FAVOLA DEL LUPO PINO

COME ESPERIENZA DEL CONCETTO

Per il superamento del vecchio monismo

Questo scritto è basato su appunti antroposofici di Nereo Villa del 1985

(cfr. "L'errore fondamentale del kantismo")


- a cura di Nereo Villa -

 

C'era una volta un lupo materialista di nome Pino, che credendosi idealista e volendo essere bravo come un agnello, pensò di nutrirsi per un certo periodo della sua vita esclusivamente di agnelli. Credeva infatti che un giorno, essendo oramai costituito totalmente della materia degli agnelli, sarebbe diventato agnello. Eppure quel giorno non veniva mai e mai divenne un agnello... Fine della favola.

 

Questa favoletta, giustamente intesa, serve a indicare la differenza tra materia e forma.

È forse il lupo un lupo per via della materia? No, la sua entità è data dalla forma, e la "forma lupo" la troviamo non solo in quel lupo, ma in tutti i lupi. Ciò che da' l'essenziale alle cose è dunque la forma, non la materia. E la forma la otteni solo in un modo: confrontando l'elemento universale del pensare con ciò che i tuoi sensi afferrano di particolare nel singolo oggetto di percezione. Infatti la "forma lupo" era presente prima del lupo,è presente in quel lupo, e sarà presente dopo quel lupo.

 

Tramite questa triplice triarticolazione dell'universale che vive nelle cose e che si esprime nella conoscenza umana, Aristotele, cercando di conoscere l'essenza della forma, così si muoveva nella sfera delle rappresentazioni, distinguendo:

 

1°. Universalia ante rem: l'essenziale della forma, prima di vivere nelle cose singole;

2°. Universalia in re: le forme essenziali dentro le cose stesse;

3°. Universalia post rem: le forme essenziali, che dopo il loro sorgere nel processo conoscitivo come esperienze dell'interiorità, grazie alla reciproca relazione fra quest'ultima e le cose, sono astratte dalle cose.

 

Queste ultime (Universalia post rem) sono soggettive.

 

Però se sei pienamente attivo nel pensare ("essere pienamente attivi" si dice in greco "en télei ékkein") succede qualcosa di straordinario: ti accorgi che esse rappresentano forme universali reali, anticamente dette "entelechie", cioè "Universalia in re", entrate a loro volta dentro le cose, in quanto esistenti già prima come "Universalia ante rem".

 

L'essenzialità universale presente, prima della sua realizzazione nei singoli "oggetti di percezione", è però pensabile solo come massima realtà spirituale.

 

Chi però - come il lupo Pino - riconosce come realtà solo ciò che è accessibile ai sensi, considera ovviamente gli "Universalia ante rem" come massima elucubrazione astratta di pensiero.

 

Per un monismo di pensiero non astratto e vuoto di contenuti ma capace di sperimentare compiutamente un concetto, la cosa più importante è invece proprio l'entusiasmo di supporre (o quanto meno di non escludere a priori di poter supporre) l'"ante rem".

 

Se sei riuscito a leggere fin qui, sappi che ti stai avvicinando al massimo potere che puoi raggiungere in te stesso.

 

Il "monismo" della "Filosofia della libertà di Steiner", che ha ispirato questo scritto, è appunto questo: la capacità di risolvere in unità (monismo proviene dal greco mònos, che significa "uno solo") tramite il processo conoscitivo il problema del dualismo, già espresso da Goethe,

 

"Il mio sen due diverse anime serra
E quella vuolsi separar da questa;
La prima coi tenaci organi afferra
Il mondo, e stretta con ardor vi resta.
L'altra fugge le tenebre, e la vedi
Levarsi altera alle paterne sedi
"

Goethe, Faust, I

 

Ascolta il brano del 1972: Paradiso è casa mia

 

ed al tempo presente ancora irrisolto, specialmente dalla massa dei cosiddetti steineriani o antroposofastri, costretti sempre più dal loro cablatissimo cervello bacato a "credere" in Steiner, e per nulla liberati nel loro pensare. Lo stesso dicasi dei cattolici, nati cattolici romani e mai divenuti cristiani, e/o degli scienziati alla Piero Angela o alla Margherita Hack o Ugo Volli, e compagnia bella.

 

Ma ritorniamo al lupo Pino. L'esperienza, che nel concetto generico di "lupo" non nota soltanto un'astratta immagine mentale dei diversi singoli lupi, ma vede la realtà spirituale "lupo", esistente nell'al di là ("ante rem") dei singoli esseri, conferisce anche il potere di vedere spiritualmente - cioè oltre lo spaziotempo (detto "spaccio" da Giordano Bruno) - anche la distinzione tra la bestia ("bestia trionfante" di Giordano Bruno nel suo libro, appunto, "Lo spaccio de la bestia trionfante") e l'uomo. La realizzazione della specie "lupo" non avviene infatti nel singolo lupo, ma nel complesso dei singoli lupi. Invece ciò che nell'animale si manifesta attraverso la specie, nella somma degli individui, nell'uomo vive individualmente. È l'Io. (Aristotele direbbe: la forma dell'animale rimane nel soprasensibile, quella umana si estrinseca nel sensibile).

 

Tale esperienza consente perciò di parlare di "anima di gruppo" (di specie o di genere) per gli animali, e per gli esseri umani di "anime individuali".

 

Ciò che il concetto ha, come vera e propria sua forma, proviene dal soggetto. Ciò che il concetto ha, invece, come contenuto, proviene dall'oggetto.

 

Anticamente infatti si diceva che il concetto è fondato formaliter nel soggetto, e che è fondato fundamentaliter nell'oggetto.

 

Questi risultati, più il potere di penetrare nella cosa in sé, che Kant negava, sono offerti dalla scienza dello spirito come superamento del monismo, onde il termine di "monismo del pensiero" inteso come esperienza del concetto, anche attraverso i seguenti altri passaggi.

 

Immagina di avere un sigillo d'ottone, in cui sia inciso il nome "x". Se imprimi il sigillo nella ceralacca e poi lo tolgli, nulla dell'ottone rimarrà nella ceralacca. Ora, se la ceralacca avesse la conoscenza di Kant direbbe: "Io sono ceralacca. Nulla dell'ottone penetra in me. Dunque non posso fondarmi su alcun collegamento per conoscere la natura di ciò che qui mi viene incontro...". Ma così dicendo, il kantiano ragionamento della ceralacca si dimentica totalmente la cosa più importante, e cioè che la ceralacca ha su di sé il nome "x" come impronta, in modo incontrovertibilmente oggettivo, e questo vale anche se in essa nulla è penetrato dell'ottone.

 

Il ragionamento del prof. Giacinto Auriti in merito alla necessità di premesse filosofiche diverse dal vecchio monismo "idealistico", per comprendere come possa realizzarsi una "normalizzazione dei giudizi di valore capace di modificare il comportamento, non solamente degli individui, ma dei popoli e dei governi"(1) è dunque un esatto anelito scientifico-spirituale. "Se non si parte dalla visione critica di queste premesse, si costruisce sulla sabbia" (ibid.).

 

Finché si pensa materialisticamente, e si crede che per stabilire relazioni occorre che da un oggetto all'altro scorra materia, non si cessa di dire (anche teoricamente): "Io sono ceralacca, e l'altro è ottone in sé. Poiché dell'ottone in sé, nulla può penetrare in me, anche il nome "x" non può essere altro che un segno. La cosa in sé, che sta dentro il sigillo e che si è improntata, così che io la possa leggere, mi resta eternamente sconosciuta"! Questo è il ragionamento dei materialisti, o dei "cervelli cablati".

 

Ora, la scienza dello spirito a carattere antroposofico, a cosa aspira?

 

Aspira in fondo a completare l'opera di un italiano. Un precursore, che cablato non era: Giordano Bruno(1), che 400 anni fa, finì sul rogo della "santa" inquisizione a Roma nel Campo dei fiori. Infatti, il potere di Giordano Bruno, fondato - anche se in modo primitivo - sul medesimo monismo di pensiero che troverà poi massima espressione consapevole nella "Filosofia della libertà" di Steiner, spaventava e spaventa ancora la "chiesa".

 

".. In nessun modo un corpo può agire su un corpo, né la materia sulla materia, né partì della materia e del corpo possono agire su altre parti, ma ogni azione proviene dalla qualità, dalla forma ed in definitiva dall'anima... Chi dunque sarà consapevole di questa indissolubile continuità dell'anima e che essa anima è stretta da una sorta di necessità, avrà un principio non incerto sia per operare che per riflettere con maggiore verità attorno alla natura delle cose... L'anima infatti abbandona il suo corpo alla fine della vita, ma non può certo abbandonare il corpo universale, né essere abbandonata da questo; abbandonandone uno semplice e composto, si trasferisce in un altro composto e semplice..."

Giordano Bruno, "De Magia"

 

Ciò che da' l'essenziale alle cose, la forma, permette anche - attraverso l'esperienza dell'universale - di superare la dipendenza da scienze, confessioni religiose, partiti e mass media che offrono false certezze. "Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all'uomo - aveva infatti predetto il Bruno - , non servirà all'uomo per comprendere se stesso, finirà con il rigirarsi contro l'uomo".

 

Giordano Bruno, che fu bruciato vivo dalla chiesa romana nel 1600, è infatti il precursore dell'etica naturale - che Steiner chiamerà poi "individualismo etico" nella sua filosofia - facendosi vero e proprio "terminator" dell'inganno del dualismo "io-mondo", potere crudele e perverso che ancora oggi domina il popolo, il quale, reso in tal modo ignorante circa la propria sovranità, è schiavizzato. 

 

Ma ritorniamo al paragone con la ceralacca. Se si continuasse fino in fondo il paragone del kantiano ragionamento della ceralacca, incapace, nella sfera delle rappresentazioni, di muoversi distinguendo, tramite la forma, gli universali, ne risulterebbe il ragionamento seguente: l'uomo è tutto ceralacca (rappresentazione), la cosa in sé è tutta sigillo (ciò che sta fuori della rappresentazione). E poiché io, come ceralacca (soggetto della rappresentazione) posso arrivare soltanto al confine del sigillo (la cosa in sé) non posso che rimanere in me stesso, in cui non passa nulla della cosa in sé... non entro dunque nella realtà.

 

Perché nella realtà si può entrare solo intuitivamente. Puoi meditare fin che vuoi col corpo e sul corpo, con la meditazione vipassana o con qualsiasi altra forma di meditazione, buddista, ebraica, cattolica, ecc. Però se ti rifiuti di intuire ogni meditazione è infruttuosa.

 

"Intus" "ire" è riportato infatti nel suo vero significato di movimento vivo, che Kant sacrificò come un sacerdote dell'"ignorabimus". Ed il movimento è solo un fatto dell'interiorità, dell'anima :

 

".. In nessun modo un corpo può agire su un corpo, né la materia sulla materia, né partì della materia e del corpo possono agire su altre parti, ma ogni azione proviene dalla qualità, dalla forma ed in definitiva dall'anima... "

Giordano Bruno, "De Magia"

 

Per questo motivo l'anima si chiama anima: proprio perché si anima, si muove, risiedendo nel polmone, nella respirazione.

 

La visione dell'assoluto sensibile (materialismo assoluto) o del "carattere dinamico" dell'oggetto di percezione proviene dal culto metafisico mistico, che oggi incomincia fortunatamente ad essere superato, perché, dopo 400 anni di buio, sta nascendo la neosocietà.

 

Chi nella sua "forma mentis" è costretto a pensare che nulla della reale cosa in sé possa sorgere nella sua anima (per il fatto che nell'anima non può trasportarsi la materia della cosa in sé) e di conseguenza - per fare quadrare i conti con se stesso - è costretto a dire che la materia, avendo il potere di muovere l'anima, ha carattere dinamico - è materialista, anche se, ammettendo l'esistenza dell'anima, crede di essere idealista o antroposofo.

 

Finché alla teoria della conoscenza si applica il materialismo non si scoprirà mai l'essenziale. E la scienza di oggi non solo deve ancora superare il materialismo, divenendo scienza spirituale, ma è talmente sprofondata in questo modo di pensare, che non riconosce più come tale il suo modo materialistico di rappresentare.

 

Ora farò un altro esempio di verifica del precedente.

 

Per renderti chiaramente conto di come sorga in te il concetto puro in contrapposizione all'oggetto di percezione esterno, prova pensare un cerchio, attraverso un oggetto di percezione. Puoi farlo ad esempio navigando sul mare finché tutt'intorno non vedi che acqua. In quel modo, è tramite l'oggetto di percezione che ti formi l'idea del cerchio. Ma vi è anche un altro modo di arrivare al concetto di cerchio. Senza fare alcun appello ai sensi, puoi costruire nel tuo spirito, nel tuo io, la somma di tutti i punti che sono ugualmente distanti da un punto dato. Per formarti questa costruzione che si svolge completamente nell'intimo della tua vita di pensiero, non hai dunque bisogno di fare appello a qualcosa di esteriore.

 

Ed ora, che sei arrivato al pensiero assolutamente puro. Aristotele ti direbbe: sei arrivato nella "pura attualità".

 

Ora devi prendere coscienza che questi stessi pensieri puri, formati come sopra descritto, coincidono con l'esperienza, e che, anzi, senza di essi, l'esperienza non può neanche essere compresa.

 

Ciò è dimostrabile anche attraverso la possibile connessione di due fatti storici.

 

1°. Uno scienziato che, tramite pura costruzione di pensiero, elaborò un sistema, poi rivelatosi coincidente con la realtà, fu Kopernico. Egli dimostrò, attraverso pensiero puro, che i pianeti non possono che percorrere orbite ellittiche, mentre il Sole si trova in uno dei due fuochi. In seguito, col telescopio, si constatò infatti che la sua osservazione coincideva col pensiero puro, concepito precedentemente a tale constatazione.

2°. Ma ciò da' ragione ad Aristotele. Infatti Kopernico illustra col suo procedere ciò che Aristotele aveva già fondato teoreticamente, attraverso gli Universalia nella misura in cui essi sono ante rem, in re e post rem!

 

Kopernico infatti afferra ciò che appartiene agli "Universalia post rem" e, accordandosi alle cose, trova che questi "Universalia post rem" sono stati posti precedentemente nelle cose, come "Universalia ante rem".

 

Se dunque, secondo una teoria esatta della conoscenza, si considerano gli universali non come semplici rappresentazioni soggettive, ma si riconosce che essi si trovano oggettivamente nelle cose, significa che vi erano anche prima. Aristotele direbbe, messi lì dalla divinità.

 

Ora, se sei arrivato a leggere fin qui, sapendo cos'è il pensiero puro, puoi chiederti: "Ma dov'è la via pratica a questo differente monismo (monismo del pensiero)? O meglio: dov'è la via per generare, nel pensiero puro, non soltanto forma, ma assieme alla forma anche materia? Se infatti trovassi davvero un quid capace di generare - insieme alla forma - anche la materia, potrei poggiare su un punto saldo per adottare questa teoria della conoscenza".

 

Ebbene questo è possibile.

 

Per trovare questo punto fermo occorre, a questo punto, integrare Aristotele con Fichte.

 

Secondo Aristotele, si può arrivare prima di tutto alla formula: "Tutti gli oggetti di percezione necessitano, accanto al lato formale della realtà, di una controparte materiale (va inteso che per Aristotele la materia non è solo la materia fisica, bensì la sostanza - sostanza proviene da "sub" "stare" - vale a dire ciò che sta a base della realtà anche come elemento spirituale - fra l'altro non esiste nella lingua sanscrita una parola che possa pur approssimativamente tradursi con "materia" nel senso in cui la intendono i fisici moderni. In sanscrito "prakriti" significa "sostanza", e "purusha" significa "essenza"). Per Aristotele il concetto di Dio è "pura attualità", atto puro, vale a dire che in esso l'attualità , cioè il dar forma, ha contemporaneamente la forza di produrre la sua propria realtà. Dunque non è qualcosa a cui sta di fronte la materia, ma qualcosa che , nella sua pura attualità, è insieme la piena realtà.

Secondo Fichte, l'immagine di questa pura attualità sta nell'uomo, e precisamente nel fatto in cui, mediante pensiero puro, arriva al concetto dell'"Io".

 

Fichte arriva nella sua interiorità a qualcosa che, vivendo nell'attualità, produce assieme a questa attualità, la sua materia.

 

Quando infatti afferri il tuo Io nel pensiero puro, sei nel centro in cui il pensare puro produce contemporaneamente la propria essenza materiale.

 

Afferrando l'io nel pensare, scorgiamo infatti che anche l'io è universalmente triarticolato:

 

1. l'io puro appartiene agli universali ante rem;

2. l'io in cui siamo appartiene agli universali in re;

3. l'io che noi comprendiamo appartiene agli universali post rem.

 

Se comprendi davvero ciò, sai anche che questi tre "io" vengono a coincidere in te stesso.

 

E questo dovrebbe entusiasmarti proprio nella misura in cui "entusiamo" significa etimologicamente "avere Dio dentro".

 

L'io vive in sé, in quanto produce il suo concetto puro, e può vivere nel concetto come realtà. Per l'io non è indifferente ciò che il pensiero puro fa, perché il pensiero puro è Creatore dell'io.

 

Qui il concetto dell'elemento creatore coincide con l'elemento materiale. In tutti gli altri processi conoscitivi, dobbiamo urtare con un limite, ma nell'io, no: l'io lo abbracciamo nel suo essere intimo, in quanto lo afferriamo nel pensiero puro.

 

Si può dunque dare una base teorica al potere di affermare che anche nel pensiero puro è raggiungibile il punto in cui soggettività e realtà oggettiva coincidono totalmente, e nel quale l'essere umano sperimenta la realtà...

 

Se si percorre questa via del superamento del monismo astratto, cioè dell'esperienza del concetto non si può che entrare nella scienza dello spirito antroposofica.

 

Oggi sono poche le persone - soprattutto fra filosofi(3) ed "antroposofi" - che sono disposti ad ammettere tale via. Costoro si sono impigliati in una rete di concetti, fatta solo da loro stessi, che io chiamo cablatura. Conoscendo il concetto, ma solo come qualcosa di astratto, non possono afferrare quell'unico punto in cui esso è archetipicamente creativo. Perciò non possono neanche trovare nulla che consenta loro di congiungersi con la cosa in sé.

 

La causa di ciò non va ricercata in dottrine sociali o politiche, o in un sistema dialettico, ma in qualcosa che precede questi ultimi (cattocomunismo, fascismo, sinistre o destre non sono cause ma conseguenze). Si tratta del culto metafisico mistico, mirante a voluttà meditative ed estatiche piuttosto che a conoscenze liberatrici: va ricercata in discipline del sentimento e dell'intelletto, che sviluppano un tipo psichico di forza, a condizione che non sorga l'autore, l'Io - l'essere indipendente non soltanto dalla psiche, ma anche dalle facoltà interiori - dunque a condizione che non sorga colui che usa le facoltà: lo Spirito.

 

Per questo motivo nel 1600 fu bruciato Giordano Bruno nel campo dei fiori a Roma.

 

Per questo stesso motivo nel 1922 fu bruciato il primo Goetheanum di Dornach, prima Università scientifico-spirituale costruita da Steiner.

 

La chiesa brucia sempre tutto ciò che considera "eretico".

 

Ma qual'era la loro "eresia"?

 

Era la convinzione che il popolo oggi considera ovvia: se c'è un Creatore che ha creato un universo così vasto, con miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle e probabili sistemi solari, e su questo piccolo e splendido pianeta blu, le tante specie vegetali, animali ed infine quella umana, questo Creatore non ha bisogno di alcuni uomini che sulla terra possano dare e/o negare ad altri uomini la comunione col Creatore stesso. La comunione è legge di natura. Questa era la principale eresia.

 

In realtà, la possibilità di comprendere non solo ciò che passa dall'oggetto a noi ma anche di penetrare dentro le cose, e di identificarci con la materia, per poterla conosce, c'è: è il monismo reale (cioè non vecchio monismo astratto o utopico, ma concreto, pieno di oggettivo contenuto) a cui si perviene attraverso la "Filosofia della libertà" di Steiner.

 

Non vi sono alternative, se non si prescinde dal dualismo, col quale però si cade dalla padella nella brace.

 

Cos'è infatti il dualismo reale?

 

Il dualismo reale è il potere che domina l'uomo nella misura in cui l'uomo si lascia dominare.

 

Steiner ha analizzato questa piaga in tutte le sue sfaccettature e, senza negare la realtà fisiologica della formazione della percezione, ha offerto al mondo l'antidoto al dualismo nella filosofia della libertà.

 

Nereo Villa

 

Castell'Arquato 6 novembre 2005

NOTE

(1) Giacinto Auriti in "Autori Vari, "L'occulta strategia della guerra senza confini", Ed. Centro Studi e Costituzionali, Rimini, 1972; cfr. anche Ottaviano, "Critica dell'idealismo", Cedam, Padova, 1958.

(2) cfr. R. Steiner, "La direzione spirituale dell'uomo e dell'umanità", Ed. Antroposofica, Milano, 1975.
(3) cfr. R. Steiner, "Filosofia e antroposofia", Ed. Antroposofica. Credo che Giacinto Auriti sia uno dei pochi pensatori che è arrivato alle soglie dell'antroposofia. Non ha scelto quella via perché ha reputato degna la strada della chiesa cattolica romana. Ed è qui che il mio pensiero cattolico e aconfessionale diverge dal suo. Ciò non toglie l'esattezza del suo pensiero giuridico, per quanto avversato dalle istituzioni del malessere.