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Logica sociale del terzo millennio

Premetto
che le seguenti ipotesi nascono da libera osservazione di brani della bibbia
e dei vangeli, non pregiudizialmente condizionate da dottrine
confessionali, collettivistiche, e/o partitiche.
Nell'ipotesi possibile che il socio di un organismo sociale riceva dall'organismo sociale un reddito di fondo incondizionato dalla nascita alla morte, si verificherebbe che nella sua serie di conti egli resterebbe “in dare”. L'organismo sociale invece resterebbe “in avere” in quanto gli conferirebbe tale reddito.
Il sistema di scrittura contabile che permette di registrare spostamenti di valori simultaneamente in due serie di conti al fine di rilevarne il dare e l’avere reciproci è detto infatti “partita doppia”, e non è così difficile da capire: se mi dai dei soldi o mi offri una quantificabile prestazione di lavoro, tu rimani “in avere”, mentre io “in dare”.
Quando ti restituisco i soldi o il compenso dovuto, i conti chiudono a zero. Perché sommando tutto il “dare” e tutto l’“avere” la dinamica della partita doppia esige che si chiuda sempre a zero.

Anche dal punto di vista teologico, la cosiddetta partita è doppia perché vede da un lato la terra che è di tutti, e dall’altro coloro che la sfruttano.
Il riconoscimento che i beni del creato attualmente fuori da ogni proprietà e sovranità (risorse minerarie di fondi oceanici o della luna, Antartide, bacini idrici, orbite satellitari per le telecomunicazioni, ecc.) valorizzati dalle tecnologie avanzate, sono di pertinenza comune, conduce all'ipotesi che coloro che li sfruttano e li commercializzano siano in debito verso tutti gli altri.
Da questo punto di vista, la creazione di un fondo per la perequazione di quel debito e per lo sviluppo - mediante i proventi dei canoni di concessione dei beni di pertinenza comune - potrebbe non solo far uscire l'umanità dall'attuale impasse sul debito dei paesi in via di sviluppo, ma decondizionare ogni individuo dall’obbligo di lavorare per vivere. Infatti l’espressione “la terra è di Dio” (cfr. G. Franzoni “La terra è di Dio”, Ed. Edup, 1973) è tratta dal passo del Levitico (25,10 sgg.) in cui vi è l’istituzione del giubileo, l’anno della ‘remissione’: “ciascuno di voi - dice tra le altre disposizioni il testo biblico - tornerà nella sua proprietà... le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia, e voi siete per me come forestieri e inquilini”. La stessa affermazione ricorre nel salmo 49, in cui all’uomo che crede di contentarlo con sacrifici e offerte il Signore ricorda: “[…] mio è il mondo e quanto contiene” (v. 12). Nello stesso senso, riconoscendo la regalità del “re dei Giudei che è nato”, i Magi portano doni a Gesù bambino “per adorarlo” (cfr. Mt 2, passim). E secondo la medesima logica, i poveri, che Gesù associa e assimila a sé (Mt 25,40 ), dovrebbero essere i veri destinatari dei beni della comunità cristiana, ed il vero tesoro della Chiesa.
Ecco perché San Lorenzo, diacono addetto alla carità della chiesa di Roma, all’imperatore Valeriano, desideroso di impadronirsi dei beni che la chiesa metteva in comune per i poveri, presenta i poveri come vero tesoro. “Dare il necessario ai poveri” diceva infatti Gregorio Magno “è restituzione del dovuto e non elargizione del nostro. È piuttosto pagamento di un debito di giustizia, che soddisfazione di un’opera di misericordia” (Gregorio Magno, regola pastorale 3ª, 21 in "La Regola pastorale", a cura di A. Candelaresi, Roma, 1965).
Questo modo di pensare è d’altronde già presente negli scritti di Ambrogio: “Quanto dai al povero non lo elargisci dal tuo, ma glielo restituisci dal suo (non de tuo largiris, sed de suo reddis); perché quanto è stato dato per l’utilità comune tu da solo lo usurpi (il latino usurpare equivale a “rapinare a proprio uso”). La terra è di tutti, non dei ricchi” (Storia di Naboth, un commento al celebre episodio del cap. 21 del 1° libro dei Re; De Nab. 12,53).
L’espressione “la terra è di tutti” di Giovanni Franzoni fece pensare molti studiosi moderni ad un “comunismo” ante litteram di Ambrogio, ma in realtà il suo pensiero è semplicemente biblico: la terra è di tutti perché Dio, a cui tutto il mondo appartiene, l’ha data per tutti; lo stesso Ambrogio (ancora nella Storia di Naboth, 16,67) spiega: “tutto quanto offrirete in dono è mio, dice il Signore, perché tutto il mondo è mio” (e qui cita il passo del Salmo 49, sopra ricordato).
Dare ai poveri non è filantropia, né “collettivismo”, ma celebrare il giubileo. E non a caso Gesù di Nazareth lega ad esso la propria missione: “Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio... e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18.19), cioè il giubileo, anno della remissione.
Del diritto di tutti sui beni della terra avevano parlato in molti nell'antichità, ed anche i filosofi greci (soprattutto gli stoici, citati peraltro dallo stesso Ambrogio), dei quali si fecero portavoce nel mondo romano Cicerone (“De officiis”), ripreso a sua volta da Ambrogio nel suo “De officiis ministrorum”, che ricalca l’opera ciceroniana. Mentre il Seneca afferma: “Ciò che dai all’altro non lo presti, ma lo restituisci” (“De beneficiis”,5,1,4). Cicerone, Seneca e gli Stoici non vanno però oltre un dovere civile e sociale, guardando, ed è già tanto, ad una solidarietà umana che si fonda sulla comune origine divina degli uomini.
Ora, se la terra è di tutti, un pezzo di terra appartiene dunque anche a te individuo (o cittadino, ma da tempo preferisco non usare più questo termine perché il civis romanus è per me una specie di brodo di maiale - come dall’antico gioco di parole: giustizia di Verre in cui Verre è appunto il verro o il porco - andato a male. Infatti, la giustizia poggiante sul pregiudizio del pensiero debole è un anacronismo filosoficamente irrisolto che dal tempo della problematica fra essere e divenire - Parmenide ed Eraclito - attende maggiore partecipazione individuale, dunque più che “cittadina”).
Se presumi che la terra possa avere dato un potenziale reddito sufficiente perlomeno al tuo sostentamento, tale potenzialità potrebbe essere pensata “in avere” nella tua serie di conti, mentre “in dare” rispetto all'organismo sociale a cui appartieni come socio. D’altra parte l'organismo sociale, ponendosi in “dare”, non può non avvertire che la terra non appartiene più a se stessa, bensì ai vari proprietari terrieri.
Tutti i redditi potenziali dei vari proprietari terrieri dovrebbero pertanto - se questo ragionamento è esatto - essere messi in “dare”. Per il solo fatto di possedere la terra, divengo allora debitore della terra elargitrice di quel reddito. L'individuo coltiva la terra e non solo produce quel reddito ma cento volte quel reddito. Trasformato quel reddito in denaro grazie ad individui che hanno tenuto la terra coltivata e che quindi hanno prodotto più di quello che era stato loro addebitato, vi dovrebbero essere in definitiva i conti di ogni sussistenza umana, anche per gli altri che invece hanno tenuto la terra lì, ferma, solo per desiderio di possesso. Questi ultimi rimangono pertanto “in dare”, in quanto responsabili verso il Creatore perché non hanno fatto produrre la terra.
Ma questa non è forse la parabola dei talenti? Il Padre da’ i talenti a tutti i suoi figli. Qualcuno li coltiva, qualcuno no, ed il debito rimane a colui che non ha coltivato.
In sintesi il ragionamento è di una semplicità estrema: la terra è del Padre. Il Padre ama tutti i figli suoi in uguale misura. Dunque vuole che un pezzo di questa sua terra sia di ciascuno. Poiché però vi saranno alcuni che possiedono anche le cose degli altri e alcuni che non possono disporre delle proprie, questi ultimi rimangono in credito, mentre gli altri rimangono in debito.
Con un reddito di fondo incondizionato elargito dall'organismo sociale ad ogni suo socio dalla nascita alla morte, ciò non succederebbe, in quanto l'organismo sociale risarcirebbe ognuno, appunto, attraverso tale reddito incondizionato. L'individuo dovrebbe dunque avere questo diritto naturale.
Ovviamente come individuo, dovrei prendere dalla terra quel tanto che mi serve per vivere, dunque solo i frutti naturali, l’acqua, gli animali, l’erba, la verdura, ecc., cioè tutto quanto è dato spontaneamente dalla terra, non il mancato reddito. Quest’ultimo d’altra parte non mi sarebbe negato come merito qualora volessi farla rendere al massimo, coltivandola.
Il prodotto di ogni impresa viene infatti per coloro che ci lavorano.
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