi, in un tessuto crescente di creazione e di scambio economici, là dove ciascun donatore sperava in un contraccambio maggiore ma non ne aveva la certezza, mentre ogni beneficato era indotto a dimostrare una maggiore generosità. L'estendersi dei rapporti debitori può essere definito come espansione dell'offerta di moneta. Il punto cruciale è che per ogni passività (o senso di obbligo da parte dell'ospite), c'era un'attività (pasto) che all'ospite era stata attribuita in precedenza. Il "mumi", in quanto capitalista, non poteva suscitare domande, imporre passività o espandere l'offerta di moneta senza aver provveduto offerte adeguate. La domanda era inerente all'offerta: nel pasto.
Il passo successivo al "potlatch" fu l'uso della moneta vera e propria. L'invenzione della moneta consentì allo schema del dare di estendersi fin dove si estendevano la fede e la fiducia: dalla tribù del "mumi" all'economia mondiale. Uno dei meccanismi di scambio più importanti è stato lo "hui" dei cinesi. Questo modo fondamentale di formazione del capitale per i cinesi all'estero ha reso possibile il loro strepitoso successo come commercianti e dettaglianti dovunque sono andati, da San Francisco a Singapore.
Sviluppo più evoluto e intenzionale del "potlatch", lo "hui" si originava quando l'organizzatore aveva bisogno di denaro per un investimento. Egli lo raccoglieva tra un gruppo di parenti e amici, e in cambio si impegnava a dare per essi una serie di dieci feste. Ad ogni festa sarebbe stata raccolta convivialmente una somma di denaro analoga, da trarsi a sorte o con assegnazione segreta, di cui avrebbe beneficiato uno degli altri membri del gruppo. La distribuzione rotatoria sarebbe continuata fino a quando tutti i membri del gruppo avessero ricevuto il frutto di una colletta. Sistemi simili, chiamati "ko" o "tanamoshi", servivano ai giapponesi per creare risparmi; mentre il meccanismo del "susa" adottato dagli "yoruba", originari dell'Africa occidentale, quando si trapiantarono nelle Indie occidentali ha fornito la base di capitale per il loro commercio al dettaglio nei Caraibi. Questo modo di formazione del capitale venne adottato proficuamente anche dagli indiani dell'ovest dell'America settentrionale quando emigrarono nelle grandi città (5). Tutti questi metodi prevedevano che sì dessero sulla fiducia denaro o beni ad altri per attenderne la remunerazione in un futuro incerto.
Che l'offerta crei la propria domanda è un principio dell'economia classica che viene chiamato legge di Say. Questa legge è stata espressa, e confutata [soprattutto da J. M. Keynes, noto economista del disastro del 1929 e dell’attuale], in varie forme. Ma il suo punto essenziale è il principio del "potlatch". Il capitalismo consiste prima nel provvedere e poi nell'ottenere. La domanda è implicita nell'offerta. In assenza di un'economia monetaria, i doni erano predisposti nell'aspettativa di un profitto immediato in termini di prestigio e di un banchetto successivo che fungeva da interesse, e potevano essere visti come un modo necessario per sfuggire alla limitatezza del baratto, per ovviare alla coincidenza esatta di desideri e valori richiesta dal semplice commercio. In molti casi, le feste e i donativi erano in essenza forme imprenditoriali. Essi implicavano l'acquisizione di beni per un costo noto nell'intento di acquisire in cambio - dopo un lasso di tempo piuttosto esteso - beni di valore ignoto. Come per i meccanismi del risparmio e dell'investimento, il successo delle feste dipendeva dalla correttezza di comportamento e dalla "rispondenza" economica di tutti i membri coinvolti.
La differenza principale tra la moneta ed altre passività è la sua indeterminatezza. La moneta implica un presupposto di fede e una concessione di libertà. Senza la moneta tutti gli scambi devono essere in parte predeterminati. È la propensione dell'uomo a dare - o a lavorare - senza un compenso specifico che consente la libertà. La moneta in un'economia pianificata tende a essere un inganno e una falsa promessa, perché gli acquisti sono in larga parte predeterminati. Nell'Unione Sovietica il rublo poteva [nel testo originale del 1981: "può"] essere usato solo per procurarsi una limitatissima lista di beni di consumo in quantità sostanzialmente predeterminate.
La domanda di moneta consiste interamente in riconoscimenti di debito per beni e servizi. È pertanto più apprezzabile dell'offerta di beni in quanto conferisce libertà; non deve essere spesa in un bene particolare. In un'economia capitalistica ogni lavoratore e ogni uomo d'affari sa con assoluta certezza che il suo potere d'acquisto sta nel suo potere di offerta, né più né meno. Se egli va in libreria per acquistare questo libro, in sostanza non lo paga con la moneta, ma con il lavoro trasformato in moneta. Egli scambia, se si da’ il caso, il suo lavoro, le sue prestazioni produttive, non solo con le mie, ma anche con quelle di redattori, grafici, correttori di bozze, tipografi, camionisti, venditori (l'elenco è virtualmente infinito nella complessità della moderna divisione del lavoro). Tutti costoro in un modo o nell'altro sono pagati per la parte avuta nella produzione e nella commercializzazione del volume.
Ogni compratore, vuoi di una noce di cocco, di un taglio di capelli o di una chitarra elettrica, paga, in ultima istanza, non con il circolante della domanda che può essere espanso o ristretto dal governo, ma con il suo provvedere beni e servizi. La sua domanda sorge e si esprime più vitalmente non sul mercato dove egli compie l'atto meccanico dell'acquisto, ma nella fabbrica o nell'ufficio dove rischia e sopporta privazioni nella creazione feconda dell'offerta. Egli apprezza il suo denaro in quanto le somme spese sono psicologicamente radicate nella precedente spesa del proprio impegno.
Un’utile definizione dell'inflazione è quella che la vede come dissociazione della domanda dall'offerta: il rafforzamento della credenza che il proprio potere d'acquisto possa superare di gran lunga il proprio potere d'offerta, che si possa ottenere qualcosa per nulla, che si possa prendere continuamente dagli altri senza dare. Specie se la banca centrale corrobora questo tipo di domanda, ben presto il valore della moneta, strumento della domanda, si riduce a nulla, il che, come osserva Voltaire, è il valore naturale di quei pezzi di carta stampata. Anche se il governo garantisce quei pezzi di carta rendendoli convertibili in oro, varranno assai poco se il tessuto morale della produzione e dello scambio si dissolve. In un'economia disgregata, dove la fiducia viene meno ovunque, un uomo potrebbe trovarsi a scambiare un'oncia d'oro per una libbra di grano. In un’economia monetaria, con il suo oro di grano potrebbe comprarne mezza tonnellata.
La produzione capitalistica implica la fede: nei propri vicini, nella propria società e nella logica compensatrice dell'universo. Cerca e troverai, dai e ti sarà dato, l'offerta crea la domanda. È questa cosmologia, questa logica sequenziale che distingue nella sua essenza l'economia libera dall'economia socialista. L'economia socialista parte da una definizione razionale dei bisogni o della domanda per arrivare a una struttura di offerta pianificata. E la razionalità a imperare, eliminando le temibili incertezze e i commisurati atti di fede che sono indispensabili a un sistema innovativo e in espansione.
I doni del capitalismo avanzato in un'economia monetaria sono chiamati investimenti. Non si fanno regali senza l'idea, magari vaga e inconscia, di ottenere una ricompensa, in questo o nell'altro mondo. Anche la massima biblica afferma che a chi da’ sarà dato. L'essenza del dare non sta nella mancanza di ogni aspettativa di ricompensa, ma nell'assenza di una remunerazione prefissata. Come i doni, gli investimenti capitalisti vengono fatti senza una ricompensa predeterminata.
Questi doni o investimenti sono sperimentali, in quanto la remunerazione di colui che da’ non è nota; e, siano guadagni o perdite, sarà lui ad assorbirli. Poiché in larghissima maggioranza gli investimenti falliscono, il momento della decisione è gravido di dubbi e di promesse e in certo modo soffuso di un'aura di fede. Ma per il fatto che le iniziative imprenditoriali sono esperimenti, anche i fallimenti sono in un certo senso un successo, anche la perdita è spesso riscattata. Nel corso del tempo, magari con il passare delle generazioni, gli insuccessi si accumulano sotto forma di nuova conoscenza, che è poi il tipo di capitale più decisivo, detenuto e dai singoli imprenditori e dalla società nel suo complesso.
Questa conoscenza nuova è di tipo più profondo di quella che si insegna nelle scuole o che si acquisisce tramite gli esperimenti controllati delle scienze sociali o di quella che deriva dall'esperienza delle economie socialiste. Gli esperimenti imprenditoriali, infatti, sono anche avventure in cui sono in gioco i mezzi di sostentamento dell'investitore. Egli corre quell'avventura con consapevolezza e passione, e con un alto grado di oculatezza e diligenza che esaltano al massimo gli insegnamenti che ne trae. Così l'esperimento può essere condotto alle sue estreme conseguenze, mentre le crisi e le sorprese a cui da’ adito possono essere sfruttate al massimo.
Spesso è questo vantaggio motivazionale a decidere del successo o dell'insuccesso di imprese o di nazioni che peraltro partono su basi di parità. Harvey Leibenstein, dell'università di Harvard, ha portato tutta una mole di prove a supporto della tesi secondo cui il fattore chiave delle differenze di produttività
che si riscontrano tra imprese e tra paesi non è né il tipo di efficienza allocativa indicata dai manuali di economia, né alcun altro input misurabile del processo produttivo. Le differenze dipendono dalla gestione, dalla motivazione e dallo spirito; da un fattore, insomma, che egli non è in grado di identificare esattamente ma che chiama efficienza x (6). Leibenstein cita il Tolstoi di "Guerra e pace": "La scienza della guerra dice che quanto più numerose sono le truppe, tanto più grande è la forza (...) Lo spirito dell'esercito è (tuttavia) il moltiplicatore per la massa che da’ il prodotto della forza. Determinare ed esprimere il fattore dello spirito dell'esercito, di questo ignoto moltiplicatore, è problema della scienza. Questo problema si potrà risolvere solo quando noi cesseremo di collocare arbitrariamente, invece di questa x incognita, quelle condizioni nelle quali la forza si manifesta, come gli ordini del condottiero, l'armamento, ecc. (…) ma riconosceremo questa incognita in tutta la sua integrità, cioè come un maggiore o minore desiderio di battersi e di esporsi ai pericoli" (7).
In altre parole, non sono gli input misurabili, come quelli che si possono calcolare in regime di economia pianificata, a determinare l'output. Leibenstein dimostra che le differenze di produttività tra lavoratori che svolgono la stessa mansione in un dato stabilimento tendono a variare addirittura fino a un rapporto di 4 a 1, che si possono osservare differenze fino del 50 per cento tra fabbriche dotate di impianti identici e di una forza lavoro di pari numero e pagata secondo le stesse tabelle. Sono delle componenti connesse all'attività direzionale, alla motivazione e allo spirito - e i loro effetti sulla disponibilità a ricercare conoscenze nuove - che sopravanzano tutti gli input quantificabili quando si tratta di spiegare l'efficienza produttiva, sia per quanto riguarda individui e gruppi sia per quanto riguarda dirigenti e forze lavoro. Una differenza chiave è sempre la propensione a trasformare informazioni e ipotesi vaghe in conoscenza operante e attiva: la volontà, per dirla con le parole di Tolstoi trasferite dalle arti marziali alle arti produttive, "di battersi e di esporsi ai pericoli", di operare sforzi e di affrontare rischi.
Senza quel fattore x, le migliori possibilità di un'economia restano per la maggior parte latenti; solo molto lentamente, in quel caso, le lezioni del successo e dell'insuccesso si aggregano in un tutto organico a costituire il capitale della conoscenza economica. Come mostrano i dati presentati da Leibenstein, come indica l'attenta osservazione e come la storia conferma, il fattore spirito è suscitato in massimo grado dalla proprietà. Possedere significa esporsi ai rischi e ai benefici impliciti nella proprietà produttiva, si tratti della propria terra da lavorare o di azioni della IBM. Significa, nell'economia competitiva di un mondo in divenire, che il proprietario vive sulla cresta della creazione, continuamente informato e ispirato, ammaestrato e motivato da lampi di conoscenza sorprendenti, relativi alla moda, al gusto e alla tecnologia, che possono cambiare radicalmente i valori - ossia le remunerazioni future - di ciò che si possiede.
Il socialismo è una polizza di assicurazione acquistata da tutti i membri di un’economia nazionale per proteggersi dal rischio. Ma il risultato è che quello schermo protettivo impedisce il passaggio alla conoscenza dei pericoli e delle opportunità reali, onnipresenti in tutte le società. Invece di beneficiare di una molteplicità di doni e di esperimenti, l'intera economia assorbe il rischio assai più grave di rimanere statica in un mondo dinamico. E più probabile, insomma, che il sistema globale si dimostri più stabile in un'economia capitalistica, dove i singoli cittadini e imprenditori assumono rischi in misura assai maggiore.
La differenza cruciale è però che il capitalismo, dando prima di prendere, persegue un modo di pensare e di agire compatibile con l'incertezza. I socialisti elaborano un piano nazionale che identifica il quadro esistente dei bisogni e delle esigenze, dopo di che alle aziende si passano le commesse che dovranno soddisfarli; vale a dire, prima viene la domanda. Un sistema conduce costantemente e incessantemente esperimenti, verifica ipotesi, scopre frammenti di conoscenza; l'altro assembla dati relativi a input e output e amministra i piani che ne risultano.
Il socialismo parte dal presupposto che si conosca già la maggior parte di quanto occorre sapere per realizzare gli obiettivi nazionali. Il capitalismo si basa sull'idea che viviamo in un mondo di complessità insondabile, di ignoranza e di rischio in cui non ci è possibile prevalere sulle difficoltà che ci stanno di fronte senza uno sforzo costante di iniziativa, simpatia, scoperta e amore. Un sistema sostiene che possiamo prevedere in maniera attendibile e suscitare gli esiti di cui abbisogniamo. L'altro afferma che dobbiamo dare assai prima che si possa sapere quel che l'universo ci ricambierà. Uno si fonda sul potere umano empiricamente calcolabile; l'altro sull'ottimismo e su presupposti di fede. Sono queste le due visioni generali del mondo che, in concorrenza tra loro, determinano i nostri destini.
In regime capitalistico, le iniziative della ragione sono varate in un mondo governato dalla moralità e dalla Provvidenza. I doni riscuoteranno successo solo nella misura in cui sono altruistici e scaturiscono dalla comprensione dei bisogni degli altri. Essi discendono dalla fede in un'umanità essenzialmente equa e ricettiva. In un mondo del genere è possibile dare senza un compenso fissato per contratto. Si può intraprendere senza l'assicurazione della ricompensa. Si possono perseguire le sorprese del profitto, invece dei benefici più limitati della paga contrattuale. Si possono prendere iniziative in un contesto altamente rischioso e incerto.
Quando la fede muore, muore anche l'intrapresa. È impossibile creare un sistema di regolazione e sicurezza collettiva che alla lunga non inaridisca le sorgenti morali della propensione ad affrontare i pericoli e la lotta, che non soffochi il flusso spontaneo dei doni e degli esperimenti, per i quali si estendono le dimensioni del mondo e i circuiti dell'umana simpatia.
Il punto di forza cruciale e al tempo stesso il punto debole del capitalismo e della democrazia stanno nel loro affidarsi alla creatività e al coraggio individuali, alla capacità di guida dei capi e alla moralità, all'intuizione e alla fede. Ma non vi è alternativa, se non nella mediocrità e nella stagnazione. La ragione e il calcolo, con tutto il richiamo che esercitano, non possono mai essere sufficienti in un mondo dove gli eventi prendono forma per l'azione di milioni di uomini che agiscono in maniera imprevedibile, in interazioni di insondabile complessità, nell'imperscrutabilità del tempo.
Ciò che in superficie è il punto di forza, ma che in ultima analisi è il difetto paralizzante del collettivismo, è la sua credenza nella possibilità di una conoscenza razionale e puntuale dei fatti umani e dei loro effetti futuri. Chi ricerca la garanzia e la certezza vive sempre nel passato, la sola regione della sicurezza, e le sue politiche, nonostante tutta la retorica "progressista", sono necessariamente reazionarie. A certa conoscenza, se mai vi si arriva, si giunge solo dopo che il momento dell'opportunità è passato. L'operatore economico che aspetta il configurarsi di un mercato sicuro, il tagliatore di cedole che pretende piena garanzia di nuovi rendimenti, il leader che cerca un'opinione pubblica compatta e concorde, tutti costoro agiranno sempre con troppi indugi e in ritardo.
I produttori di una nazione non possono assolutamente dipendere da una domanda preordinata dei loro beni. La domanda nasce dalla qualità stessa dei prodotti e, in un mondo mutevole, le qualità richieste cambieranno senza posa. L'uomo che da’ forma al futuro non può che vivere sempre nel dubbio, capitalizzando sulla fede. L'avvenire della democrazia e del capitalismo occidentali è legato alla condizione che la fede nel futuro continui a prosperare in quei paesi che gli hanno dato i natali.
NOTE
(*) Titolo originale "Date e vi sarà dato", in Gorge Gilder, "Ricchezza e povertà. Il valore sociale e morale della ricchezza", Milano, 1982, cap. 3° [Le note fra parentesi quadre sono mie].
(1) Marvin Harris, "Cannibali e re", Milano, 1979.
(2) Helen Codere, "Fighting with Property, a Study of Kwakiutl Potlatching and Warfare", in George Gilder, op. cit.
(3) Melville J. Herskovits, "Economic Anthropology: The Economic Life of Primitive Peoples", in George Gilder, op. cit.
(4) Per un acuto saggio che giunge a questa conclusione, vedi Richard J. Posner, "Utilitarianism, Economics, and Legal Theory, The Journal of Legal Studies", in George Gilder, op. cit.
(5) Ivan H. Light, "Ethnic Enterprise in America", in George Gilder, op. cit.
(6) Harvey Leibenstein, "Efficienza X e sviluppo economico. Una teoria generale", Torino, 1989.
(7) Leone Tolstoi, "Guerra e pace", Milano, 1942, vol. 4.
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