Le
radici della frattura tra scienza e fede sono più antiche della diatriba fra
nominalismo e universalismo dei tempi della scolastica. Vi è uno scritto di un
certo Prischiano lidio
intitolato “Solutiones eorum de quibus dubitavit Chosroes Persarum
rex” (Soluzioni dei problemi posti dal
re dei persiani Cosroe) (1). Si tratta di una specie
di intervista che il re Cosroe fa ai filosofi del suo
tempo. Il primo quesito del re riguarda la natura dell’anima, se è
uguale in tutti i corpi oppure si differenzia, cioè se l’uomo pensi con
un’anima individuale, oppure se tutti gli uomini pensino insieme con un’unica
grande spiritualità. È in sostanza il problema del monopsichismo, che
culminerà poi nel confronto fra Tommaso ed Averroè (il monopsichismo era
quindi già del tutto presente nel VI secolo, anche se questo fatto è per lo
più trascurato nella storia della filosofia).
Averroè scrisse 38
commenti a opere di Aristotele e i cosiddetti "Grandi commenti" in cinque
libri, “De anima”, “De coelo”, “Metafisica”, “Fisica” e “Analytica posteriora”,
in cui cita a capoversi il testo aristotelico, commentandolo passo per passo.
Infatti, a partire dalla metà del XIII secolo sino al XVIII, le opere di
Aristotele vengono conosciute in Europa con l'introduzione di questi commenti
di Averroè. Ed anche Tommaso, come il suo maestro Alberto Magno, impara a
comprendere Aristotele con l'ausilio dei commenti di Averroè.
E mentre Averroè
ed altri filosofi arabi insegnavano che il cosmo è avvolto da una vita di
pensiero universale, ritenendo il pensiero individuale dell’uomo non
essenziale per il loro insegnamento della verità, Tommaso e gli scolastici,
sottolineavano invece l'individualità dell'uomo e la sua intelligenza
individuale.
La spaccatura fra
nominalismo e universalismo, spaccatura generata dal monopsichismo, cioè dalla
comprensione arabizzata di Aristotele, sarà poi determinante per la frattura
fra fede e scienza, problema ancora oggi irrisolto. Il nominalismo infatti
irretì sempre di più l’uomo nel pensiero con atteggiamenti come quello che
segue: “Io vivo in un elemento che non mi permette di uscire da me stesso per
immergermi nel mondo esterno ed accogliere qualcosa della sua natura”. Nasce
così per l’uomo lo stato d’animo di essere solo in se stesso, e di non poter
uscire da se stesso per accogliere la realtà. Questo problema, ripeto, non fu
mai più risolto dai filosofi dei secoli successivi, da Bacone, a Locke, Hume,
ecc., fino ad oggi, ad eccezione ovviamente di Rudolf Steiner con la sua
“Filosofia della libertà”, peraltro minimamente accettata dalla cultura
odierna.
Kant intensifica il problema: “[Il kantismo] è un'intensificazione del nominalismo” spiega Steiner “l'estremo culmine del nominalismo, l'estrema decadenza della filosofia occidentale, e la bancarotta totale dell'uomo, per quanto riguarda il suo anelito alla verità, dato che è il suo disperare di poter mai trarre dalle cose la verità […] Kant ha distrutto ogni obiettività, ogni possibilità umana di immergersi nella realtà delle cose. Ha distrutto ogni possibile forma di conoscenza, ogni possibile aspirazione alla verità, dato che la verità non può sussistere se essa vien formata soltanto nel soggetto. Questa è una conseguenza del fatto che la scolastica non riuscì a penetrare entro la sfera dove stava l'altro limite che bisognava superare. E quando sorse l'epoca dello sviluppo scientifico, non avendo la scolastica intrapreso alcun mutamento d'indirizzo, conforme alle esigenze della nuova scienza, ecco affermarsi il kantismo il quale, in fondo, prende le mosse dalla soggettività e, dopo aver estinto in essa ogni possibilità di conoscenza, ne fa scaturire i cosiddetti postulati della libertà, dell'immortalità e dell' idea di Dio: noi “dobbiamo” fare il bene, “dobbiamo” adempiere all'imperativo categorico, e allora “dobbiamo” averne la possibilità. Ossia noi “dobbiamo” essere liberi, ma non possiamo esserlo in quanto viviamo qui nel corpo fisico. Possiamo raggiungere la perfezione che ci consenta di adempiere all'imperativo categorico, solo se siamo fuori del corpo. Perciò deve esserci un immortalità. In quanto uomini, però, non possiamo ancora comprenderla. Se noi ci preoccupiamo di compiere il nostro dovere, il contenuto delle nostre azioni dovrà essere predisposto nel mondo da una divinità. Una divinità deve dunque esistere. Tre postulati della fede, di cui è impossibile conoscere come siano radicati nella realtà in sé, ecco quello che Kant ha garantito con la sua sentenza: ‘[…]“dovetti dunque annientare la conoscenza, per far posto alla fede” (3)”! (4) .
Questo “dover essere” kantiano è poi divenuto di fatto l'atteggiamento filosofico di base attuato dai banchieri per spolpare i popoli in nome del dovere e del debito, e dei politicanti e predicatori del debito, camerieri dei banchieri, in nome del “senso dello Stato”, che tutti i contribuenti “devono” per essere giudicati onesti avere!
Non
per nulla l'etimologia di "debito" proviene dal "dovere" (in latino: "debere")!
La cosa paradossale è che proprio coloro che dovrebbero promuovere lo sciopero dei debitori (dato che il debito pubblico è una mega truffa che dura dal tempo della fondazione della banca d'Inghilterra) oggi si fanno promotori del monopsichismo di Averroè. Vedi per esempio le affermazioni su Averroè fatte nella trasmissione “Ballarò” di martedì 19 settembre 2006 (Raitre) da Guglielmo Epifani, laureato fra l’altro “a pieni voti” (!), come si legge nella biografia sul sito Cgil, in Filosofia, nel 1973 alla Sapienza di Roma con una tesi su Anna Kuliscioff, la femminista riformista storica, compagna di Filippo Turati. Affermazioni oltretutto obsolete e identiche a quelle periodiche de “L’Unità”, vedi per esempio "L'Unità" del 20/11/2001: “senza questo grande filosofo medioevale anche alla nostra cultura potrebbe mancare un pezzo essenziale: la fiducia nella ragione umana”, grottesca menzogna, dato che con Averroè bisognerebbe parlare non di “fiducia nella ragione umana” ma casomai di materialismo della ragione umana, o di fondamenti antichi del materialismo dialettico, o del materialismo storico, e/o della negazione dell’io!
(1) Il monopsichismo
è la tesi di Averroè che afferma l'esistenza di una sola anima (monos=solo,
psyche=anima) del mondo, rappresentativa di ogni possibile anima individuale.
Una delle conseguenze primarie del monopsichismo è che l'anima individuale
muore col trapasso, con il conseguente privilegio della beatitudine legata
alla mera teoria! Una vera e propria incongruenza: se l'anima (che Averroè
intende come io umano) muore con la morte del corpo, che senso avrebbe il
trapassare? Le tesi più caratteristiche dell'averroismo sono la subordinazione
della fede alle verità di ragione, l'eternità della materia e del mondo,
l'unicità dell'intelletto per tutti gli uomini.
(2) Cit. in Quaderni di Flensburg, “I
retroscena del 666”, Ed. Novalis, Milano, 2001.
(3) Prefazione di Kant alla
seconda edizione del suo “Critica della ragion pura”:
(4) Rudolf Steiner, “La filosofia di
Tommaso d’Aquino”, Ed. Scientifica, Milano, 1956.

A
Parigi, a Roma e a Firenze ci sono raffigurazioni pittoriche su questo tema:
Tommaso con la sua Summa contro i “gentili”, contro gli eretici, e sotto i
piedi Averroè e tutti gli interpreti arabi dell’aristotelismo, in atto di
calpestarli; oppure ci sono i cani bianconeri, i “domini-canes”, cioè i
“cani del signore”, che azzannano i lupi che rappresentano gli arabi con le
loro interpretazioni dell’aristotelismo. La lotta è furente.
io avviso, un enorme paradosso, consistente, secondo gli
insegnamenti stessi di Averroè, nel fatto che il suo
pensiero è condizionato a risultare importante non come pensiero individuale
(dato che per Averroè l’individualità non conta nulla),
bensì come pensiero della specie di cui Averroè è esemplare!
Sarebbe un po' come sostenere che il pensiero di qualcuno vale nella misura
in cui esprime quantità generica anziché qualità propria, o caratteristiche
della specie, anziché caratteristiche individuali! 

Testo:
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