Godi perfidia (N. Villa - C. Velázquez)

Il brano sul femminino kantiano e mentecattocomunista

 

Per ascoltare il brano cliccare sul titolo. Per prelevarlo cliccare col tasto destro del mouse ("Salva oggetto con nome...")

 

Se l’emblema della perfidia femminile è stato immortalato da Shakespeare nel suo personaggio lady Macbeth, animata da crudeltà pura, gelida, ed indenne da emozioni, la perfidia di cui nel testo del brano “Godi perfidia”, ricreato su quello del noto “Besame mucho”, non è solo quella tipicamente femminile, e non riguarda solo le donne perfide, assetate di potere che furbescamente sfruttano la loro determinazione e la loro mancanza di scrupoli per imporsi, come se ne trovano in ogni civiltà e in ogni fase della storia. Riguarda il femminino in generale, e quindi anche quello presente nel pensiero debole dell’essere umano maschio.

 

Dai tempi antichi ad oggi, nella galleria della perfidia vi sono molte maschere come quella di Erodiade che istiga la figlia Salomé a chiedere a Erode la testa di Giovanni Battista, Fulvia, la matrona armata che trafigge la lingua di Cicerone, Agrippina, spietata cospiratrice alla corte imperiale e artefice dell’ascesa al trono del figlio Nerone, Giulia Maesa, altra spietata cospiratrice e mandante dell’omicidio del nipote Eliogabalo, Irene imperatrice di Bisanzio che per mantenere il potere fa accecare il figlio, Isabella di Castiglia, fautrice del Tribunale dell’Inquisizione, ma anche maschere moderne. E i volti della cattiveria femminile nell’era moderna sono tanti e diversi, come quelli “di Francisca de Zubiaga, la più celebre e chiacchierata donna d’armi durante gli ottocenteschi moti rivoluzionari in Sudamerica; di Elisabeth Nietzsche, “nazificatrice” delle opere del fratello, e fondatrice di una colonia per la purezza della razza; e delle nefaste mogli dei dittatori Franco e Mao Tze-tung… Elsa Maxwell, la giornalista americana che nella prima metà del ’900 distrugge una generazione di attrici con la sua penna al cianuro…” (Valeria Palumbo, “La perfidia delle donne dall'antichità al '900. 20 storie di malizia, astuzia e crudeltà femminile”, 2006, Milano).

 

Ma la perfidia del femminino è una cavalcata spaziotemporale sfociante nel kantiano mentecattocomunismo odierno, pseudo pensiero con finalità di convertire la direzione naturale del pensare umano dall’alto al basso, vale a dire dalla verità sociale alla menzogna sociale, e quindi dal logos all'ethos.

 

Perché accenno a Kant? Perché dando preminenza all’“ethos” rispetto al “logos”, il suo pensiero debole fu costretto a "togliere la conoscenza per fare posto alla fede".

 

Da questa sostituzione della conoscenza per fare posto alla fede si passa subito poi alla perfidia della logica raccontata dal personaggio interprete di Andreotti nel film "Il divo", che inizia appunto il brano "Godi perfidia", nonché a catechizzare la gente instaurando veri e propri conati di logica, in realtà antilogica.

 

Il passaggio evolutivo dal “Libro” alla “carne”, cioè dal vecchio testamento al nuovo, dalla fede nelle legislazioni e nelle morali etero dirette (moralismi di gruppo, pena di morte, ecc.) all’individualismo etico, non ha però bisogno di alcuna fede, ma di responsabilità: responsabilità nel percepire l’incontrovertibilità dell’universalità del pensare, vitale in quanto universale appunto.

 

Solo il passaggio verso un tale punto fermo può guarire il pensiero debole dal suo essere infermo, debole appunto di fermezza. Rimanere fermi ed ancorati al logos, cioè alla preminenza del logos nell’umano rende possibile considerare le cose senza fede alcuna, a meno che si intenda per fede una forza interiore semplicemente necessaria a supporre, per es., che lì dove dirigi il tuo piede durante una passeggiata ci sia terreno solido e non un baratro, magari mascherato da terreno solido come avviene in certe immagini della psicologia della forma, o in films del terrore popolati da spettri e fantasmi da incubo.

 

Il procedere verso tale punto fermo non significa dare un calcio ai testi sacri, ma al contrario, servirsene nel migliore dei modi, liberi da ogni condizionamento confessionale.     

 

Si prendano per esempio le parole giovannee “rimanete in me”. Esse dicono di dare preminenza al logos rispetto all’ethos. Altrimenti non si spiega l’insistenza dell’evangelista a ripeterle sottolineandole così spesso nello spazio dei pochi versetti in cui (Gv. 15, 4-10) il verbo “rimanere” è ripetuto per ben 12 volte: 1) rimanete in me, e io 2)  rimarrò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non 3) rimane nella vite, così neppure voi, se non 4) dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che 5) rimane in me e nel quale io 6) rimango, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non 7) rimane in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se 8) rimanete in me e le mie parole 9) rimangono in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch'io ho amato voi; 10) rimanete nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, 11) rimarrete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e 12) rimango nel suo amore".

 

Originariamente infatti "rimanere" significa “dare il primato a quello che si riceve rispetto al rispondere ed al trasmettere”, "primato del Logos sull'Ethos" (cfr. H. v. Balthasar, "La verità è sinfonica", Ed. Ave). Ma anche la teologia non serve.

 

Non servono le teologie per l'ovvio. Cioè per dire all’uomo che di fronte alla curva occorre sterzare se è al volante, o di non procedere di un sol passo oltre quel precipizio perché per accorgersi della curva, del precipizio, ecc., non ci vogliono le regole ma solo veggenza.

 

E la veggenza è fatta di logos - facoltà di collegamento fra ciò che vedo e ciò che intendo - la quale non può che essere fatta di oggetti di percezione e di concettuale connessione di pensiero con essi. Lì casomai c’è la prima “regola”, fatta di percepire e pensare. Ma non è una regola. L’uomo non può esimersi dal pensare o di scegliere, o di essere libero. È la caratteristica della natura umana, assolutamente diversa dalla natura animale e da ogni meccanismo e/o meccanicismo computerizzato. Per il computer ci vogliono, sì, le stringhe di regole, o le cosiddette istruzioni. Per gli animali, le pecore, i quadrupedi, i maiali, ci vogliono i recinti. Per gli uomini no. A meno che si comportino come Riina.

 

Allora sorge la domanda i vari Riina e tutti coloro che si comportano in modo disumano sono umani?

 

Certamente, almeno dalla forma della loro incarnazione, sono degli umani.  Però condizionati. Infatti sono umani solo in quanto esemplari della specie animale, la quale condiziona massicciamente in loro la principale caratteristica dell’umano: l’individualità. Dunque sono umani condizionati dall’“homo homini lupus”, dal “mors tua vita mea” o da altri tipi di condizionamento della loro natura umana.

 

Ma un uomo condizionato dalla specie rappresenta forse un’individualità? O non rappresenta invece il suo esatto contrario, cioè la genericità?

 

A tale genericità io aggiungo anche la collettività, l’impersonalità e la nullità. Per me un uomo che scioglie un bambino nell’acido non può che essere una nullità. Certo, costoro si fanno conoscere, appaiono, e la DODI&C (Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera) da’ certamente più importanza all’apparire che all’essere, quindi alle netiquettes che ai contenuti, alla menzogna che alla verità.

 

Però quando l’apparire sostituisce l’essere, o le regole etiche sostituiscono i collegamenti di pensiero con esse, l'uomo precipita nell’ipocrisia del politically correct, la quale non è altro che l’accettazione paradossale del “liberamente reprimere”, vedi i vari esempi di questa “libertà” soprattutto nel web. Allora la fama di costoro, il loro apparire non può che essere la fama degli infami, dei famigerati, cioè di quelle persone che sono individuate come criminali, dunque non come individui ma come dis-individui da discriminare. La maggior parte di costoro crede e pratica la “pena di morte”, cioè ammazza i propri simili; un’altra parte crede nelle istituzioni di essa, ed abbiamo qui non i killers ma i mandanti organizzati democraticamente; una terza parte è quella dei relativisti assoluti e dei nichilisti assoluti, fra i quali molti non si suicidano perché la loro fede nelle regole li tiene sotto vuoto spinto e tuttavia sempre pronti ad esplodere. Ma molti, e questa è la quarta parte, si suicidano. Si veda a questo proposito la meravigliosa poesia di Cesare Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, in particolare il verso: “O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla”. Qui trova espressione lo specifico del nichilismo, cioè l'equazione: speranza = vita = nulla. E Pavese che, per il ritmo stupendo dei suoi versi, presente anche nella sua prosa, può essere considerato uno dei migliori poeti italiano del secolo passato, morì suicida. Caro Pavese, mi hai fatto sognare nella mia gioventù passata in Piemonte, però la bellezza formale dei tuoi versi non rispecchia la realtà! Infatti la percezione dell’universalità del pensare si contrassegna al contrario mediante l'equazione opposta: speranza = vita = essere! L’essere… Così odiato dai nichilisti… E Spinoza non scrisse forse nell'Etica in favore della sua eternità, giungendo persino ad affermare che “la mente umana non può dissolversi del tutto con il dissolversi del corpo; ma di essa rimane qualcosa che è eterno” (Libro 5°, proposizione 23)?

 

Col nuovo testamento infatti “il Libro” si incarna in ogni uomo. Il Libro diventa carne. Vivente. Da allora si può leggere il “Libro in sé”, semplicemente verificando l’autenticità delle scritture sacre.   

 

Senza questa nuova logica nulla di buono può accadere. Perché si è anacronistici e basta.

 

Con l’antica ottica dell’occhio per occhio si può solo fare la guerra in nome del Libro o in nome del Vangelo. Si può solo consegnare se stessi, cioè il proprio io, unico maestro, nelle mani del diritto canonico (preti, sacerdoti, sinedrio, ecc.) o in quelle del diritto romano (Pilato, Romolo e Remo, fratricidio, ratto delle Sabine, rapina, civis romanus, statuti, incartamenti, burocrazie, paura, terrorismo di Stato, ecc., Arimane insomma) dando buonisticamente preminenza all'"ethos" rispetto al "logos".

 

Per creare una polis, o uno Stato, o una legge a misura di uomo (e per l'uomo), ci si deve innanzitutto basare sul diritto che l'uomo porta in sé come dono naturale della sua stessa vita.

 

Se faccio scaturire un diritto da me stesso non parto da un diritto scaturito dal nulla.

 

Questa è secondo me la tragedia dell'Occidende: considerare l'io, l'individualità, il logos, la logica, un nulla, una sovrastruttura della materia. Ciò comporta che di necessità l'uomo “deve essere” questo o quello, cioè deve kantianamente accettare un diritto in nome di uno Stato o di un ordinamento giuridico, o di una fede, obbedendo ad un'etica da schiavi, dalla quale non si esce. Ed il "sabato per l'uomo" è lontano. E tutti i falsi profeti del cattolicesimo come del protestantesimo, del comunismo come del cattocomunismo sono kantiani, anche se non sanno niente di Kant, perché premettono il dovere all’essere, la fede alla conoscenza, come Kant stesso ammette nella sua limpida dichiarazione nella prefazione alla seconda edizione della sua Critica della ragion pura:  

“Ammettiamo ora che la morale implichi necessariamente la libertà (intesa nel senso più stretto) come una proprietà della nostra volontà mentre essa presenta principi pratici latenti nella nostra ragione e che sarebbero stati assolutamente impossibili senza il presupposto della libertà; la ragione speculativa avrebbe dimostrato che questo non era affatto pensabile; ogni presupposto, in particolare ogni presupposto morale, deve cedere di fronte a quelli, di cui il contrario contiene una contraddizione aperta: infine la libertà e con essa la moralità debbono cedere il posto al meccanismo della natura. Ma poiché non ho bisogno di altro per la morale se non che la libertà non contraddica se stessa e possa almeno essere concepita senza che sia necessario approfondirla oltre, che così essa non sia un ostacolo al meccanismo della natura ed alla sua azione, la dottrina dell'etica serba il suo posto, ciò che non accadrebbe se la critica, non ci avesse prima ammaestrati della nostra inevitabile ignoranza riguardo alle cose in sé, e se tutto ciò che possiamo conoscere teoreticamente si riducesse ai soli fenomeni. Proprio quest'asserzione dell'utilità positiva dei fondamenti critici della ragione pura si prova vera a proposito del concetto, di Dio e della natura semplice dell'anima nostra; ma per essere breve lascio questo da parte. Io non posso ammettere per l'uso necessario della ragione pratica Dio, la libertà e l'immortalità, se io non tolgo nello stesso tempo alla ragione speculativa l'arroganza delle sue asserzioni esagerate… Dovetti dunque togliere la conoscenza per fare posto alla fede (Kant in  R. Steiner, "L'evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani", Milano, 1949).

Tutte queste parole per dire il contrario del primato di Giov. 15, cioè del primato del logos? Per sacrificare sull’altare dell’“ignorabimus” l’intuire in nome della “fede”? No. Per me esse sono stronzate.

 

Qui è davvero in gioco tutto un discorso nuovo da fare sull'etica. Perciò oggi è estremamente importante la filosofia non astrattizzata in formulette o quiz, ma poggiante su universalità di pensiero.

 

Il pensiero debole è il vecchio che, non volendone sapere di passare al nuovo, esprime la sua karmica condanna: la condanna a non poter godere del nuovo e di conseguenza a fingere continuamente il godimento, come fanno certe femmine del pornoshop. La depressione e l’angoscia sono infatti il segnale indicatore di questa deficienza presente nella vita mentecattocomunista, priva di godimento sano dell’io umano.

 

Ecco dunque perché il brano “Godi perfidia” inizia con le aberrazioni de “Il divo”, raccontate alla moglie Livia…

 

E, come si sa, dietro ogni uomo di potere - occulto o spudoratamente palese in quanto forzoso - c’è sempre un potente femminino (nel brano “Lidia”) specializzato nell’arte della menzogna, per un mondo sempre più cinico, anziché civico… Buon ascolto… e mi perdonino tutte le Livie e le Lidie del mondo… ma anche tutte le altre… transgender comprese/i… Ahahaha aha aha aha aha! Ciao debosciate…