Il pensiero di Marx porta alla morte

 

Il pensiero di Marx porta alla morte. È quanto emerge da una conferenza tenuta a Dornach proprio ai tempi in cui Karl Marx era considerato il massimo profeta del cambiamento. Il conferenziere era Rudolf Steiner, fondatore della scienza dello spirito, e la conferenza (terza delle otto relative al ciclo “La questione sociale un problema di consapevolezza”, oggi  reperibile nell’omonimo libro) fu tenuta precisamente il 21 febbraio 1919. Ne riporto alcuni brani che testimoniano che il vero profeta fu semmai Steiner, dato che il fallimento del socialismo costruito sul pensiero di Marx è un fatto indiscutibile. Ciò che sconcerta è che, nonostante ciò, la cecità volontaria di chi non vuole vedere la realtà di questo fatto, continua imperterrito a sperare in un cambiamento attraverso un pensare massimamente indebolito nel nuovo imperativo categorico del cosiddetto “pensiero debole”, senza accorgersi di continuamente procedere verso la morte.

Dunque se il pensiero di Marx porta alla morte, anche il “pensiero debole” in cui si vuole fare rientrare Kant (Kant è il filosofo - sic! - che nella prefazione alla sua 2ª edizione di “Critica della ragion pura” scrisse: “[...] dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede”) e Marx dalla porta di servizio, non può che portare alla morte.

 

Ma veniamo alla conferenza. In essa Steiner inizia col sottolineare “il modo in cui si sono formate a poco a poco le concezioni del movimento proletario” e come si erano evolute fino al 1919, notando ciò che vale ancora oggi, vale a dire che nel 2010 tali idee sono assolutamente identiche: mummificate: “all'interno del mondo proletario sono presenti idee di tutti i tipi […] accanto ai molti proletari socialisti che pensano nei modi più diversi, di gran lunga la maggior parte di loro si professa radicalmente seguace nei confronti del marxismo delle origini o successivo […] uno sostiene di essere marxista ortodosso, l'altro di rappresentare un marxismo progredito e così via, ma tutti si riportano a Marx”. Oggi le cose stanno esattamente come un secolo fa, se non peggio. Guai infatti a chi per esempio afferma che non può essere considerato filosofo chi reputa la filosofia miseria. E chi se non Marx scrisse un libro intitolato “La miseria della filosofia”, poggiante su mera avversione nei confronti di Proudhon (1809 – 1865) che aveva scritto “La filosofia della miseria” indicando filosoficamente le contraddizioni economiche di Marx?

Marx è tutt’altro che un filosofo. Dal punto di vista filosofico è, anzi, una capra, dato che porta veramente alla miseria, all’ignoranza e alla morte.

 

Se infatti si osserva il percorso che va da  Karl Marx a Vladimir Lenin (1870 - 1924) il quale riteneva se stesso un vero, autentico marxista, si coglie un altro movimento, il leninismo, i cui sostenitori (ancora oggi!) sono convinti di rappresentare l'autentico marxismo. Con ciò si arriva facilmente a percepire che da allora prese piede un speciale dannosissima unilateralità che, ancora oggi, vuole accollare tutto allo Stato, mentre   nell'organismo sociale abbiamo a che fare con una triade, in cui lo Stato dovrebbe occupare il mero ambito del diritto (Stato di diritto) secondo epikeia, cioè equità, dunque un terzo di tale organismo, lasciando i rimanenti due terzi alla libertà della cultura ed alla solidale o fraterna divisione del lavoro in economia. Invece abbiamo i partiti, che in fondo sono tutti facce del socialismo poggiante su unilateralità, dato che sono tutti unilaterali nella loro costruzione ideologica, anche quando si assomigliano pur essendo formalmente opposti! “Si può ben dire che il socialismo sorto dal marxismo ha differenti sfumature in Inghilterra, in Francia, ha punte estreme in Germania, ed è poi passato in Russia. È giusto che abbia assunto sfumature differenti, ma l'essenziale questione di principio, il rapporto del mondo proletario con lo Stato, è finita in un'atmosfera più o meno nebulosa. Proprio a causa di questo, all'interno del socialismo si formarono molti partiti che conducono una lotta al coltello tra loro per aver interpretato in modo diverso il rapporto del proletariato con lo Stato formatosi storicamente nel corso dell'evoluzione”.

 

Non è pazzesco che queste cose dette nel 1919 non furono ascoltate?

 

E non è pazzesco che oggi ci siano partiti e capi di partiti che si professano anticomunisti o antimarxisti, parlando di debito pubblico, e contemporaneamente di spese per armamenti e missioni di pace che sono missioni di guerra?

 

A cosa porta in definitiva il percorso da Marx a Lenin se non al ricorrere agli armamenti?

 

Per fare chiarezza su questo punto occorre studiarsi bene un particolare nesso del modo di pensare di Lenin: “Lenin interpreta Marx come un assoluto nemico dello Stato che parte dall'idea: se deve cessare l'oppressione del proletariato, lo Stato quale risulta dal suo sviluppo storico deve venire accantonato, deve cessare di esistere. È interessante perché proprio quelli che Lenin considerò i nemici vorrebbero scaricare tutto sullo Stato quale risulta dallo sviluppo storico. Oggi di conseguenza in campo sociale abbiamo questi due opposti: da un lato gli autentici fanatici dello Stato che vorrebbero statalizzare tutto, e dall'altro Lenin, l'assoluto nemico dello Stato, che vede la salvezza dell'umanità non nell'eliminazione, che egli ritiene una stoltezza, un'utopia, ma nel graduale atrofizzarsi dello Stato […] Lenin pensa così: ‘Il proletariato è l'unica classe che può salire al potere dopo che le altre si sono comportate in modo assurdo e sono maturate per il declino’. Lenin ritiene che la classe sociale proletaria porterà alla massima completezza lo Stato della borghesia. Prego di prestare attenzione alla forma del pensiero. Lenin quindi non dice come gli anarchici: ‘Eliminiamo lo Stato’. Non gli viene neanche in mente […] lo riterrebbe la più grande sciocchezza; dice invece: ‘Se l'evoluzione continua sulla strada su cui l'ha messa la borghesia, allora questa è pronta per il declino. Il proletariato si impadronirà della macchina dello Stato - come dice lui: lo Stato che la borghesia ha creato come strumento per l'oppressione del proletariato sarà portato a perfezione dal proletariato, diverrà quindi appunto lo Stato più perfetto’. Qual è tuttavia la caratteristica dello Stato più perfetto? Chiede ora Lenin, e crede di essere un autentico marxista dicendo: ‘La caratteristica dello Stato più perfetto, quando esisterà (ed esisterà grazie al proletariato e come ultima conseguenza della borghesia stessa) è di spegnersi. Lo Stato attuale può esistere appunto solo come Stato creato dalla classe borghese perché è imperfetto, se il proletariato lo perfeziona portando a compimento ciò che aveva iniziato la borghesia, lo Stato riceve il suo giusto impulso che consiste nella morte, nella sua auto-cessazione’. Questo è il tipico modo di pensare di Lenin. Vi vediamo potenziato quel che si trova già in Marx: la formazione del pensiero e la sua fine nel nulla. Solo che Lenin è un pensatore molto realistico che dal processo storico perviene all'idea che lo Stato deve venir appunto perfezionato, che ora non finisce perché è imperfetto, e che anzi da questo trae la sua forza vitale. Quando il proletariato lo perfezionerà avrà la base della sua graduale scomparsa. Vediamo che dalla realtà viene ricavata un'idea e che essa in gran parte dell'Europa orientale ha la tendenza a diffondersi come realtà. Non è solo un'idea, passa nella realtà, la supera così che si può dire: voi borghesi avete fondato lo Stato moderno, l'avete usato come strumento di oppressione del proletariato, l'avete lasciato imperfetto, è lo Stato delle classi privilegiate; vi serve per opprimere la classe proletaria; a ciò deve la sua vitalità. Poi verrà il proletariato ed eliminerà il potere di classe, renderà lo Stato un'entità perfetta che morirà e non potrà più vivere. Nascerà allora quello che deve nascere, di cui nessuno oggi può sapere niente (come dice Lenin). L'elemento che fluisce da questo socialismo è l'ignorabimus sociale […]. Il modo di pensare che si è impadronito oggi delle idee sociali nasce dalla scienza, e come la scienza è pervenuto a buon diritto dal suo punto di vista all’ignorabimus: “Non siamo in grado di sapere niente” (soprattutto a causa di Kant e del formalismo; ndr), così il pensiero socialistico arriva all'ignorabimus socialista. Questo nesso va studiato bene. Senza quel che viene insegnato nelle buone università borghesi e che è ispirato alle concezioni scientifiche non esisterebbe alcun socialismo. Il socialismo è figlio della borghesia, e lo è anche il bolscevìsmo. Questo è il nesso più profondo che va capito prima di tutto il resto”.

 

E gli armamenti?

 

Lenin considerava importante che all'interno degli Stati borghesi si fosse sviluppato il burocratismo, la macchina militare, come la chiamava. La “macchina militare sarebbe nata per venire adoperata dalle classi dirigenti per opprimere appunto quelle oppresse. Per questo motivo l'ala più radicale del socialismo, il bolscevismo, sa con chiarezza che può realizzare ciò che vuole solo attraverso il proletariato armato. Senza armi è inutile sperare di ottenere quel che si vuole. L'argomento viene sostenuto con esempi storici. Le Comuni francesi riuscirono a operare finché coloro che erano arrivati al potere furono armati. Nel momento in cui vennero disarmati non ce la fecero più. Questo è uno dei punti cui bisogna badare: avere cioè nel proletariato una forza lavoratrice armata. Ma che cosa succederà, che cosa accadrà quando farà la sua comparsa il proletariato come potenza lavoratrice armata?” La risposta è: quel che in parte succedeva già nel 1919, che continua ancora oggi nel 2010, e che continuerà se non ci si sveglia dal torpore mummificato che contraddistingue l’uomo stolido di oggi: “Succede in un modo da far credere che alcune persone potrebbero svegliarsi dal profondo sonno sociale nel quale sono immerse da tanto tempo. Che cosa succederà? Per prima cosa deve smettere di esistere lo Stato come Stato di classi. Lo Stato di classi che la borghesia ha fondato deve passare nelle mani dei lavoratori armati […]: Lenin accenna alla necessità che al posto dei funzionari e della gerarchia militare subentri una sorta di amministrazione costituita solo da elementi eletti e che per come sono i rapporti oggi, per amministrare quanto va amministrato, occorre seguire bene la normale preparazione scolastica. Si avvale di una curiosa espressione che la dice lunga. Lenin dice che quel che oggi è chiamato Stato va trasformato in una grande fabbrica con contabilità generale. Per metterlo in atto, per esercitare controllo e cose simili sono sufficienti le quattro operazioni aritmetiche e tutto quanto si può imparare alle elementari”!

 

Proprio il sedicente marxista Lenin indicava dunque che Marx aveva già introdotto una determinata idea dell'evoluzione dell'ordine mondiale futuro. In definitiva questi “pensatori” ritenevano ciò che ancora oggi 2010 tutti i partiti ritengono, vale a dire “che la strutturazione sociale debba avvenire in due fasi e non in una volta sola. La prima fase è quella che introduce semplicemente il proletariato nello Stato borghese di cui Lenin dice che, una volta giunto a perfezione, si esaurirà da sé […] l'opinione dei socialisti è che nella prima fase dell'ordine socialistico continui semplicemente l'ordine borghese e che ad esso provveda il proletariato” e che  “la fase successiva è quella di uno Stato borghese senza borghesia (cfr. Lenin, “Stato e rivoluzione”, ndr); questa sarà eliminata o ridotta in servitù […] vi sarà solo il proletariato dominante, i cui rappresentanti saranno eletti e non nominati o decorati da monarchi o da figure analoghe. Il proletariato sarà al tempo stesso amministratore e legislatore; sarà sempre lo Stato borghese, soltanto senza la borghesia. Ognuno verrà ricompensato in base al suo lavoro, ma è naturale che vi saranno disuguaglianze”.

 

Infatti i nostri attuali politici lottano, anzi fingono di lottare, fra loro  per… non cambiare assolutamente mai queste disuguaglianze, dato che sarebbe da stupidi lottare per equalizzare il loro stipendio di circa 40 mila euro al livello degli stipendi o delle pensioni dei poveri, razziati e gabbati.

 

“Tutto questo non crea per nulla una condizione ideale. Se uno chiedesse: come hanno trasformato costoro l'ordine sociale dell'umanità? Lenin risponderebbe semplicemente: come prima fase non vi abbiamo promesso altro che di portare alle sue conseguenze lo Stato borghese che voi avete fondato; ora dobbiamo farlo e in quanto proletariato lo faremo. A suo tempo lo avete fatto, ora lo facciamo noi. Facciamo cioè la stessa cosa che avete fatto voi: uno Stato borghese, ma senza borghesia. Così dice ad esempio Lenin: lo Stato borghese senza borghesia porterà all'esaurimento dello Stato”!

 

Ma quando mai? Sia ben chiaro. Né il pensiero di Marx né quello di Lenin portano alla morte dello Stato. Lo Stato è carta e non muore. Le elucubrazioni astratte di questi due geni sono veggenza totalmente infondata. Attraverso l’orwelliana uguaglianza pace = guerra, il loro pensare socialistico porta casomai alla morte della gente reale tramite gli armamenti, e/o tramite la miseria di cui parlava Proudhon.

 

E proprio perché l'ideale astratto di Marx e di Lenin “è portare l'ordine borghese che si autoconduce ‘ad absurdum’, verso la sua fine, portare lo Stato alla sua estinzione, e di far crescere attraverso questo processo una nuova specie umana i cui rappresentanti siano abituati a lavorare in relazione alle loro capacità e siano capaci di vivere quindi secondo le proprie esigenze, nessuno dei quali ruberà perché, come oggi la gente per bene si ribella quando viene insultata una signora, anche allora la gente per bene si ribellerà spontaneamente”, per cui in futuro costoro prevedono che “non vi sarà bisogno dell'intervento di una casta militare o burocratica, bensì di una nuova specie umana”, è chiaro che in illo tempore avemmo a che fare con veggenti che vedevano esattamente l’opposto della realtà dei fatti.

 

Questo dovrebbe servire ad aggiustare il tiro. Insomma il crollo del muro di Berlino dovrebbe insegnare a non ricadere nel rifacimento di un altro muro come quello di Maastricht!

 

Ma se oggi è ancora solo questa - cioè l’ideale astratto di Marx e di Lenin -  la malcelata speranza di coloro (politici e media) che promuovono ancora le idee di questi due cervelloni dell’anti-realtà, significa che l’ignorabimus che prese piede con Kant farà ancora nuove vittime.

 

“Ma su che fede si fonda tutto ciò? Sulla superstizione dell'ordine economico. Bisogna tenerlo presente. Il capitalismo ha da un lato prodotto un ordine economico cui non si contrappone alcuna vita spirituale, ma solo un'ideologia. Situazione, questa, che il socialismo intende portare al suo acme: via tutto tranne la vita economica! Sottintendendo però che produrrà una nuova specie umana. È di straordinaria importanza chiarire questa superstizione in merito alla vita economica, convincersi che oggi un numero infinito di persone crede che semplicemente organizzando la vita economica a modo loro si ottenga non solo un auspicabile ordine economico, ma addirittura una nuova specie umana che si educa a un augurabile ordine economico. Tutto questo è la moderna forma di superstizione che non sa accettare l'idea che dietro a tutta la realtà esterna, economica e materiale, vi sia l'elemento spirituale (leggi: immateriale, ndr) con i suoi impulsi e che l'elemento spirituale debba venir accolto e riconosciuto dagli uomini come tale. […] L'uomo nuovo non sarà mai frutto dell'evoluzione economica, ma solo della propria interiorità […] Pensiamo solo a che cosa succederebbe se sulla stessa scia di pensiero (di Marx e Lenin; ndr), come formula educativa ottimale si dicesse quanto segue: ‘Intendo ideare la più perfetta elaborazione dell'odierno sistema educativo e lo faccio in modo che l'uomo venga educato ad assorbire al massimo il principio di morte, in modo che una volta educato cominci possibilmente a morire’. Sarebbe un pensiero che si annulla in se stesso […]. Veniamo ora al concetto leninista dello Stato: proprio quando esso giunge a perfezione si dispone all'estinzione. Già da questo si nota che il pensiero moderno non riesce ad avere un'idea fruttuosa e produttiva su nulla. […] Lo ha mostrato soprattutto la catastrofe bellica. […] Lo si è notato poi nell'ambito della vita dello Stato: i socialisti che portano a conclusione i pensieri abbozzati dai borghesi, pensano a uno Stato che ha proprio la caratteristica di autocondursi all'estinzione. Nel campo della vita economica si abbandonano tutti alla superstizione che la vita economica, che in realtà ci logora […] genererà la nuova specie umana”.

 

Ma la realtà dei fatti dimostra che la nuova specie umana che si sta generando è una nuova specie di schiavitù.

Nella ottava ed ultima conferenza di questo ciclo Steiner aggiungerà a proposito della libertà: “Libero è solo il vero essere umano che viene visto come punto di equilibrio tra l'idea che irrompe nell'autentico spirito e la realtà materiale. Per questo nella Filosofia della libertà tentai di basare la vita morale non su un qualche principio astratto ma sull'esperienza intima e morale che allora chiamai ‘immaginativa morale’ su quello che sgorga nell'essere umano individuale dall'intuizione, espressa in immagine. Kant elaborò l'imperativo categorico: agisci in modo che la massima del tuo agire possa fungere da direttiva per tutti. Indossa un abito che possa andar bene a tutti!” (R. Steiner, Dornach 16 marzo 1919). Eccolo là il formalismo, lo stampino del kantiano “dover essere” per cui sono tutti uguali in quanto tutti rincoglioniti dalla scuola dell’obbligo! Ahahahahahahahahaha! Invece “la massima della filosofia della libertà recita: agisci come te lo consentono al momento concreto le tue forze umane superiori, come ti risulta dallo spirito nel singolo momento concreto” (ibid.).