INGSOC

Vi è un rapporto fra il pensiero di Friedrich August von Hayek e quello di Adriano Olivetti, che mostra - a chi lo sa vedere - il futuro dell’economia come attuazione di fraternità reale, solidarietà reale, interiormente liberata da ogni sorta di  statalismo, ed inizio del vero risanamento economico e sociale di tutto il pianeta.

 

Scoprendo nella biblioteca della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea i tremila volumi rari della biblioteca che Hayek aveva anni prima venduto, Geminello Alvi si incuriosì a studiare i suoi libri, mediante i quali ha dimostrato che Hayek fu “il reazionario, inflessibile e pedante, professore austriaco seguace di Darwin, ma che nei suoi slanci si mantiene stravagante, ottiene verità inattese, e sempre scomode ai più. Ancora fedele alla sua più sana idea, che un ordine economico debba, per poter esistere davvero, essere separato dall'ordine giuridico-amministrativo, von Hayek pretese poi che la moneta non fosse più monopolio statale: ovvero che le banche centrali non possedessero più il monopolio delle emissioni” (Hayek  in G. Alvi, “Von Hayek: attualità di un reazionario”, “La Rivista sei Libri”, 1992).  

 

Non è forse questa l'identica pretesa di Silvius Gesell e di altri censurati come eccentrici: lasciare che i diversi tipi di moneta entrino in concorrenza tra loro, e che gli individui li scelgano a loro piacere? “Lo Stato non potrebbe più, a suo arbitrio, stampare moneta a corso forzoso, dovrebbe limitarsi; pena la perdita di valore delle sue banconote rispetto a quelle emesse da altre banche, o industrie, o libere associazioni” (ibid.).

 

Già nel 1936, Vera C. Smith aveva infatti dimostrato che non esistono serie eccezioni teoriche a un simile free banking. Ed Hayek, con tutta l'autorità d'un premio Nobel, lo riaffermò spregiudicatamente. Ma come negli anni Trenta, non era l'ottusità della maggior parte degli economisti a contraddire la proposta: “erano e sono gli interessi della politica e quelli della Grande Finanza che contraddicono ogni autentico liberismo” (ibid.).

 

Alvi fa infatti notare a questo proposito che economisti allora famosi, seguaci della teoria quantitativa come Irving Fisher o Henry C. Simons, proposero negli anni Trenta riforme non meno radicali: il ridimensionamento della Borsa o il denaro a scadenza di Silvius Gesell. Qualora si fossero accettate simili proposte, scrive Alvi: esse “avrebbero contraddetto trust e interessi della Grande Finanza, e della speculazione, molto più delle idee di Keynes. E ancora è doveroso ricordare che nessuno più della Federai Reserve di New York giovò, nel 1916-17, ai feroci interessi della Banca Morgan e dunque alla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti; e che appunto la Banca centrale degli Stati Uniti finanziò scientemente durante la guerra l'inflazione, e nel 1927 una politica espansiva che originò il boom di Wall Street e ne aggravò due anni dopo il crollo. Taccio le gesta seguenti, sue e delle banche centrali europee durante questo secolo”, e continua: “È mia persuasione che un ordine economico lasciato libero di articolarsi non potrebbe obbedire solo a norme mercantili; e che implicherebbe per necessità anche delle norme solidali, come il dono. E, come in Italia riuscì alle astuzie di Adriano Olivetti d'accordare mercato e comunità, così è dimostrato che la solidarietà economica può liberarsi della politica”.

 

E invece cosa vede oggi nel cristallino esempio dell’illuminato Olivetti l’odierno revisionismo INGSOC? Vede qualcosa di anacronistico in base ai tempi della bufala Reaganomics, assunta come evento di liberazione del mercato che l’amministrazione Reagan avrebbe attuato (cosa che avvenne solo come propaganda, come ha mostrato Rothbard nella prefazione alla 4ª edizione del suo celebre trattato "La grande depressione")! Dunque, la massima furia dell’uomo imbestialito di fronte al bene, diventa qui qualcosa di tragico e di comico assieme, in cui la deficienza di analisi del proprio pensiero (pensato da altri), quello sì anacronistico, in quanto  ideologico e indietro di due secoli, è proiettato su Olivetti, cioè sulla dimostrazione vivente del fatto che una moderna economia solidale è possibile, perfino nonostante lo statalismo mascherato di liberismo dei suoi tempi.

 

“Credo che un'economia solidale”, continua Alvi, “non possa rinunciare al mercato e che debba fare a meno dello Stato. E del resto in von Hayek, come in Einaudi, l'ordine economico s'affida non ai monopoli industriali o finanziari; ma agli io di tante piccole e medie imprese in equilibrio con la natura e protette dall'intrusione della politica. Mi è chiaro che gli economisti liberisti davvero coerenti, e forse anche reazionari, sono ormai più rivoluzionari degli altri […] qualunque distinzione tra economisti di destra o di sinistra è insensata, utile solo a urgenze di carriera. In anni per fortuna trascorsi, chi francamente riconobbe che il fascismo in Italia aveva fatto una politica keynesiana molto coerente, e addirittura prima della Teoria generale di Keynes, fu deriso e insultato. Ma che Hitler e Mussolini abbiano perseguito una politica keynesiana molto più seriamente di Roosevelt e del New Deal, deve ormai ammettersi da tutti come verità lapalissiana. Già questo fa traballare l'apparentamento tra il keynesismo e la sinistra, insistito ridicolmente ovunque; e dagli italiani ancora più ridicolmente grazie al finto Ricardo di Sraffa. Ma infine scoprire che von Hayek non è Friedman e che uno Stato che la smettesse d'intromettersi nell'economia e non possedesse più il monopolio delle banconote nuocerebbe al capitalismo, ma non all'ordine economico, scredita conclusivamente gli economisti in divisa che negli anni Settanta visitavano John Hicks o Piero Sraffa. Meglio era allora dedicarsi a leggere il reazionario von Hayek” (G. Alvi, “La Rivista dei Libri”, op. cit).

 

Il revisionismo storico odierno è qualcosa che si insinua occultamente nelle coscienze delle persone, attraverso le stesse dinamiche spiegate da George Orwell nel suo romanzo fantapolitica “1984”, scritto nel 1948, e dunque profetico.

 

Altro esempio di revisionismo “INGSOC” è denunciato dallo stesso Alvi per esempio in suoi due articoli di “la Repubblica” del 24 e del 26 gennaio 1997, intitolati “La memoria perduta di Adriano Olivetti” (in “L’anima e l’economia”, Milano 2005), in cui Alvi parla di un libro di Olivetti. Ecco qui di seguito alcuni tratti di essi.

 

Adriano Olivetti, “L'Ordine politico delle Comunità”, Edizioni di Comunità, 1946.

Libro con copertina blu scuro, rilegata e sobria, che raccoglie l'unico scritto di politica che sarebbe valsa la pena di leggere in cinquant'anni e che invece rari hanno letto e tutti dimenticato. Al punto che alcuno, in questo stanco esaurirsi della dominazione italiana in Italia, s'accorge che questo libro [pur se mal dosato e perso nei particolari; ndr] conteneva le idee più preziose, tutto quello su cui, recriminando, ormai si conviene. Il federalismo; una economia solidale, ma distinta e protetta da ogni intrusione statale; comunitarismo; articolazione di una democrazia funzionale, capace di cooptare competenze e libera quindi di non affidarsi sempre e solo al suffragio universale; urbanistica e amministrazione del territorio protette, e obbedienti a una forma condivisa. Non c'è idea politica di cui leghisti o pidiessini o quant'altri oggi discutano che non sia stata detta in questo libro dall'ingegnere, epico e ingenuo, ma sempre grande; e d'una preveggenza che solo una nazione da tempo perduta, come è quest'Italia, può non vedere. “L'Ordine politico delle Comunità” fu il solitario tentativo di descrivere le strutture politiche di un'Italia veramente diversa da quella fascista e prefascista.

Puntiglioso, Olivetti riconobbe nella comunità la cellula costitutiva formante del nuovo Stato. Un confine delimitato, come quello d'una piccola città o d'una fabbrica, nel quale comunque gli uomini fossero in contatto e si riconoscessero. Riunendosi esse si sarebbero costituite in Stato federale. Ognuna di esse avrebbe distinto in sé e protetto il libero articolarsi dell'elemento politico, culturale ed economico, ciascuno incarnato in un organo separato e cooperante con gli altri due. Quindi non l'intrusione della politica nell'economia, ma l'esclusivo cooperare in essa di imprenditori, operai e consumatori; non una politica culturale o scuole solo di Stato, ma l'autonomo articolarsi della cultura. E, per ognuno di questi tre campi della vita, criteri di selezione diversi, cooptazione per la cultura e la sanità; votazione limitata a lavoratori, tecnici, associazioni dei consumatori per quanto concerne 1'economia; e suffragio universale solo per i politici. E così

via via in un articolarsi di istituti composti, fino alla Regione e infine alle due Camere dello Stato federale: la prima una Camera delle Comunità, che incarna l'elemento politico, e in concorrenza con essa una Camera degli Ordini, che incarna il principio funzionale ovvero la triplice articolazione dei campi della vita, delle diverse competenze. Tre e sette sono i numeri di cui Olivetti abbondò nelle sue partizioni politiche. Eppure, per quanto alcuni vi abbiano visto solo un infantilismo, è ora a tutti evidente che c'era una genialità risanante in questo suo libro. Ora, ma non allora, perché il disegno di Olivetti fu vergognosamente calunniato e deriso. I comunisti paragonarono il mite Olivetti a Hitler [l’evidenziazione dei caratteri è mia; ndr] e lo battezzarono “patronalsocialista”, fedeli al Pci dell'ipocrita Togliatti; mentre intanto la Fiat distruggeva Torino e la Confindustria boicottava gli acquisti di macchine da scrivere Olivetti.

Fu questo lo scenario di quegli anni Cinquanta, in cui Olivetti incarnava la sua idea nelle valli valdesi e a Ivrea, e manteneva intellettuali a centinaia. Di essi i più lo derideranno, dicendolo pazzo negli orridi e avvilenti anni che seguirono; e comunque poi dimenticheranno i suoi scritti. Anche per il loro tradimento l'Italia è, oggi, al suo finale di partita.

Non pecchi allo stesso modo il lettore che, nella biblioteca polverosa, si ritrovi a girare tra le mani questo libro, di cui esiste anche una prima edizione, stampata in Engadin, con la dicitura: Nuove edizioni Ivrea. Almeno mediti, e l'accarezzi (“la Repubblica”, 24 gennaio 1997).

 

Io sento dolcezza per lo zelante puntiglio che ieri su “la Repubblica” il professor Villari mi ha dedicato. Eppure egli accusa me, omerico Alvi, d'essere storico e bibliofilo impreciso. Ma lo fa con un intento di nuocere così concitato, e in cui io vedo infine un bene: vivacizza i suoi articoli, altrimenti così soporiferi. Con una concitazione adolescente, infatti, Villari si scompone, vuole screditarmi, quasi mi insulterebbe, e invece non ne ha il coraggio: maschera il malanimo con degli ideologismi, la difesa di una sinistra di maniera che ieri avversava Olivetti, oggi vuole che un giorno s'odi, e quello dopo s'ami, l'onorevole Berlusconi. Replicherò prima alle sue accuse oblique, quei puntigli “necrolici”, alla Togliatti; e tanto tiepidi quanto falsi.

a) Chiunque abbia preso in mano “L'Ordine politico delle Comunità” di Adriano Olivetti, o abbia colloquiato con i suoi collaboratori, sa che egli era sì imprenditore e ingegnere, ma animato [… dallo Zeitgeist, o spirito del tempo nuovo e perfino da; ndr] intenti sociali messianici. Lo chieda il nostro storico a Luciano Foà, della Adelphi, il quale fu incaricato della revisione di questo libro. E del resto chi, se non [… un illuminato come era Olivetti; ndr], poteva dare a un libro di politica un sottotitolo così: “Dello Stato secondo le leggi dello spirito?”

b) Accusandomi di avere riportato nel mio articolo un titolo incompleto, il nostro concitato storico dimostra poi solo di non avere mai preso in mano il libro in questione. Per sua somma sfortuna io, che invece venero con tenerezza questo libro di Olivetti, lo tengo sulla mia scrivania

come monito morale. E lo ho adesso tra le mani e rileggo sulla ruvida copertina: “L'Ordine politico delle Comunità”, e basta. Solo nella prima pagina, quando il libro si apre, sotto il titolo in corsivo, a mo' di commento, si legge: “Dello Stato secondo le leggi dello spirito”. Questo mostra che l'ignorante è il professor Villari.

c) Ma il professore si indigna infine anche perché io ho scritto che il Pci non amava Olivetti e l'utopia comunitaria, e si permette poi di dubitare di me quando affermo che addirittura qualche comunista paragonò la sua ideologia a quella hitlerita. Ribadisco ogni mia parola. Si legga, il nostro, l'articolo a firma Fabrizio Onofri, apparso il 15 ottore 1954 su «Il Contemporaneo», e intitolato: “Patronalsocialismo”. Oppure, visto che il professor Villari, come s'è dimostrato più sopra, non è abituato a consultare le fonti, si legga almeno un buon libro di divulgazione su Olivetti, per esempio quello scritto per Mondadori nel 1985 da Valerio Ochetto.

Ma distrutti tutti i suoi malevoli puntigli, e dimostrato che dei due lo storico impreciso è lui, un cenno al tentativo di seguitare a tener imbalsamato Olivetti: certo che l'ingegnere Olivetti, come ho scritto in due libri, intendeva articolare secondo un principio socialistico, socializzare senza statizzare, le sue Comunità. Ma con il Pci di Togliatti o con il Pds di oggi, con la politica attuale di destra o di sinistra di oggi Olivetti non c'entra proprio niente. Né mi risulta che le sinistre oggi sostengano una Camera degli Ordini o elezioni di secondo grado. E tantomeno pensano al comunitarismo. Se di questo il professor Villari vuole dialogare seriamente sono disposto a farlo […] (“la Republica”, 26 gennaio 1997).