Lettera aperta a Hoppe

 

L'imputazione più grave al capitalismo che si leva ancora oggi unanime è che esso sia affetto da un vuoto morale. I grandi esponenti della scuola austriaca di economia politica, fondatori della versione più estrema del pensiero liberale, l’anarco-capitalismo dei cosiddetti libertari odierni, per quanto eloquenti nella loro critica dell'economia politica collettivistica e nella loro esaltazione della libertà, non sanno bene poi dove questa loro libertà conduca. Affermano infatti che la libertà è buona di per sé e ci arricchisce, mentre il collettivismo accoppia schiavitù e povertà, però non si accorgono - come del resto non si accorgono neanche i loro detrattori collettivisti - che il vero problema, l’antica questione sociale oggi rimasta irrisolta, non risiede negli antilibertari collettivisti o nei libertari  anticollettivisti ma nel concetto spurio di economia politica, spurio in quanto economia e politica sono due fattispecie essenzialmente differenti, che non possono essere fritte insieme come polpette.

 

L’economia (il fare economia, risparmiare) dipende dal capo umano, da cui il capitalismo discende non come sistema politico ma come azione intelligente dell’uomo votata al proprio interesse vitale (da “inter - esse”: “essere fra” le cose del mondo, fra cui anche gli esseri umani, il prossimo, onde la fraternità, la solidarietà, il soldo).

 

La politica dipende invece dal cuore umano, che deve armonizzarsi con lo spirito del tempo in quanto arte di governare secondo uguaglianza gli uomini, offrendo loro garanzia di uguaglianza legittima di trattamento ma “a tempo” e “nel tempo”, e non in modo anacronistico come oggi avviene, onde l’aritmia e morte quasi della giustizia e della certezza del diritto.

 

Così, mentre i collettivisti vorrebbero governare imponendo disuguaglianze, gli anticollettivisti non vedono il motivo di dare al capitalismo una scienza dello spirito, cioè una scienza poggiante sull’universalità del pensare, così da attribuirvi un individualismo in grado di essere etico.

 

Chi infatti fra gli esponenti dell'economia politica austriaca ha finora dimostrato in maniera persuasiva che il capitalismo può progredire e prosperare solo se da’ spazio all'individualismo etico degli imprenditori, cioè alla loro creatività eroica nonostante gli ostacoli posti da ogni parte dallo Stato? Nessuno finora. Quindi, se nessuno vorrà riflettere seriamente su questo problema, come potranno gli uomini optare di vivere in una società libera se continueranno a non avere motivi di credere che sia anche una società giusta?

 

La mia risposta a questa domanda è negativa perché l’insegnamento che posso trarre dalla storia è che, così come l’esemplare della specie umana non può tollerare a lungo il senso di vuoto spirituale della sua vita individuale, per cui diventa necessariamente individuo emancipandosi dai condizionamenti della specie, allo stesso modo non può accettare a lungo una società in cui potere, privilegio, e proprietà, non siano ripartiti secondo criteri moralmente validi.

 

Dunque se l’attivismo libertario si fonda sull'idea che la libertà capitalistica e non la fraternità capitalistica sia il nuovo catechismo libertario per la ricerca di consenso, proprio tale attivismo mina in realtà il capitalismo, esattamente come è stato per il liberalismo classico.

 

Perché infatti la gente continua “sempre più” - scrive  l’economista austriaco e teorico sociale anarco-capitalista H. Hoppe - a rifiutare la verità liberale in favore della falsità socialista? Hoppe considera tale rifiuto come “indicativo di un errore insito nella dottrina liberale” (H. Hoppe, “Errori del liberalismo classico e futuro della libertà”, cap. 11 di “Democrazia: il dio che ha fallito”, Macerata, 2006, pag. 315). Infatti una libertà che non fornisce una base morale ai suoi risultati è libero arbitrio in quanto carente di universalità e di uguaglianza. Il “problema di come conciliare il governo con l’idea di universalità e di uguaglianza” (ibid., pag. 321) non può infatti essere risolto con la democrazia (cfr. ibid.) ma solo con un “forte argomento etico” (ibid. pag. 324) di cui però Hoppe non fornisce ancora alcuna chiave.

 

Tale chiave io invece l’ho trovata nell’“individualismo etico” analizzato e proposto come progresso morale” dal fondatore dell’antroposofia Rudolf Steiner:"si ha un progresso morale quando l’uomo non si limita più ad elevare semplicemente a motivo del suo agire un comandamento di una autorità esterna o interna, ma si sforza di comprendere la ragione per cui una qualsiasi massima dell’agire deve operare in lui come motivo. Questo è il progresso che porta dalla morale autoritativa, all’agire per discernimento morale" (R. Steiner, "L'idea della libertà", cap. 9 de "La filosofia della libertà"). Detto in parole povere: se al volante trovo una curva, sterzo, indipendentemente dalla presenza o meno di cartelli stradali indicatori di essa! Ed un esempio di questa individuale dinamica di cosciente discernimento non è forse evidente in Hoppe nell’introduzione del suo libro “Democrazia: il dio che ha fallito”, come “teoria a priori”, quando parla della motivazione ermeneutica dei dati storici ivi considerati?

 

Ed ecco perché questa pagina l'ho intitolata: "Lettera aperta ad Hoppe".

 

I successi del libero arbitrio sono determinati infatti non dalla libertà, ma dalle norme e dai vincoli borghesi - diligenza, integrità e razionalità -, tutte qualità incompatibili con le pulsioni e gli appetiti dell'esemplare della specie scatenato nell'orgia dei consumi, che si ritiene dia impulso alla crescita del capitalismo inteso come sistema. Ma il capitalismo è un sistema? La mia risposta è affermativa solo in quanto sistema nervoso o del capo umano, che però nulla ha a che fare col capitalismo inteso come ideologia.

La “libertà” capitalistica - anzi il libero arbitrio del capitalismo ideologicamente inteso - è destinata a minare il capitalismo stesso in quanto corporativismo che  conduce a una civiltà volgare e decadente, afflitta da una libido tendente al brutto e al banale, al frivolo e all'empio, priva di disciplina e coraggio per sopravvivere e soprattutto di idee da attuare.

 

Le critiche che provengono da sinistra asseverano queste accuse e si spingono oltre: il capitalismo (ma in realtà si tratta di corporativismo o di capitalismo ideologico, distinzione che la sinistra non è in grado di fare nel suo pensiero debole) non solo è moralmente vuoto, ma fomenta gravi immoralità come il razzismo, il sessismo, l’ineguaglianza, il deterioramento dell'ambiente naturale, ecc.; è inoltre all'atto pratico un fallimento, perché apporta inflazione e disoccupazione. Ma soprattutto “il capitalismo” crea e perpetua l'ineguaglianza - tra ricchi e poveri, tra paesi ricchi e paesi poveri, tra uomo e donna - e distrugge l'equilibrio tra uomo e natura, tra consumo e conservazione, tra appetiti individuali e bisogni sociali.

 

In tali critiche si assume altresì come presupposto che il capitalismo sia un edificio privo di fondamenta etiche e che, pertanto, generi un modello di vita vacuo, ambiguo e immorale perché basato sull'avidità.

 

Da qui l’esigenza - e questo è quello che propongo di fare - di accogliere l’individualismo etico di Steiner, per poter intendere il “diritto all’autotutela” (o anarco-capitalismo) di cui parla Hoppe (“Errori del liberalismo…” op. cit., pag.  325) come capitalismo scientifico-spirituale.

 

Anche se una “intelligencija” masochista insiste nel voler vedere l’uomo come lupo rispetto ai suoi simili, bisognerebbe chiedersi - se non si vuole che il movimento libertario attuale, confuso col liberalismo erroneo, non abbia futuro (Hoppe, “Errori del liberalismo…” op. cit., pag.  323) - cos’altro possa essere il “diritto all’autotutela” (ibid., pag. 325) se non la comprensione della giustizia di un  RdB (Reddito di Base) intesa come diritto privato.

 

Il reddito di base incondizionato dalla nascita alla morte (Das Grundeinkommen) è stato recentemente studiato come rimborso dell'IVA erogato come quota esentasse a copertura di bisogni essenziali dell’essere umano (cfr. l'articolo "Truffa della flessibilità e reddito di fondo incondizionato" e specificamente la pag. RdB-08) dunque non come qualcosa da finanziare bensì come socializzazione dell’IVA, dove l’IVA è l’unica ed ultima tassa, destinata a scomparire in quanto completamente pareggiata dal RdB.  Da tali studi sul RdB la progressività sociale dell'IVA risulterebbe semplice. E soprattutto efficace.

 

Ed è questo infine che vorrei chiedere ad Hermann Hoppe: abbiamo lavorato per meccanizzare il lavoro, per liberare l'uomo, e ora ci lamentiamo di non avere posti di lavoro? E nessuno che dice: ma Cristo, è proprio per questo che abbiamo faticato gli ultimi 100 anni: per non essere più schiavi del lavoro! Nessun partito politico lo dice. Ed anzi, i sedicenti libertari italiani sembrano  stracciarsi le vesti e impazzire al solo pensarci! Mi sembra che ciò non possa essere attribuito all'idea di conformarsi al sistema politico attuale (democratico, parlamentarista, statalista), dato che il RdB emerge fino a prova contraria da tale studio non come un gesto di carità, o sussidio, o qualcosa da finanziare, bensì come diritto: il diritto di ogni individuo - socio dell'organismo sociale - ad avere parte al benessere reale dell'organismo stesso. Né è pensabile il RdB come ancora di salvezza per uno Stato padrone in via di putrefazione. Infatti tutto cambia, e fra tutte le cose o stati è proprio lo Stato degli statalisti, quello che è ineluttabilmente destinato a dissolversi. Lo sapeva già Goethe nella sua “Favola” quando parlava del dissolversi del quarto re rispetto ai primi tre re, individuati da Rudolf Steiner come componenti dell’organismo sociale triarticolato del futuro - oggi e soprattutto a partire dal 2012 - fatto appunto di cultura (libertà), economia (fraternità), e diritto (uguaglianza).  Pertanto

mi sembra che tale avversione riguardi più il sentire che il pensare, e che sia appunto da attribuire ad una sorta di sentimento vendicativo che fa dire contro le generazioni future: dato che io ho sempre lavorato e sgobbato non è giusto che gli altri abbiano una vita migliore della mia! Sentimento che viene minato dal pensiero del RdB. Se dunque sapremo liberarci da questo rancore, faremo qualcosa non solo per il RdB, ma anche per la nostra salute mentale, e per le nostre qualità umane e sociali.

 

Non è forse questa libertà allora, signor Hoppe, che  dovrebbe caratterizzare lo spirito libertario procedente dal Suo “apriori teorico”, cioè dalla determinazione a responsabilmente sterzare di fronte alla curva?