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Il denaro di Steiner secondo G. Alvi
Il titolo originale del seguente scritto di Geminello Alvi
era "Invor, mercor e donor. Il denaro e la teoria del valore in Rudolf
Steiner". Lo ripubblico con questo nuovo titolo in quanto reputo il suo
contenuto un'opinione accademica formulata su basi universitarie, e quindi
tendente alla complicazione della la vita di chi legge. Credo infatti che la
concezione scientifico-spirituale di Steiner, soprattutto quella in merito al
denaro, possa giungere a tutti anche senza bisogno di alcuno studio
universitario. Certamente è utile conoscere la storia dell'economia e del
monetarismo. A questo proposito saranno pubblicate al più presto in questo sito
le 14 conferenze del ciclo "I capisaldi dell'economia". Sylvius Gesell, mercante svizzero,
divenuto ministro delle finanze della Baviera, e citato dall'economista
statalista J. M. Keynes, che gli dedicò un intero paragrafo nella sua "Teoria
Generale", e dal monetarista americano J. Fisher, c'entra ben poco con la
triarticolazione steineriana, dato che il
denaro di cui parla Steiner è una correzione del denaro di Gesell. Ne "I
Capisaldi dell'economia", Rudolf Steiner, autore de "La filosofia della libertà"
e fondatore della scienza dello spirito, accenna alla moneta a scadenza,
riprendendo certamente alcune intuizioni del coevo Gesell, ma la sua teoria
monetaria va in tutt'altra direzione. Infatti il denaro di Gesell, che tassa la
moneta e non i redditi, resta un denaro inflattivo in quanto conserva
allo Stato un'ingerenza nell'economia, con un'imposizione che distorce il
sistema dei prezzi relativi, allontanandolo dai valori veri e inflazionandolo di
valori fittizi (i positivi risultati riscontrati da Gesell nei ristretti ambiti
praticati furono prevalentemente dovuti alla velocizzazione degli scambi
attivati da quel tipo di denaro).
Diverso è il denaro datato pensato da Steiner, che non produce inflazione in
quanto evita l'intrusione dello Stato, sostituito da libere istituzioni (scuole,
ospedali, ateliers d'arte, etc.) sostenute dal dono, e che implica, in un
contesto sociale che vede in fattiva collaborazione associazioni di produttori e
consumatori, nonché un forte orientamento verso l'iniziativa e l'innovazione,
l'introduzione del credito bancario di investimento quale nuovo tipo di denaro
(non presente in Gesell), al cui esistere, secondo Steiner
"sarebbe non necessaria una banca di Stato". Il denaro datato
pensato da Steiner è un denaro di libera emissione bancaria sottratto alla
sovranità statale, in un sistema di vero e proprio "free banking", vale a dire
l'esatto contrario della politica monetaria "central banking"
praticata dagli Stati moderni, in Europa oggi addirittura a livello
transnazionale con l'unificazione monetaria (queste osservazioni sono una mia
sintesi semplificatoria delle attuali conferenze di Bonaiuto. Gaetano Bonaiuto,
laureato in economia, ha collaborato per oltre 30 anni con un Istituto di
Credito Industriale. In pensione dal 1997, ha svolto opera di volontariato come
amministratore di Casa Loic a Capena (Associazione steineriana per la Pedagogia
Curativa ) e per 4 anni ha collaborato, sempre volontario, in una Fondazione di
Microcredito Sociale di Roma, legata a Banca Intesa-Sanpaolo. Si occupa di
Antroposofia dagli anni '70, dedicandosi in particolare agli studi di Economia e
Sociale).
Invor, mercor e donor. Il denaro e la teoria del valore in Rudolf Steiner
(di Geminello Alvi)
È opportuno rammentare, iniziando questo scritto, che le idee economiche di Steiner, come la sua teoria del denaro, sono pochissimo conosciute al di fuori della varia ma limitata cerchia di quanti adesso si professano suoi seguaci. Né tra costoro v'è peraltro un accordo d'opinioni circa l'interpretazione delle conferenze tenute da Steiner nel 1922 a Dornach e di cui sopravvive la copia stenografata (1). Rudolf Steiner non scrisse mai alcun libro o trattato di economia. Affidò la sua visione dell'economia moderna, del suo denaro, a queste quattordici conferenze. Numerosi, da autodidatti, hanno dissertato su di esse, ma per lo più riuscendo solo in confusi esercizi di zelo, del tutto inutili a una efficace comprensione scientifica. Il risultato di questa frammentarietà, e d'un insistito dilettantismo, è che le idee economiche di Steiner sono dai più, nelle università o nell'economia, in Italia o all'estero, sconosciute prima ancora che trascurate. Tanto che la conoscenza di Steiner non è neanche comparabile a quella che hanno ottenuto le idee e il denaro inventato da un altro eretico, Silvius Gesell. Come è noto, lo stesso John M. Keynes nella General Theory dedicò un'appendice al denaro bollato e alla teoria della liquidità di Gesell (2); e persino Fischer considerò con cura in quegli anni il suo Schwundgeld (3).
Fine del presente scritto è rimediare alla deprecabile trascuratezza, descrivendo in un modo afferrabile per la scienza economica ortodossa le idee di Steiner e inoltre costruendo un esempio pratico del denaro, diverso da quello di Gesell, che egli inventò. Partirò per farlo da un certo numero di scritti più recenti. Con essi è iniziata una riconsiderazione scevra dai sopraddetti difetti amatoriali, e pratica, delle conferenze che il dottor Steiner dedicò all'economia con l'intenzione di riformare il denaro moderno.
Questo scritto si articola in due parti: la prima è dedicata alla teoria del valore di Steiner così come essa è descritta nelle sue conferenze; la seconda ad una esemplificazione pratica dei tre generi di denaro che egli descrisse.
La teoria del valore di Rudolf Steiner e l'essenza del denaro.
Walter Kugler, in una postfazione alle conferenze (4) nel 1979, ricordava che esse erano rivolte ad una piccola cerchia di studenti di economia, "ai quali lo Steiner intendeva offrire soltanto delle indicazioni per i loro seguenti studi" (5). Gli studi di Strawe hanno accertato inoltre che Steiner possedeva una solida conoscenza degli scritti di Karl Marx e una certa conoscenza degli altri economisti classici inglesi e dei libri di economia della scuola storica tedesca. Osservazioni preziose dalle quali può dedursi che Rudolf Steiner nella sua trattazione non prese a riferimento gli economisti neoclassici, di cui è tra l'altro dubbio conoscesse altrettanto adeguatamente gli scritti. I suoi riferimenti, come bene ha ribadito von Canal, erano anzitutto i classici, e quella scuola storica ancora egemone nelle università tedesche (6). In altra sede (7) ho avanzato una spiegazione di come il metodo di Steiner possa considerarsi una ovvia conseguenza del rifiuto della scuola storica di ricorrere in economia alle metodologie prese a prestito dalla fisica o dalla matematica. In conclusione, le conferenze di Steiner applicarono anzitutto alle idee dei classici quel pensiero mobile, d'immagini, non meccanico, che egli giudicava indispensabile alla conoscenza economica. Ne sortì una particolare teoria del valore lavoro, modificata, anzi per meglio dire trasmutata, da una comprensione non deduttiva dei fenomeni economici.
La teoria del valore lavoro dei classici è stata formalizzata in termini algebrici come la trasformazione lineare di un vettore che misura il tempo di lavoro erogato nelle varie produzioni in vettore dei prezzi di quelle produzioni. Per il migliore esempio d'una teoria pura del valore lavoro classica si veda Pasinetti (8), nel cui modello il lavoro è una merce e come tale è distinta da un suo processo produttivo. Steiner nelle sue conferenze dissente anzitutto dai presupposti di una simile teoria del valore lavoro: nega che abbia qualche senso ridurre il lavoro umano ad energia di lavoro misurabile; non separa mai il lavoro come fattore produttivo distinto da terra e capitale; nega ogni relazione tra la prestazione e il prezzo del fattore produttivo lavoro. Steiner si propone di spiegare i prezzi attraverso una teoria del valore lavoro in cui il lavoro è considerato in modi inabituali, diversi da quelli di Smith e degli altri economisti classici o persino dei neoclassici.
Per quanto giudichi originario d'ogni valore economico il lavoro, Steiner non lo riduce a una misura quantitiva. Egli ritiene che una teoria del valore debba considerare il lavoro nel suo essere modificato o per come modifica gli altri due fattori produttivi. E l'intento di non astrarre lo conduce a distinguere così tra due generi di valori lavoro: quelli in cui il lavoro modifica la terra, e gli altri nei quali è il lavoro ad essere modificato dal capitale. Ogni prezzo gli pare sorgere dal rapporto tra questi due generi di lavoro, attivo e passivo. Per questo non esiste nelle 14 conferenze alcuna considerazione separata dai fattori produttivi e neanche è possibile alcuna imputazione ad essi d'un valore. Terra e capitale sono una forza produttiva solo in quanto riuniti, confusi al lavoro; e per sottolineare ancora di più la sua distanza dalla impostazione dei classici, Steiner li chiamerà anzi Natura e Spirito. Non gli importa la terra, in quanto misura essa non produce nulla, ma la Natura com'è e che il lavoro trasforma in un valore. Ugualmente non è il capitale in quanto macchina che modifica il lavoro, ma è l'individualità concreta che organizza il lavoro di quella macchina il fenomeno di cui, per Steiner, occorre tener conto. La stessa macchina gli pare essa pure creata da un'identica applicazione dell'individualità al lavoro. Individualità, o cultura, o capacità organizzativa: nomi diversi per quel fattore produttivo che Steiner chiama Spirito. Riassumendo: la teoria del valore lavoro descritta nelle conferenze è al contempo una teoria delle forze produttive che distingue tra i valori creati da un settore primario e quelli creati da un settore secondario. I prezzi si originano dalle mutevoli relazioni tra questa duplice articolazione delle forze produttive.
Per usare l'utile terminologia di Dumont (9), quella di Steiner è insomma una teoria olistica del valore. Il lavoro non produce valore per la sua singolarità come ad esempio in Marx. Né vi è la possibilità in questa ricomprensione alla Natura o allo Spirito di imputare al lavoro un valore inferiore a quanto esso produce, come ancora fa Marx con la sua teoria del pluslavoro e del plusvalore. Il lavoro è produttivo secondo Steiner solo in quanto è trasmutato da un imprenditore e dalla scienza o in quanto trasmuta la Natura. Perde senso quindi la faticosissima mai risolta distinzione che i classici hanno tentato tra un lavoro produttivo e quello improduttivo dedicato alla cultura o all'arte. Il lavoro è produttivo infatti per Steiner solo in quanto si lascia modificare dalla cultura o da quella forma d'arte che è il carisma di un imprenditore. In altri termini, Steiner è in accordo con McCulloch, che, come è noto, contraddiceva Malthus sostenendo che il telaio di Arkwright o l'invenzione di Watt erano da considerarsi produttivi di un valore enorme e continuato nel tempo. Malthus gli replicò, per smentirlo, che non v'era possibilità di misura di simili invenzioni né di accettare una simile affermazione: "there would be an end at once of all classifications [...] which so essentially assist us, in explaining what is going forward in the society" (10). Dopo aver riclassificato i fattori produttivi e aver abbandonato ogni tentativo di imputazione dei prezzi dei fattori, Rudolf Steiner, coerente, ripete gli argomenti di McCulloch.
Ma dopo aver spiegato, per contrasto, la teoria del valore di Steiner in confronto con quella dei classici inglesi, sarà bene mostrare quanto essa si apparenti alla teoria del pensiero economico tedesco. Le idee di Steiner non sono quelle di un isolato, piuttosto ridanno forma o ripetono idee che già avevano o avranno nelle nazioni di lingua tedesca una loro dignità, anche accademica. Si pensi a Friedrich List che mentre Marx era ancora studente, rimproverava alla teoria del valore di Smith di essere materialista (11). La sua critica è identica a quella ripetuta da Steiner, l'esito anche: List dichiara che il valore è creato dal lavoro assieme allo Spirito. E comprende quindi anche la scienza, la moralità e l'intelligenza, i vari significati con cui può tradursi la parola Geist, nel concetto di forze produttive. Per quanto riguarda l'altra relazione tra lavoro e Natur, a cui Steiner si affida, è non meno evidente la relazione con Tönnies (12). Il lavoro che trasforma la natura non è tanto e solo il lavoro nel settore primario o quello del contadino, ma un lavoro ancora non individuato. E' lavoro interno alla Gemeinschaft, ai modi della comunità, deciso dall'abitudine e in stretta relazione con la Natura; è lavoro in cui l'applicazione all'elemento naturale conta più dell'autonomia individuale, dello Spirito - da intendersi quest'ultima parola, appunto, come intelligenza e carisma individuali: quelli che l'imprenditore di Schumpeter mette in atto quanto attraverso l'innovazione rompe lo stato stazionario, generando lo sviluppo (13). Tutta la teoria dell'impresa di Schumpeter bene esemplifica il concetto di Steiner.
Il circuito della creazione dei valori si svolge in Steiner tra due polarità originarie: Natura e Spirito. La natura trasformata dal lavoro viene afferrata dallo spirito e con le macchine o il denaro o le case crea ambienti umani che divengono a loro volta una natura. Lo Spirito si configura come l'elemento vivificante, eternamente rinnovatore del processo; e il lavoro si specifica come il tramite essenziale tra i due poli. Gli scritti di Alvi (14) sul Faust e il rapporto Natura e Geist, il libro di Binswanger (15), contengono vari approfondimenti di come questo circuito si apparenti alle idee economiche di Goethe e Novalis, originariamente.
Né è da trascurarsi la relazione individuata da Alvi (16) tra la critica ai neoclassici di Karl Polanyi e Steiner. Nel 1919 Steiner citò Polanyi allora giovane studente, ed è singolare osservare come il concetto fondamentale di merci fittizie contenuto nel libro La Grande Trasformazione completi perfettamente le idee di Steiner. I tre fattori produttivi originari - terra, lavoro e capitale - non sono, secondo Polanyi, delle merci; rendendole tali, imputando ad essi un prezzo di mercato, il capitalismo ha pervertito l'economia sostanziale. I diritti di proprietà e i pregiudizi degli economisti classici hanno frainteso e piegato ai tornaconti dei redditieri e degli speculatori l'economia. Hanno creato l'ideologia utile ai loro interessi di un mercato che si autoregola commerciando l'incommerciabile: il lavoro; la moneta e i capitali; la natura.
Le immagini delle conferenze di Steiner disegnano un circuito dell'economia nel quale il valore dei prodotti non si redistribuisce residualmente tra i fattori produttivi una volta fissate le quote del salario come era nei classici e come è ad esempio in Sraffa (17). Tantomeno si configurano dei meccanismi di imputazione dei prezzi come quelli dei neoclassici. Le quote del valore che spettano ai vari fattori produttivi dipendono da una multivocità di elementi che rendono impossibile sia la teoria del sovrappiù dei classici sia l'imputazione neoclassica dei prezzi dei fattori. I costi sono sopportati in un periodo diverso da quello in cui sono realizzati i ricavi; questo perché, secondo Steiner, nei mercati reali si realizza un sistema dei prezzi che non è in equilibrio, come intendono questa parola gli economisti classici o i neoclassici. Steiner in altri termini considera reali soltanto situazioni di disequilibrio. Ma solo in esse si configura lo sviluppo. (Per una originale e preziosa impostazione a questo riguardo si veda Ricossa (18)). La teoria del valore di Steiner e la sua cririca del capitalismo del resto non generano alcun criterio d'equità riguardo alla distribuzione del prodotto. Marx critica il capitalismo attribuendogli uno scambio iniquo; lo schema Ricardo avversa le rendite; i neoclassici affidano al mercato la distribuzione del valore. Coerente con le immagini con cui disegna il circuito economico, Steiner invece neppure affronta la questione dell'equità dell'economia mercantile, né tantomeno vuole eliminare il mercato. È in dissenso col capitalismo, perché esso ostacola e avvelena la circolazione dei valori economici. Il capitalismo è, secondo lui, un irrigidimento, una cristallizzazione dell'atto spirituale. L'innovazione che crea il prodotto, l'invenzione e la scienza, il carisma d'un imprenditore, sono l'atto spirituale che trasmuta il lavoro umano in valore. Il capitale mobiliare o immobiliare, la proprietà terriera e persino le macchine commerciano valori fittizi senza crearli. Le rendite fondiarie o finanziarie pervertono la creazione dei valori economici. Una banca è per Steiner una forza produttiva effettiva quando in essa vive quel Geist che applicandosi al lavoro umano crea valori; è una istituzione insana per il circuito economico quando remunera le rendite. E lo stesso vale per un'azienda agricola o per una qualsiasi impresa. Il fine della economia è produrre valori e poi distruggerli, farli ritornare quello che erano prima che il lavoro e lo spirito umani vi si applicassero. Il circuito economico che Steiner descrive finisce, si autodistrugge nella Natura, soddisfacendo le necessità naturali che l'uomo ha di sfamarsi, vestirsi, muoversi e così via, oppure servendo al rinnovamento, ad esempio ecologico, della natura. Il fine non è l'accumulo dei valori, la loro durata e il loro interminabile allargamento. Il capitalismo crea in tal modo solamente un mondo di valori fittizi. Ed è questa accumulazione di valori fittizi la prima origine dell'inflazione, che secondo Steiner s'origina sempre come inflazione speculativa.
Non c'è imputazione economica che fissi i prezzi dei fattori, perché essi sono, come ha ben spiegato Polanyi, merci fittizie. Questa è, secondo Steiner, l'origine logica dei difetti di una economia capitalistica. L'origine filosofica, come ha indicato efficacemente Binswanger (19), è nell'Etica Nicomachea di Aristotele, nella sua distinzione tra oìkonomia e krematistiké.
Dal considerare forze produttive, oltre alla Natura e al Lavoro umano, anche lo Spirito, e cioè l'assieme di quei campi della vita che i classici considerano improduttivi, discende del resto una originale conseguenza. Badare a che gli uomini che lavorano nei settori della scienza, della cultura o dell'assistenza ricevano valori economici sufficienti al loro mantenimento, diviene essenziale per Steiner come già era prima per List. La Natura, umana e no, va protetta nella sua vitalità, e allo stesso modo lo Spirito. La scienza è una forza produttiva che deve ricevere dall'economia i valori economici che le sono necessari. Ma affidare questo compito allo Stato introduce elementi di insania economica identici a quelli creati dalle più varie rendite capitalistiche. La tassazione deforma il sistema dei prezzi relativi, lo distacca dai valori veri, inflaziona di valori fittizi l'economia. Non rimane altra soluzione logica se non quella di ricorrere al dono. E infatti la riforma del capitalismo che Steiner propone legherà il dono ai campi spirituali della vita con un sistema di decumulo del capitale (20). Ma per parlarne occorre, con ordine, descrivere le idee monetarie di Steiner.
Nello schema di Pasinetti (21), che da' forma elegante alla teoria classica, i valori lavoro determinano i prezzi relativi; per determinare quelli assoluti basta introdurre la moneta e un vettore di produzione della moneta, se la moneta è ad esempio un metallo pregiato. La teoria del valore lavoro dei classici e di Ricardo ha per conseguenza in altri termini la teoria quantitativa. Implica il monetarismo, quella teoria della moneta secondo la quale la moneta è esogena, creata esternamente al sistema dei valori, e può fissarsi una relazione positiva tra il variare percentuale della moneta e quello del livello dei prezzi. Steiner nella conferenze dissente da questa seconda assunzione, nega che esista una proporzione stabile tra variare della massa monetaria e variare dei prezzi. E questo dissenso è perfettamente coerente. La sua teoria del valore implica infatti non una moneta esogena ma una endogena al circuito di creazione dei valori.
Per il primo dei monetaristi, Ricardo (22), come per i monetaristi contemporanei, il denaro è l'intermediario dello scambio dei valori e conta anzitutto tenerne stabile il valore per non distorcere, perturbando il livello assoluto dei prezzi, il sistema dei prezzi relativi. Ma se per i classici è il lavoro a creare il valore e la moneta a permetterne lo scambio, invece per Steiner, come si è detto, il lavoro come fattore produttivo separabile non esiste. Lo Spirito trasforma il lavoro e concorre alla creazione dei valori, ad esempio nella forma di un tecnico che sa applicare la scienza alla produzione o in quanto imprenditore. Ma se un simile lavoro trasformato dallo Spirito dovesse significare solo lavoro operaio organizzato dai tecnici e diretto dagli imprenditori, non si creerebbe mai alcun valore. Come Steiner spiega e come poi, indipendentemente da lui argomentò Schumpeter, occorre il credito, occorre cioè un denaro diverso da quello usato per scambiare i valori già creati. Tanto diverso che in Schumpeter questo credito crea nuovo denaro, supera, va al di là della base aurea o monetaria preesistente: è un denaro che anticipa la creazione di valori che non esistono ancora. Per conseguenza, solo quando questi valori saranno realizzati il denaro tornerà a essere solo un mezzo dello scambio; ma fintanto che vi è crescita di valori, il denaro, oltre che mezzo dello scambio, sarà pure strumento della creazione dei valori. Lo sviluppo, la rottura dello stato stazionario, dice Schumpeter, implica il credito. La creazione di valori implica un denaro rivolto al futuro diverso dal denaro rivolto al passato, con cui si scambiano i valori già creati; implica un denaro d'investimento, spiega Steiner. Steiner e Schumpeter giudicano in altri termini ambedue il denaro non esogeno, ma al contrario endogeno al sistema di creazione dei valori. L'eretico cristiano e il professore prestigioso che emigra in America proseguono in perfetta indipendenza e con diversi linguaggi la tradizione economica tedesca. La loro idea del denaro non solo mezzo di scambio prosegue le idee di List e di gran parte della scuola storica. Basti pensare che ancora fino ai primi anni Venti la politica monetaria della banca centrale tedesca non obbediva al monetarismo. A questo riguardo si veda Alvi (23), anche per la sua fenomenologia del succedersi di questi due tipi di denaro.
Se al credito di cui Schumpeter dice la necessità, al denaro anticipato, d'investimento - come lo chiama Steiner -, non corrisponde la creazione di valori, il denaro si accumula come mezzo di scambio in un circuito che non è più quello economico. Si crea un circuito di valori fittizi, di titoli di credito, di scambi cartacei, utili solo a generare delle rendite finanziarie. I mercati dei capitali moderni offrono da sempre esempi evidenti di questa insania; in essi il denaro si cambia e si crea a fronte di titoli che non hanno più alcun legame con le forze produttive. Il capitale si autonomizza, lo Spirito si distacca completamente dal Lavoro e dalla Natura e si chiude in un circuito di ingegnosissime, quanto astratte, invenzioni. Si pensi solo agli attuali mercati dei derivati. Diviene normale la creazione e lo scambio di denaro, come se il denaro e i titoli fossero merci. Il fenomeno è coerente con la teoria del valore classica, con la teoria economica moderna, che distingue, come si è detto, i fattori produttivi e ad essi imputa un valore, come se appunto fossero merci tra le merci. E' del tutto incoerente invece con la teoria del valore di Steiner, che esclude questa separatezza e ogni mercificazione dei tre fattori produttivi e quindi pure del denaro. Per Steiner, come per Polanyi, il denaro è insomma una merce fittizia; e l'insania del processo di accumulazione di valori capitalistico dipende dal trascurare questa evidenza. Il problema cruciale per una riforma del capitalismo diventa allora quello di individuare un circuito monetario e finanziario che non si separi, che resti il più possibile obbediente alle forze produttive e al loro circuito economico (24).
Nell'intento di attuare questa riforma del denaro e del capitale, Steiner propone due soluzioni. La prima, quella di dare forma cosciente ai prezzi attraverso una specie di economia sociale, in cui associazioni di consumatori e produttori aiutano il mutarsi dei valori in prezzi delle merci. Sarebbe questo un modo per evitare l'asservimento del denaro alla creazione di anticipazioni, titoli di credito fittizi. La seconda soluzione è riformare il denaro, piegandolo alla necessità, potremmo dire, di invecchiarsi e morire. Creati i valori e dopo aver provveduto al loro scambio, il denaro dovrebbe, in altri termini, perdere di valore per quanto valore perdono le merci consumate ovvero distrutte. Quelle operazioni di mercato aperto, di aumento delle percentuali di riserva, e le varie altre con le quali le banche centrali drenano la massa monetaria, dovrebbero insomma, secondo Steiner, inerire al denaro. Andrebbero sottratte alla discrezione delle banche centrali e di una politica monetaria che lascia commerciare il denaro; dovrebbero divenire proprie di un terzo denaro, di un denaro altro da quelli di scambio e d'investimento, di un denaro di dono. il denaro assumerebbe così una sua forma, coerente con la vita del circuito economico. Steiner, con un'immagine tipica del suo metodo non meccanico, parla al riguardo di un denaro giovane, di uno maturo e di uno vecchio che muore decumulandosi. Si potrebbe dire insomma che sia Polanyi sia Steiner rimproverano al denaro capitalistico di insistere in una giovinezza eterna incoerente e perniciosa per l'economia sostanziale. Dalle rendite che il capitale mobile o immobile produce, emergerebbe un'inflazione speculativa che distorce i valori e quindi i prezzi relativi e genera croniche instabilità finanziarie (25). Il decumulo periodico della base monetaria, per mezzo del dono, e la sua successiva distruzione è il modo, secondo Steiner, per riformare ognuna di queste insanie.
Per intendere un simile denaro di dono, sarà bene riferirsi ancora una volta alla teoria del valore contenuta nelle conferenze e al ruolo che in esso svolge lo Spirito. I tecnici, gli scienziati, l'arte e persino i progressi medici concorrono secondo Steiner, ma come si è visto anche secondo List, a formare le forze produttive; la trasformazione del lavoro in valore avviene per loro mezzo. Secondo Steiner, è questa origine vivente del capitale che deve essere, col dono dei singoli e delle imprese, nutrita di valori. il capitale finanziario o immobiliare non è che la cristallizzazione del capitale; la sua origine vivente è nelle scuole, negli atelier degli artisti, nelle università, persino negli ospedali. Sono queste istituzioni in cui abita lo Spirito l'autentica sorgente del capitale. E tanto più esse sono libere, tanto più potente sarà la sanità di una qualunque società e il loro eventuale contributo alle forze produttive. Donare denaro servirà quindi alla loro libertà. La teoria del valore di Steiner implica in altri termini che il denaro vi affluisca, invece di andare a nutrire investimenti cartacei e speculazione.
Riassumendo: il denaro nasce dalla necessità di anticipare la creazioni di valori, serve poi allo scambio di questi valori e infine finisce donato, muore per servire le necessità naturali di quanti con le loro attività spirituali gli hanno dato modo d'esistere. Il circuito della creazione dei valori ha inizio con la trasformazione della Natura, prosegue poi con la trasformazione del lavoro ad opera dello Spirito, e si conclude circolarmente nella Natura.
Quanto Steiner sostiene è forse dubitabile in quelli che sono i suoi fondamenti, ma una volta ammessi quest'ultimi, si deve riconoscere al suo circuito e ai tre generi di denaro che individua notevole coerenza. Né meno coerente è il fatto che Steiner consideri un'attività spirituale il denaro. Non vi è nelle conferenze alcun pregiudizio contro l'innovazione finanziaria o il ruolo delle banche, ovviamente a patto che banche e innovazioni agiscano in coerenza alla produzione di valori non fittizi. E tanto Steiner considera la creazione del denaro un'attività spirituale da non sottoscrivere l'idea che la creazione di moneta debba spettare solo alla Banca centrale. Quanto Steiner afferma s'accorda piuttosto a un sistema di free banking, in cui nessuno possiede cioè il monopolio delle emissioni di moneta.
Da Invor a Mercor e da Mercor a Donor: il denaro di Steiner
La riforma del capitalismo pensata da Steiner è una riforma nella quale non si ricorre all'intervento dello stato. Le associazioni di consumatori e produttori, l'autonomia dallo stato delle istituzioni dove vive quella che Steiner denomina la vita spirituale, il fondamentale ruolo attribuito all'intrapresa e alla innovazione, il free banking, l'attenzione ecologica alla Natura danno alle riforme di Steiner una intonazione libertaria. E' questa la notevole diversità delle idee di Steiner da quelle di un altro eretico, meglio conosciuto dagli economisti: Silvius Gesell (26).
Scrive Keynes: "Lo specifico contributo di Gesell alla teoria della moneta e dell'interesse è il seguente. Anzitutto egli distingue nettamente tra saggio di interesse ed efficienza marginale del capitale, e ne argomenta che è il saggio di interesse che limita il tasso di crescita del capitale reale. Inoltre egli fa notare che il tasso di interesse è un fenomeno puramente monetario e che la peculiarità della moneta da cui deriva il significato del tasso d'interesse monetario è nel fatto che la sua caratteristica di essere un modo per depositare la ricchezza provoca al suo possessore trascurabili spese vive" (27). Come è noto, nella trappola della liquidità Keynes vede un esempio di come il variare del tasso di interesse possa non bastare a individuare un equilibrio tra risparmio e investimenti totali. In altri termini la preferenza per la liquidità o l'accumulo (Keynes considera le due terminologie equivalenti) viola la legge di Say, implica politiche di deficit statali per sostenere la domanda effettiva.
L'autodidatta mercante Gesell, deprecando la possibilità che il denaro potesse accumularsi e considerando il tasso d'interesse un fenomeno solo speculativo, nocivo, ripeteva insomma quanto il prestigioso economista di Cambridge diceva con maggiore finezza accademica e cautamente. Anche per Gesell il tasso d'interesse doveva considerarsi un premio per la liquidità del denaro e anche per lui non era proporzionato all'efficienza marginale degli investimenti. Ma Gesell non poteva dirlo con queste parole di Keynes. Il più dotto del suoi riferimenti fu l'idea della gratuità del credito di Proudhon. Il resto erano osservazioni geniali, ma peraltro del tutto impresentabili, inafferrabili per la scienza economica ortodossa, come quella secondo cui il denaro, a differenza delle merci, non si decumulava, così da beneficiare di un privilegio indebito, quello di potersi accumulare e quindi di nuocere all'economia. Gesell ne deduceva la necessità di trasformare il denaro in un denaro bollato, in uno sul quale ogni mese dovesse essere applicato un bollo pari a una certa percentuale del suo valore, che sarebbe in questo modo diminuito automaticamente. Keynes comunque, a differenza di Fisher, non considerava seriamente la possibilità pratica d'una simile strana riforma. Tuttavia ammetteva almeno la sua coerenza; e calcolò a quanto dovesse ammontare l'entità del decumulo ovvero il bollo. Scrive ancora Keynes: "Secondo la mia teoria esso dovrebbe essere uguale più o meno all'eccesso del saggio d'interesse monetario, a parte i bolli, sull'efficienza marginale del capitale corrispondente a un saggio di nuovi investimenti compatibile al pieno impiego".
Steiner verosimilmente lesse, e per molti versi usò, alcune delle immagini di Gesell nelle sue conferenze. La sua teoria della moneta e dell'interesse e la sua riforma non coincidono però con quelle di Gesell. Per quest'ultimo l'interesse è il premio per la liquidità, e come tale va eliminato o ridotto il più possibile. Il denaro riformato di Gesell dovrebbe solo spendersi, è un genere di denaro adatto soltanto ad inflazionare, così realizza il credito gratuito. La teoria del denaro di Steiner è, come si è visto, più complessa: è la sua teoria del valore che spiega il capitale e il denaro. La teoria di Gesell invece è parziale, considera il denaro senza analizzare il credito e i mercati dei capitali. E in effetti riformando solo il denaro, creando un nuovo denaro bollato, non terminerebbe la speculazione. Chiunque potrebbe, negli attuali mercati dei capitali, speculare a termine anche con un denaro bollato riformato come voleva Gesell.
Gesell, come i classici, si limita a considerare il denaro mezzo di scambio e riserva di lavoro; non afferra e trascura il credito e ciò che Steiner chiama denaro d'investimento. Neppure sospetta che il saintsimonismo di cui si era cibato anche Proudhon aveva prima in Francia e in seguito in Germania creato un'alternativa alle banche d'affari: le banche d'investimento. Sono queste il fenomeno nuovo che Schumpeter ha in mente nella sua teoria dello sviluppo. Esse, come sosteneva Gerschenkron, sono un'innovazione non meno potente dell'elettricità per spiegare la seconda rivoluzione industriale. E infatti le immagini di Steiner sul credito, come le teorie di Schumpeter, non si adattano ai mercati borsistici della Francia Napoleonica o a quelli attuali. Le banche rivolte al credito industriale sono delle istituzioni finanziarie coerenti al circuito economico steineriano. Così, se Gesell ritiene che il suo denaro bollato sia la miglior soluzione per favorire gli investimenti e terminare la speculazione, il concetto di denaro d'investimento di Steiner meno ingenuamente implica invece una riforma dei mercati dei capitali. Ma anche tra il denaro di dono di cui si parla nelle conferenze e il denaro bollato di Gesell, le diversità sono notevoli. Per Steiner il dono è il modo per trasferire valori ai campi spirituali della vita, per evitare il crearsi di una economia cartacea, di quella "Casino economics", come la chiamano gli economisti postkeynesiani, che oggi prevale e dilaga. Ma non c'è, come si e detto, e non può esserci per le caratteristiche della sua teoria del valore espressa nelle conferenze, una teoria dell'imputazione del prezzo ai fattori produttivi. L'interesse non è per Steiner il prezzo della produttività del capitale come è per i neoclassici, o il premio della liquidità come è per Keynes e Gesell. In altri termini, l'interesse non è il prezzo di una merce, che può divenire negativo come argomentava teoricamente Keynes; Steiner riferisce l'interesse al credito industriale e alla reciprocità. Non c'è in Steiner quindi alcun criterio economico che permetta di decidere di quanto il denaro totale debba essere diminuito per essere donato.
La soluzione di Gesell, com'è noto, trovò dopo la morte del suo ideatore una qualche applicazione pratica, e inoltre entusiasmò Ezra Pound. Di questi vari esperimenti, a cui accenniamo ne Le seduzioni economiche di Faust, conta osservare che il denaro bollato come l'intendevano Gesell e i suoi fedeli seguaci è essenzialmente una tassa sulla liquidità che lo Stato applica, un'imposta patrimoniale incassata attraverso l'ingegnoso sistema dei bolli. E' poi lo Stato a incassare i proventi di questi bolli e a usarli per interventi d'investimento pubblico. Così a Woergl negli anni Trenta fu il sindaco a coordinare a questo modo un programma di lavori pubblici. Ma questo denaro di Gesell ha gli stessi pregi e gli stessi difetti pratici delle politiche keynesiane che hanno guidato la politica economica mondiale dagli anni Trenta fino agli anni Settanta. E' inflazionistico e implica un'intrusione provvidente, ma contraddittoria, dello Stato nell'economia. Radicalmente diversa è invece la soluzione di Steiner, che come si è detto potrebbe dirsi libertaria, non statalista. Il denaro di dono è per Steiner il modo per limitare il ruolo dello stato, per limitare ai trasferimenti di cittadini e imprese quella che Polanyi chiama la funzione di redistribuzione. Il denaro di dono di Steiner, non serve, come il denaro di Gesell, per finanziare l'intervento pubblico nell'economia, fargli sostenere gli investimenti e l'occupazione.
E' opportuno specificare un modello di denaro bollato, anche per arrivare gradatamente all'esemplificazione pratica delle immagini monetarie figurate da Steiner. Nello schema di Gesell, come rigorosamente spiega Keynes, lo Stato regola l'emissione delle banconote, per evitare il loro accumulo speculativo e l'elevarsi dell'intera struttura dei tassi d'interesse negativo, ovvero di un bollo che va acquistato a un prezzo determinato. La determinazione di questo bollo dipende, nello schema Gesell-Keynes, dalla differenza tra il tasso d'interesse monetario e l'efficienza marginale del capitale che corrisponde al pieno impiego. Lo Stato incassa questo bollo e trasforma il risparmio monetario inoperoso negli investimenti che permettono di far raggiungere alla domanda effettiva il pieno impiego. Posta tale differenza uguale al 5% per un determinato anno, i conti patrimoniali della banca centrale, dei consumatori, delle imprese e dello Stato dalla posizione alfa evolverebbero alla posizione beta.
All'inizio d'anno il denaro posto uguale a 100 emesso dalla banca centrale si troverebbe trasferito prima alle imprese e da queste, parte come salari o rendite, ai privati. Si configurerebbe, poniamo, il seguente schema dei conti nella posizione iniziale alfa, con 80 nelle mani dei privati, e 20 in quelle delle imprese.

La definizione di privati copre tutte le istituzioni diverse dallo Stato, dalle imprese e dalle banche centrali, quindi tanto i salariati quanto i risparmiatori. Per Gesell, come per Keynes, in questa prima situazione vi sarebbe un difetto di domanda e dunque non tutto il risparmio dei privati e delle imprese si trasformerebbe in investimento. Di qui la necessità di annullare con un bollo il denaro, con un bollo appunto pari a un tasso di interesse negativo sul denaro pari al 5%, l'ammontare che è necessario al pieno impiego. Si creerebbe in tal modo la posizione beta.
L'intervento dello stato, che spenderebbe in consumi o in investimenti il 5% ottenuto dai bolli necessari all'esistenza legale del denaro bollato, equilibrerebbe il sistema. Si creerebbe un livello di domanda effettiva pari a 100, col quale le imprese sarebbero in condizione di restituire 100 alla banca centrale e tutti i conti tornerebbero in equilibrio. Questo schema è tipicamente keynesiano, addirittura può identificarsi con un determinato periodo storico, quello della Grande Depressione, nel quale sia in USA col New Deal sia più decisamente coi fascismi in Europa si attuarono massicce forme di statalizzazione degli investimenti. Lo stesso Keynes in quegli anni parlava apertamente di socializzazione degli investimenti.
Come spiega von Canal, la dodicesima conferenza di Steiner, quella dedicata a spiegare i caratteri pratici della riforma monetaria, ha generato svariate interpretazioni. L'affermazione è benevola. Meglio sarebbe dire che gli antroposofi hanno dedicato alla specificazione pratica del denaro d'investimento, di circolazione e di dono scritti innumerevoli. Ma per lo più utili solo ad aumentare la confusione. Di qualche interesse sono gli scritti di Hermannstorfer (28) e Schweppenhäuser (29). Ma neppure a loro riesce di ottenere risultati soddisfacenti e conclusivi.
La soluzione alle difficoltà interpretative è: a) nel tenere a mente che il denaro di circolazione descritto da Steiner si decumula come un denaro di Gesell, senza che però lo Stato intervenga. b) Il denaro d'investimento deve avere le caratteristiche del credito di Schumpeter, ma poco alla volta deve esso stesso potersi mutare, in denaro di circolazione.
Come si è detto, il modello di Gesell deve essere giudicato alla luce del circuito dei valori steineriano come uno schema adatto al solo denaro di circolazione. Non conta per Steiner che esistano delle banconote, ma conta che delle banconote finiscano nelle mani di imprenditori in grado di trasformare effettivamente con esse il lavoro e la natura. Gli imprenditori devono in altri termini essere assistiti dal credito bancario, da un denaro d'investimento che anticipa del tutto i valori e che dunque non è in relazione con la base monetaria esistente, come riconosce Schumpeter. Alla creazione del denaro originario, del denaro giovane, come lo chiama Steiner, non servono dunque le banche centrali o il monopolio delle emissioni. Esso serve a Gesell e a Keynes, non al circuito steineriano. Non una banca centrale, ma le banche generano il denaro giovane, quello d'investimento, in un sistema di free banking. Dunque lo schema usato per spiegare il denaro di Gesell dovrebbe essere modificato così da sostituire la posizione di banche libere di emettere denaro a quella delle banche centrali. L'altra modificazione inevitabile è l'eliminazione del ruolo svolto dallo Stato nello schema di Gesell. Nel circuito steineriano lo Stato non entra nelle vicende economiche, né tantomeno esiste un sistema fiscale che trasferisce valori alle varie istituzioni della vita spirituale. Scuole, ospedali, università sono finanziati direttamente dai privati e dalle imprese. Riassumendo: lo schema dei conti usato per descrivere la teoria di Gesell deve essere modificato due volte; considerando quel credito o denaro d'investimento che altrimenti Gesell trascura e inoltre inserendovi una funzione di redistribuzione non controllata dallo Stato. Partiamo da quest'ultima modifica. Dando a scuole, ospedali e istituzioni non statali il nome d'istituzioni ci troviamo di fronte a un nuovo schema contabile. Assumeremo che le banche abbiano già anticipato alle imprese denaro di circolazione che chiameremo mercor per 100 unità. Le imprese dovranno creare merci per valori effettivi pari a 100. Per farlo distribuiranno 80 a quei privati per cui vale la definizione precedente, la somma di 20 rimarrà come prima nel settore delle imprese. Il risultato è la nuova posizione alfa.
A questo punto interviene quel denaro di dono che denomineremo donor e che faremo consistere in un bollo emesso non dallo Stato ma dalle istituzioni del dono. A università, scuole, ospedali o quant'altro, sarebbe in altri termini concesso di emettere questi bolli, che corrisponderebbero al dono che privati o imprese potrebbero a loro discrezione indirizzare ai vari istituti. Si usano i bolli per semplicità espositiva, ma potrebbe parlarsi di buoni o di bonifici elettronici senza modificare l'essenziale. L'essenziale è che il denaro emesso dalle banche e trasferito dalle imprese anche ai privati per la necessità della produzione sia diminuito di una certa percentuale, che poniamo del 10%. Con essa invece di pagare le tasse così si trasferirebbero valori attraverso il dono a ospedali, scuole o quant'altro. il risultato sarebbe quello descritto nella posizione beta.

A fronte di valori creati dalle imprese per 100 ci sarà dunque 90 di denaro creato dalle banche e 10 di denaro di dono. Le imprese incasseranno queste due somme e le restituiranno alle banche. Le passività delle banche ovviamente, a causa della diminuzione del denaro che esse hanno emesso, sono diminuite di 10; e allora semplicemente le banche distruggeranno il denaro bancor che ricevono dalle imprese. Il risultato, per quanto concerne il denaro creato dalle banche, sarà quello descritto nella posizione finale gamma. Come si è detto, i 10 donor ricevuti dalla banca alla fine del processo verrebbero distrutti, senza danno per gli equilibri bancari.
Si è chiarita con questo schema la diversità nel decumulo di denaro tra lo schema steineriano e quello di Gesell. Abbiamo chiamato il denaro di circolazione coperto da attivi di cassa o da azioni col nome di mercor. Ma è immediato verificare come senza la creazione di nuovo denaro il nostro mercor evolve verso il decumulo totale. Se le imprese non ricevono denari per investire, non creano valori nuovi, siamo in una situazione di stato stazionario alla Schumpeter, senza neppure il rinnovo del capitale. Usando i loro depositi, imprese e privati consumano i beni prodotti dalle imprese, ma non c'è nuova accumulazione nel sistema; a fronte del deperire del capitale delle imprese, decrescono i valori azionari detenuti dalle banche. Considerando il denaro di dono, evolveremmo di periodo in periodo a una situazione di progressiva distruzione del denaro. Se esiste solo mercor, dalla posizione beta già descritta si evolverebbe alla totale distruzione delle attività bancarie e quindi del denaro mercor emesso a fronte di esse. Dalla posizione beta si evolverebbe alla delta seguente.

È quello che Steiner chiama il processo d'invecchiamento del denaro: il denaro maturo si muta periodo dopo periodo in denaro vecchio, in altri termini il denaro di circolazione diviene denaro di dono, il nostro mercor diviene donor, il quale, come s'è visto, viene distrutto subito dopo essere stato speso.
Ma nello schema steineriano il denaro viene rinnovato, creato; di periodo in periodo viene a esistere una certa quantità di nuovo denaro. Il denaro descritto nelle conferenze non è solo un mezzo di circolazione, è anche credito, anticipazione di valori che non esistono ancora, è un denaro d'investimento. Steiner, come si è detto, chiama questo denaro giovane, a sottolinearne la originarietà e la polarità rispetto a quel denaro di dono che lui appunto chiama vecchio perché prossimo a morire, a essere distrutto. Questo denaro d'investimento, che chiameremo invor, è diverso però anche dal denaro di circolazione mercor, nel senso che esso è più vecchio di invor. Invor è infatti un credito, un'anticipazione di valori che non esistono ancora. Mano a mano che questi valori iniziano a esistere, quote sempre crescenti del nostro invor si mutano in quote di questo denaro a fronte del quale esistono attività effettive e non più aleatorie. Le banche emettono denaro e lo danno agli imprenditori in cambio di un titolo di credito, grado a grado che le imprese realizzano sul mercato i loro valori e con essi rimborsano il loro debito con le banche, i titoli di credito delle banche diminuiscono e aumentano altre attività. Queste attività possono essere di cassa o azioni; comunque costituiscono la copertura per l'esistenza di altrettanto denaro di circolazione. Giacché il denaro di circolazione non è anticipato, creato dal nulla, come il credito di cui parlano Schumpeter e Steiner, ma corrisponde alle attività di cui le diverse banche dispongono. Ripartiamo dalla situazione gamma inserendo il nostro invor. Il conto delle imprese si modifica a questo punto, perché a fronte del loro indebitamento vengono emesse, poniamo, 20 unità di invor dalle banche. Esse affluiscono alle imprese, le quali ne spendono, poniamo, alla fine del primo periodo solo 10. Questo significa che 10i sono dati alle banche, che diminuiscono il loro credito in invor di 10 ed emettono 10 mercor che possono essere spesi. La nuova posizione gamma raffigura questi scambi.

Essa evolve nella situazione delta e cosi via reiterando nei vari periodi.
In conclusione, il decumulo di mercor da parte delle imprese e delle famiglie crea dei donor che vengono trasferiti alle istituzioni del dono e che le imprese trasferiscono, dopo averli ricevuti in pagamento dei valori che girano immediatamente alle banche, le quali a loro volta distruggono questi donor e i corrispondenti mercor che avevano al loro attivo. Parallela al decumulo di mercor è tuttavia, a opera delle banche, la creazione di denaro di credito invor che progressivamente viene trasferito alle banche, le quali annullano la parte di invor che ricevono e in corrispondenza di essa creano dei mercor. Il denaro invor è, in altri termini, un denaro che può durare più periodi e che poco alla volta viene convertito in mercor dalle imprese che lo investono.
Quanto detto finora vale come esempio numerico. E l'esempio potrebbe variare: a seconda delle quote di decumulo dei mercor in donor, o degli invor in mercor; a seconda della periodizzazione scelta; a seconda delle quote di mercor che le imprese distribuiscono tra privati ed altre imprese; introducendo il calcolo degli interessi. Ma una volta scelti questi parametri, il sistema di trasformazione degli invor in mercor e dei mercor in donor potrebbe essere formalizzato in un sistema di equazioni alle differenze finite. Potrebbero allora analizzarsi i differenti casi del circuito steineriano a regime costante in cui i mercor rimangono costanti da periodo a periodo - a regime decrescente, in cui i mercor diminuiscono, o a regime crescente, in cui essi decrescono. La scelta dei regimi e il loro coordinamento spetterebbe, come si è detto, alle associazioni e alle banche.
Quanto vi è di originale e di interessante nei tre generi di denaro di Steiner, è il fatto di essere adatti a un sistema in cui: a) non è più lo stato a occuparsi della funzione di redistribuzione ai campi spirituali della vita; b) non c'è più alcuna necessità di un debito pubblico e quindi di banche centrali che modifichino la massa monetaria alle necessità di gestirlo; c) non c'è spazio che per banche d'investimento provvidenti, le quali cioè creino denaro solo per le imprese produttive di valori non fittizi e detengano i capitali delle imprese; d) le associazioni e le banche fanno scomparire i mercati dei capitali così come attualmente esistono nel capitalismo.
NOTE
(1)
Cfr.
Rudolf Steiner, "Nationalökonomischer Kurs", Vierzehn
Vorträge 1922, Dornach 1979.
(2)
Cfr. John
M. Keynes, "The Generai Theory of Employment, Interest and
Money", London 1936; idem: "Alternative Theories of the
Rate of Interest", in "The Economic Journal", vol.
XLVIII (1937), pag. 241.
(3)
I.
Fischer, "Stable Money", Adelphi Company, New York
1934, pagg. 144-145.
(4)
Rudolf
Steiner, op. cit., pag. 216: "denen er [Steiner] lediglich
einige Anregungen für ihre weiteren Studien geben wollte":
W. Kugler, "Rudolf Steiner und die Antroposophie, Köln
1978.
(5)
Cfr. C.
Strawe, "Marxismus und Anthroposophie", Stuttgart 1986.
(6)
G. F.
Canal, "Geisteswissenschaft und Ökonomie", Novalis
Verlag, Schaffhausen 1992, pagg. 62 e 63.
(7) Cfr.
Geminello Alvi, "Le seduzioni economiche di
Faust", Adelphi, Milano 1989, in particolare primo e ultimo
capitolo.
(8) Cfr.
Luigi Pasinetti, "Lezioni di teoria della
produzione", il Mulino, Bologna 1981.
(9) Cfr.
Louis Dumont, "Homo aequalis", Gallimard,
Paris 1977 (tr. it. "Homo aequalis", Adelphi, Milano
1984).
(10)
Robert Malthus,
"Definition in Political Economy", New York 1954, pagg.
83-84.
(11) Cfr.
Friedrich List, "System der politischen
Ökonomie", in "Werke", Friedrich List,
Gesellschaft, 1935, vol. VI. Si veda il capitolo XII, "La
teoria delle forze produttive e la teoria dei valori".
(12) Cfr.
Ferdinand Tönnies, "Gemeinschaft und
Gesellschaft", Wissenschaftliche Buchgesellschaft,
Darmstadt, 1960 (tr. it. "Comunità e società",
Edizioni di Comunità, Milano 1961).
(13) Cfr.
Joseph Schumpeter, "Theorie der wirtschaftlichen
Entwicklung", Duncker & Humblot, Berlin 1964.
(14) Cfr. Geminello Alvi, "Gli enigmi economici del Faust II", in
"Rivista dei Libri", novembre 1992, pagg. 15-18; idem
"Geld und Lebenswelt in H. C. Binswanger e P. Von Flotow,
"Geld und Wachstum", Weitbrecht, Stuttgart 1994.
(15) Cfr.
H. C.
Binswanger, "Geld und Magie", Weitbrecht, Stuttgart
1985.
(16) Cfr.
Karl
Polanyi, "La grande trasformazione", EIaudi, Torino
1974; Geminello ALvi, "Le seduzioni economiche di Faust,
cit.; U. Herrmannstorfer, "Scheinmarktwirtscbaft",
Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart 1991.
(17) Cfr.
Piero Sraffa, "Produzione di merci a mezzo
merci", Rinaudi, Torino 1960.
(18)
Sergio Ricossa, "Quante teorie del valore?",
in L. PASINETTI (a cura di), "Aspetti controversi della
teoria del valore", Il Mulino, Bologna 1989, pag. 49.
(19) Cfr. H. C. Binswanger, "Die Wirtschaft zwischen Geld und
Natur", in "Beiträge zur Weltlage" (Sonderheft),
1980, pag. 70.
(20)
C'è anche una riforma del mercato attraverso le
associazioni, ma per ordine logico ritengo sia meglio per ora
trascurarla, rimandando al libro di von Canal e alla bibliografia
in esso contenuta.
(21) Luigi Pasinetti, "Quante teorie del valore?", in idem (a
cura di), "Aspetti controversi della teoria del
valore", cit., pag. 245.
(22)
Riguardo
a Ricardo si veda Claudio Rotelli, "Le origini della
controversia monetaria", Il Mulino, Bologna 1982. Più che a
Friedman mi riferisco al monetarismo più teoricamente coerente
di Friedrich von Hayek.
(23) Cfr. Geminello Alvi, "Il secolo americano", Àdelphi, Milano 1996;
idem "Le seduzioni economiche di Faust", cit.
(24)
Per usare un altro utile confronto, il denaro moderno è
per Steiner, come per Simmel, un denaro funzionale e non un
denaro sostanziale. Eliminata la base aurea, la sua sanità
dipende tutta dal mantenersi in stretta relazione ai valori che
il lavoro e lo Spirito, ma anche il lavoro e la natura, creano.
Si vedano in proposito Geminello Alvi, "Le seduzioni
economiche di Faust", cit., pagg. 54-58, e P. Von Flotow,
"Georg Simmels Philosophie des Geldes", Frankfurt am
Main 1994.
(25)
Il capitalismo di Steiner non succhia lavoro vivo né lo
cristallizza in capitale come pretende Marx. L'idea di
capitalismo di Steiner ha molti più punti in comune con
Thorstein Veblen, "La teoria dell'impresa", Angeli,
Milano 1970.
(26) Silvius Gesell, "Die natürliche Wirtschaftsordnung durch Freiland und
Freigeld", Hans Timm, Leipzig 1916.
(27)
John M. Keynes, "The General Theory of
Employment, Interest and Money", in "The collected
Writings of John Maynard Keynes", MacMillan, London 1973,
vol. VII, pagg. 355, 357.
(28) U. Hermannstorfer, "Wesen und Funktion des Geldes", in S.
Leber, Zur sozialorganischen Bewältigung des Geldwesen",
Stuttgart 1989.
(29) H. G. Schweppenhäuser, "Das Geld
in Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft.
Fallstudien", Institut für soziale Gegenwartsfragen,
Freiburg im Brisgau, 1981.
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