Hanno ucciso l'uomo fagno (Nereo Villa - 883)

 

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Per la spiegazione del testo in merito a materialismo, Averroè, il "non io", ecc., vedi sotto.

 

Testo: Solita notte della DODI&C / la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera / loschi individui che bevono al bar /pieni di cotechino e vino / Tutti compagni nella neolingua / cambiano il senso delle parole ma c'è una novità /Transformismo! Si mormora che hanno incendiato anche il trans / Hanno ucciso l'uomo fagno, chi sia stato non si sa. / Forse quelli della mala, forse la politica. / Hanno ucciso l'uomo fagno, non si sa neanche perché. / Avrà fatto qualche sgarro al suo capo Averroè. / Tanto Aristotele non c'è! E dov'è? / Alla centrale della polizia / Il commissario dice: "Ma che volete che sia! / Quello che è successo non ci fermerà, / il crimine non vincerà!" / Ma nelle strade c'è panico ormai. / Nessuno esce di casa perché nessuno vuole guai. / Ed agli appelli alla calma in TV adesso chi ci crede più? / Perché hanno ucciso l'uomo fagno, chi sia stato non si sa. / Forse quelli della mala, forse la politica. / Hanno ucciso l'uomo fagno, non si sa neanche perché. / L'uomo bestia, mezza donna: nuova norma del flambée. / Tanto non c'era Averroè! / E nelle strade si vedono gay. / Sono tutti collettivisti dell'agnus dei. / Stanno a sinistra del marciapiede. / E a destra i puttanieri. / Facce da gatto / e facce da volpe. / Attori della gogna sono gli unici eroi. / Invece lui, lui era una star / ma tanto non ritornerà. / Hanno ucciso l'uomo fagno, chi sia stato non si sa. / Forse quelli della mala, forse la pubblicità. / Hanno ucciso l'uomo fagno, chi sia stato non lo so. / Avrà fatto qualche sgarro al suo capo Averroè. / Ma non c'è la rima! No! C'è la rima! / Perché Averroè era un gigolò, / quindi si può dire: "Averroò". / Anche se è un po' un qui pro quo. / Un transformismo... a go go. / Ma se Averroè era un gigolò / non è che si può dire che era un averroò. / Secondo me la rima non c'è. Secondo te? / Hanno ucciso l'uomo fagno, chi sia stato non si sa. / Forse quelli della mala, forse la pubblicità. / Hanno ucciso il trans-compagno / e non si sa perché. / Avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffé. / Nooo! Al suo capo! Averroè! / Quello lì, sì, che si faceva... / Cosa si faceva? / Si faceva di non-io. Ehe? / Cosa si faceva? / Di non-io, una nuova droga. Ahahaha aha! / È un po' come la coca, ma un po' più cosmica. / Comunque hai detto fagno al posto di ragno. / No, no, guarda che è fagno. / Fagno vuol dire furbino: quello che ragiona col "non io". / In realtà non si dice "non-io". / Si dice "gnognìo".

 

 

 La "Favola del lupo Pino" (filosofia aristotelica ed errore del kantismo)

 

 

Nereo Villa

 

Monopsichismo (1) e dovere

 

 

Le radici della frattura tra scienza e fede sono più antiche della diatriba fra nominalismo e universalismo dei tempi della scolastica. Vi è uno scritto di un certo Prischiano lidio intitolato “Solutiones eorum de quibus dubitavit Chosroes Persarum rex” (Soluzioni dei problemi posti dal re dei persiani Cosroe) (1). Si tratta di una specie di intervista che il re Cosroe fa ai filosofi del suo tempo. Il primo quesito del re riguarda la natura dell’anima, se è uguale in tutti i corpi oppure si differenzia, cioè se l’uomo pensi con un’anima individuale, oppure se tutti gli uomini pensino insieme con un’unica grande spiritualità. È in sostanza il problema del monopsichismo, che culminerà poi nel confronto fra Tommaso ed Averroè (il monopsichismo era quindi già del tutto presente nel VI secolo, anche se questo fatto è per lo più trascurato nella storia della filosofia).

Averroè scrisse 38 commenti a opere di Aristotele e i cosiddetti "Grandi commenti" in cinque libri, “De anima”, “De coelo”, “Metafisica”, “Fisica” e “Analytica posteriora”, in cui cita a capoversi il testo aristotelico, commentandolo passo per passo. Infatti, a partire dalla metà del XIII secolo sino al XVIII, le opere di Aristotele vengono conosciute in Europa con l'introduzione di questi commenti di Averroè. Ed anche Tommaso, come il suo maestro Alberto Magno, impara a comprendere Aristotele con l'ausilio dei commenti di Averroè.

E mentre Averroè ed altri filosofi arabi insegnavano che il cosmo è avvolto da una vita di pensiero universale, ritenendo il pensiero individuale dell’uomo non essenziale per il loro insegnamento della verità, Tommaso e gli scolastici, sottolineavano invece l'individualità dell'uomo e la sua intelligenza individuale.

La spaccatura fra nominalismo e universalismo, spaccatura generata dal monopsichismo, cioè dalla comprensione arabizzata di Aristotele, sarà poi determinante per la frattura fra fede e scienza, problema ancora oggi irrisolto. Il nominalismo infatti irretì sempre di più l’uomo nel pensiero con atteggiamenti come quello che segue: “Io vivo in un elemento che non mi permette di uscire da me stesso per immergermi nel mondo esterno ed accogliere qualcosa della sua natura”. Nasce così per l’uomo lo stato d’animo di essere solo in se stesso, e di non poter uscire da se stesso per accogliere la realtà. Questo problema, ripeto, non fu mai più risolto dai filosofi dei secoli successivi, da Bacone, a Locke, Hume, ecc., fino ad oggi, ad eccezione ovviamente di Rudolf Steiner con la sua “Filosofia della libertà”, peraltro minimamente accettata dalla cultura odierna.

Kant intensifica il problema: “[Il kantismo] è un'intensificazione del nominalismo” spiega Steiner “l'estremo culmine del nominalismo, l'estrema decadenza della filosofia occidentale, e la bancarotta totale dell'uomo, per quanto riguarda il suo anelito alla verità, dato che è il suo disperare di poter mai trarre dalle cose la verità […] Kant ha distrutto ogni obiettività, ogni possibilità umana di immergersi nella realtà delle cose. Ha distrutto ogni possibile forma di conoscenza, ogni possibile aspirazione alla verità, dato che la verità non può sussistere se essa vien formata soltanto nel soggetto. Questa è una conseguenza del fatto che la scolastica non riuscì a penetrare entro la sfera dove stava l'altro limite che bisognava superare. E quando sorse l'epoca dello sviluppo scientifico, non avendo la scolastica intrapreso alcun mutamento d'indirizzo, conforme alle esigenze della nuova scienza, ecco affermarsi il kantismo il quale, in fondo, prende le mosse dalla soggettività e, dopo aver estinto in essa ogni possibilità di conoscenza, ne fa scaturire i cosiddetti postulati della libertà, dell'immortalità e dell' idea di Dio: noi “dobbiamo” fare il bene, “dobbiamo” adempiere all'imperativo categorico, e allora “dobbiamo” averne la possibilità. Ossia noi “dobbiamo” essere liberi, ma non possiamo esserlo in quanto viviamo qui nel corpo fisico. Possiamo raggiungere la perfezione che ci consenta di adempiere all'imperativo categorico, solo se siamo fuori del corpo. Perciò deve esserci un immortalità. In quanto uomini, però, non possiamo ancora comprenderla. Se noi ci preoccupiamo di compiere il nostro dovere, il contenuto delle nostre azioni dovrà essere predisposto nel mondo da una divinità. Una divinità deve dunque esistere. Tre postulati della fede, di cui è impossibile conoscere come siano radicati nella realtà in sé, ecco quello che Kant ha garantito con la sua sentenza: ‘[…]dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede (3)! (4) .

 

Questo “dover essere” kantiano è poi divenuto di fatto l'atteggiamento filosofico di base attuato dai banchieri per spolpare i popoli in nome del dovere e del debito, e dei politicanti e predicatori del debito, camerieri dei banchieri, in nome del “senso dello Stato”, che tutti i contribuenti “devono” per essere giudicati onesti avere!

 

Non per nulla l'etimologia di "debito" proviene dal "dovere" (in latino: "debere")!

 

La cosa paradossale è che proprio coloro che dovrebbero promuovere lo sciopero dei debitori (dato che il debito pubblico è una mega truffa che dura dal tempo della fondazione della banca d'Inghilterra) oggi si fanno promotori del monopsichismo di Averroè. Vedi per esempio le affermazioni su Averroè fatte nella trasmissione “Ballarò” di martedì 19 settembre 2006 (Raitre) da Guglielmo Epifani, laureato fra l’altro “a pieni voti” (!), come si legge nella biografia sul sito Cgil, in Filosofia, nel 1973 alla Sapienza di Roma con una tesi su Anna Kuliscioff, la femminista riformista storica, compagna di Filippo Turati. Affermazioni oltretutto obsolete e identiche a quelle periodiche de “L’Unità”, vedi per esempio "L'Unità" del 20/11/2001: senza questo grande filosofo medioevale anche alla nostra cultura potrebbe mancare un pezzo essenziale: la fiducia nella ragione umana, grottesca menzogna, dato che con Averroè bisognerebbe parlare non di “fiducia nella ragione umana” ma casomai di materialismo della ragione umana, o di fondamenti antichi del materialismo dialettico, o del materialismo storico, e/o della negazione dell’io!    

 

NOTE 
(1) Il monopsichismo è la tesi di Averroè che afferma l'esistenza di una sola anima (monos=solo, psyche=anima) del mondo, rappresentativa di ogni possibile anima individuale. Una delle conseguenze primarie del monopsichismo è che l'anima individuale muore col trapasso, con il conseguente privilegio della beatitudine legata alla mera teoria! Una vera e propria incongruenza: se l'anima (che Averroè intende come io umano) muore con la morte del corpo, che senso avrebbe il trapassare? Le tesi più caratteristiche dell'averroismo sono la subordinazione della fede alle verità di ragione, l'eternità della materia e del mondo, l'unicità dell'intelletto per tutti gli uomini.
(2) Cit. in Quaderni di Flensburg, “I retroscena del 666”, Ed. Novalis, Milano, 2001.
(3) Prefazione di Kant alla seconda edizione del suo “Critica della ragion pura”:
(4) Rudolf Steiner, “La filosofia di Tommaso d’Aquino”, Ed. Scientifica, Milano, 1956.

 

 

Nereo Villa
 
Il paradosso di Averroè
 
A Parigi, a Roma e a Firenze ci sono raffigurazioni pittoriche su questo tema: Tommaso con la sua Summa contro i “gentili”, contro gli eretici, e sotto i piedi Averroè e tutti gli interpreti arabi dell’aristotelismo, in atto di calpestarli; oppure ci sono i cani bianconeri, i “domini-canes”, cioè i “cani del signore”, che azzannano i lupi che rappresentano gli arabi con le loro interpretazioni dell’aristotelismo. La lotta è furente.
 
Steiner ha accennato a tali opere pittoriche, come per esempio “quella che nell'epoca dei Domenicani ha fissato tanto spesso la scena seguente: là sopra con i loro libri in mano si ergono i Domenicani della Scolastica e giù vi è la sapienza pagana rappresentata da Averroè ed Avicenna ecc., che viene calpestata sotto i loro piedi. Si ritrova questa immagine ovunque, là dove si voleva rendere in forma visibile questa lotta contro il Paganesimo per opera della Scolastica Cristiana” (R. Steiner, “Il karma della comunità solare”).
 
Ma è nel nostro io che dovremmo portare oggi questa immagine!
In Asia, dove le vedute di Aristotele si diffusero, si tentò di esprimere gl'impulsi religiosi semitici in concetti aristotelici, e questo tentativo si trapiantò in Europa, penetrando nella vita spirituale europea con pensatori quali Averroè, Maimonide ed altri.
 
In Averroè si trova l'idea che sia erroneo ritenere che nell’individualità possa esservi uno peculiare mondo del pensiero, dato che non c’è che un unico mondo del pensiero, quello dell'essere divino primordiale. L’idea di Averroè è che quell’unico mondo del pensiero può anche rivelarsi in molti uomini, così come la luce può riflettersi in molti specchi, ma se è vero che durante la nostra vita terrena, il mondo del pensiero si perfeziona, questo perfezionamento, che fra l’altro non è che uno solo dei processi di quell’unico principio spirituale, quando moriamo, semplicemente termina con noi tale individuale rivelazione. La vita del pensiero è pertanto da ritenersi compresa esclusivamente in quell’unica vita del cosmo che, secondo Averroè, dirige il pensiero greco verso quel principio unitario divino del mondo in cui non può che ancorarsi… Quasi che l’io umano che stava sviluppandosi, non sentisse minimamente in sé la forza propria originale del pensiero.
 
Averroè insomma fa risiedere questa forza in una potenza cosmica extra umana (Cfr. R. Steiner, “L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani”), generando così, a mio avviso, un enorme paradosso, consistente, secondo gli insegnamenti stessi di Averroè,  nel fatto che il suo pensiero è condizionato a risultare importante non come pensiero individuale (dato che per Averroè l’individualità non conta nulla), bensì come pensiero della specie di cui Averroè è esemplare! Sarebbe un po' come sostenere che il pensiero di qualcuno vale nella misura in cui esprime quantità generica anziché qualità propria, o caratteristiche della specie, anziché caratteristiche individuali!  
Questo è in fondo il medesimo paradosso che è ancora alla base dell’attuale fondamentalismo islamico: un pensiero, fino a prova contraria, patologico in quanto antilogico, che oggi ha peraltro una fortissima e immediata presa nelle coscienze, in quanto forza dialettico-quantitativa partitocratica. Ed è proprio questo il “pensiero dialettico” di cui parla Scaligero: pensiero senza “qualità” (la quantità non è infatti che una qualità “priva di qualità”), pensiero senza vita che parla della vita, pensiero senz’anima che parla dell’anima, e pensiero senza spirito che parla di spirito. È il non-essere che parla dell’essere, il nulla che parla di tutto. E in definitiva è proprio quello che da sempre chiamo mentecattocomunismo.