Canzone per chi se la merita

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Oggi presento la "Canzone per chi se la merita" cantata sulla base di "Long train running" di T. Jhonston (dei Doobie brothers). Ovvero: sul reddito di base sul quale sono stato sputacchiato da sinistra e da destra da sempre. È stato un piacere collaborare con te per smascherare ogni anacronismo, pena di morte, giustizialismo, legalismo, diritto al massacro. È stato un dovere lavorare con te per smascherare ogni guerra giusta, pensa di morte, cretinismo, netiquettismo, psicopolizia... È stato un piacere cantare con te per sputtanare ogni ideologismo, statalismo, antistatalismo, comunismo e anticomunismo. È stato un piacere per smascherare ogni anacronismo, fascismo, antifascismo, legalismo, diritto al massacro. È stata una figata essere libero per smascherare ogni liberismo Giacobino! Secondo me sei un cretino! Netiquettismo e poi ghigliottinismo... Lady Ghigliottina! Dove sei? Dove sei? Dove sei? Ciao Tony, Kirillov, Ludmilla. Come sta il cavallo? Ciao Demo! Vota Antonio! Non votare Caligola e il suo cavallo! Meglio un asino che un pesce rosso... pesce mauro, che ci ha la mascella prominente quello lì... Come Brunius... :) :) :)

Su tale reddito per il diritto universale alla vita per tutti e non solo per i portatori di handicap ne ho sempre parlato. Oggi i veri handicappati sono comunque coloro che si stracciano le vesti su questi contenuti. Solo come "pretesto" però. Infatti lo fanno tanto per affermare che non so rispondere al problema dell'assistenza ai meno abbienti, oppure per dire che il mio essere libertario parte da concetti "logicamente errati".    Ebbene i primi sono sedicenti antilibertari e i secondi sedicenti libertari. E perché mai i sedicenti libertari mi danno del matto? In realtà perché scambiano la logica con l'ideologia e perciò avvertono i miei concetti come IDEOLOGICAMENTE errati. E ciò è vero. Perché  io non mi baso su alcuna ideologia che non sia l'universalità del pensare. Che però non è un modello ideologico di pensiero, ma un modo spregiudicato di essere, cioè libero da pregiudizi...

 

Dal 1999 parlo nel web di reddito di base.

 

In un certo miserabile forum - miserabile in quanto reputa filosofo ed eroe chi dice che la filosofia è miseria (K. Marx, "Miseria della filosofia") - ne parlai come utente per l'occasione difendere un altro utente (nick: Holux) che il forum aveva buttato fuori in nome della netiquette (nella "Canzone per chi se la merita" parlo del netiquettismo, del comunismo, dell'anticomunismo, del libertarismo, ecc., come di ideologie, che in quanto tali saranno sempre più smascherate dal semplice uomo della strada come me, che non ne vuole assolutamente sapere di dogmi).

 

È da allora che perdura l'avversione in merito a quanto affermavo. Perché? Perché gli esperti in calunnia e in odio non si accorgono di essere deficienti di pensiero, malati.

 

D'altronde va detto che un simile fatto è del tutto regolare nell'ambito del pensiero debole! Se no non sarebbe debole... Se uno si sente debole cerca di curarsi... Se è normale... Invece se è deficiente crede normale la propria debolezza e la predica! Ahahaha aha aha aha aha aha! Su con la vita! Cretini! 

 

Tant'è vero che il primo a tentare di sputtanarmi per le mie idee fu uno di loro. Il 06/04/2004 alle ore 09:20:14, uno di loro mi inviava un post intitolato "La montagna Atlantide di Nereo partorisce il lemure liberista".

 

Fu allora che mi accorsi dell'esistenza dei liberisti che non conoscevo, dato che la mia amicizia con Leonardo Facco era solo virtuale. Essa rimane anche se il mio essere libertario non è ideologico e se non credo come lui che il RdB sia distopia. Apprezzavo ed apprezzo i suoi scritti, ma non conoscevo la Scuola Austriaca. Né mi interessava, proprio perché non credo nelle "scuole" di pensiero... Oggi leggo Rothbard, Mises, Hayek, ecc., anche se osservo che questi esponenti della scuola austriaca di economia politica, fondatori della versione più estrema del pensiero liberale, per quanto eloquenti nella loro critica dell'economia politica collettivistica e nella loro esaltazione della libertà, non sanno bene poi dove questa loro libertà conduca. Affermano che la libertà è buona di per sé e ci arricchisce, mentre il collettivismo accoppia schiavitù e povertà, però non si accorgono - come del resto non si accorgono neanche i loro detrattori collettivisti - che il vero problema, l’antica questione sociale oggi rimasta irrisolta, non risiede negli antilibertari collettivisti o nei libertari anticollettivisti, ma nel concetto spurio di economia politica, spurio in quanto economia e politica sono due fattispecie essenzialmente differenti, che non possono essere fritte insieme come polpette. L’economia (il fare economia, risparmiare) dipende dal capo umano, da cui il capitalismo discende non come sistema politico ma come azione intelligente dell’uomo votata al proprio interesse vitale (da “inter - esse”: “essere fra” le cose del mondo, fra cui anche gli esseri umani, il prossimo, onde la fraternità, la solidarietà, il soldo). La politica dipende invece dal cuore umano, che deve armonizzarsi con lo spirito del tempo in quanto arte di governare secondo uguaglianza gli uomini, cioè offrendo loro garanzia di uguaglianza legittima di trattamento “a tempo” e “nel tempo”, e non in modo anacronistico come oggi avviene, onde l’aritmia e morte quasi della giustizia e della certezza del diritto.

 

Così si ha veramente una duplice distopia là, dove i collettivisti vogliono governare imponendo disuguaglianze, e là, dove gli anticollettivisti non vedono il motivo di dare al capitalismo una scienza dello spirito, cioè una scienza poggiante sull’universalità del pensare, così da attribuirvi un individualismo in grado di essere etico. Chi infatti fra gli esponenti dell'economia politica austriaca ha finora dimostrato in maniera persuasiva che il capitalismo può progredire e prosperare perché da’ spazio alla creatività eroica degli imprenditori? Nessuno. Perciò questi autori non hanno nemmeno una risposta soddisfacente all'interrogativo: possono gli uomini vivere in una società libera se non hanno motivo di credere che sia anche una società giusta?

 

Ma torniamo al primigenio sputtanatore!

 

Ebbene proprio colui che mi dava del lemure usò poi egli stesso le idee di reddito di base con tanto di copyright ("Oltre il lavoro salariato: il reddito di cittadinanza tra utopia e realtà" Copyright © 2006 Italo Nobile").

 

Costui, che rispondeva al nick "Brunius", fu poi la stessa persona che nello stesso forum considerò le parole di Marx la solita antiplutocrazia mussoliniana credendo fossero mie. Infatti gli avevo fatto uno scherzetto, oramai divenuto famoso nel web.


Queste cose sono regolari in simili ambiti anche perché il guasto mentale da cui tutta la cultura odierna fa molta fatica ad uscire è un fenomeno necessariamente congiunto con l'incoscienza di esso, in quanto la coscienza s'identifica in toto con la dialettica nella quale esso ha la sua formalizzazione. Solo la sua identificazione potrebbe iniziare la sua guarigione.

Ma il becco da tucano (eterna presunzione dei politicanti di destra di sinistra e di centro di essere moralmente ed intellettualmente superiori a coloro che vorrebbero amministrare) impedisce la visione.

 

In tal modo la tenacia analitica dei più intelligenti può arrivare solo a mettere l'imprimatur marxista (o marxiano, o marxianista, bolscevico insomma, e qui sta già la follia) ad un'idea, così che essa non si possa più realizzare se non come mera teoria, pensata eternamente opposta o aliena dalla praxis!

 

Io preferisco cantare "Canzone per chi se la merita" piuttosto che adeguarmi a questo guasto mentale divenuto alienazione regolare...

 

Insomma, a mio parere l’evoluzione della politica non può che essere libertaria. Ciò ovviamente non ha nulla a che fare con un libertarismo ideologicamente inteso. Invece c'è gente che ti flagella se tu citi un contenuto o un libro di un autore riservandoti di essere d'accordo con esso e non invece con altri contenuti dello stesso libro o autore.

 

Per esempio, pur stimando Hermann Hoppe, reputo obsolete e inutili sue affermazioni del tipo "se il liberalismo deve avere un futuro [...] dovrà essere trasformato nella teoria di un sistema anarchico di proprietà privata (per una società fondata sul diritto privato)" (H. H. Hoppe, "Errori del liberalismo classico e futuro della libertà" in "Democrazia: il dio che ha fallito", Macerata, 2006). perché sono parole queste che fanno paura e basta. E perché se sono finalizzate a generare benessere come diritto privato di tutti, non possono negare che il diritto privato di tutti è diritto pubblico, esattamente come un poligono di 360 lati è un cerchio.

Inoltre se è vero che il principio base dell’ideologia della proprietà privata è la proprietà del corpo, è anche vero che esso poi muore. Possiamo scrivere migliaia di libri per dimostrare teologicamente la risurrezione, ma non possiamo negare che il corpo umano è destinato alla terra, luogo di tutti, non solo di chi muore ma anche di chi nasce. Ciò che conta è nascere col diritto alla vita, anziché con un debito di 25 mila euro a testa. Non è più il tempo delle diatribe fra Eraclito e Parmenide o del divenire contro l’essere. Il corpo è mio finché esso è in vita: quando muore, finisce anche questa mia proprietà. Punto.

Non così per gli eventuali beni di mia proprietà che invece al mio trapasso passano ad eventuali eredi. Perché? A mio parere ciò avviene solo perché siamo ancora dei primitivi: si ragiona ancora come esemplari

 

della specie animale uomo, non come individui che si emancipano dai condizionamenti della specie. Ecco perché per la società del futuro Steiner prefigurava che il reddito sarebbe stato separato dal lavoro: “se il procacciamento dei mezzi di sussistenza fosse separato dalla prestazione di lavoro, non vi sarebbe più eredità” (R. Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, 1918).

La sua veggenza vedeva che la razionalizzazione (tecnica e tecnologia) avrebbe fatto sì che il lavoro si sarebbe sempre più meccanizzato. Steiner vedeva quello che molte scimmiette ancora oggi non vogliono ammettere. Ma questa cecità volontaria ideologicamente impostata è destinata a finire. Perché? Perché gli odierni presupposti del reddito da lavoro appaiono anacronistici fino al  maschilismo, non chiarendo, ad es., quale sia il reddito da lavoro compiuto dalla casalinga: cosa ci guadagna la casalinga a sgobbare dal mattino alla sera per accudire casa e famiglia?

E poi, non si capisce perché abbiamo lavorato per meccanizzare il lavoro, per liberare l'uomo, e ora ci lamentiamo di non avere posti di lavoro! E nessuno che dice che è proprio per questo che abbiamo faticato gli ultimi 100 anni: per non essere più schiavi del lavoro!

Nessun partito politico e tanto meno nessun intellettuale dice queste cose. Anzi, molti  sembrano addirittura stracciarsi le vesti e impazzire al solo pensarci! Tutti parlano di mantenere posti di lavoro. Ma intendono davvero l'occupazione, o intendono piuttosto le entrate fiscali? Qual è per loro allora il valore più valido?

 

"Il valore è dovuto in gran parte al lavoro” scriveva Pound, “Il grano è disponibile perché la terra è stata lavorata; le castagne perché sono state raccolte. Ma molto lavoro è stato fatto da uomini - per lo più inventori, scavatori di pozzi, costruttori di impianti industriali, ecc.- ormai defunti, i quali dunque non possono né mangiare né vestire panni. Grazie a questa eredità di attrezzamento economico e scientifico messa a nostra disposizione da questi defunti, è stato creato un notevole patrimonio di credito sociale che può essere ripartito fra il popolo a titolo di premio e in aggiunta al salario" (Ezra Pound, "Scritti economici").

Ognuno è comunque libero di essere deficiente di pensiero come meglio crede nel suo pensiero debole.

 

Ed è difficile perfino all'uomo ancora non affetto da tale guasto rendersi conto che "il carattere intrinseco della cultura alla quale si affida, è riconducibile alla specifica condizione psichica degli intellettuali in quella impegnati, e sollecita in lui lo stesso male per via dialettico-logica. Anch'egli in realtà è in pericolo: il guasto è la perdita inconsapevole dell'autonomia del pensiero rispetto al proprio organo di espressione, il cervello, e l'inizio di una dipendenza dell'attività razionale dal meccanismo dei supporti fisici, a sua volta eccessivamente attivato da sollecitazioni esteriori, senza corrispettiva elaborazione cosciente" (M. Scaligero, "Tenacia analitica" in "La logica contro l'uomo", Roma, 1967).


Quando inizia tale inconsapevole alterazione, l'attività concettuale perde il suo potere di sintesi e la sua capacità d'autonomia, e segue decorsi dialetticamente obbligati, che assume come sua libera determinazione, mentre essi sono portati a determinazione da influenze estranee al pensiero: "la perdita del potere sintetico è il segno tipico del collasso del pensiero, che si tenta compensare con l'efficienza analitica e la dovizia di apparato critico-bibliografico. Sulla linea del dialettismo formale, viene scambiata per attività sintetica quella capace di relazionare espressioni linguistiche, mentre dovrebbe essere la capacità di avere come sintesi il movimento che si esplica nella relazione. Ma ciò implicherebbe l'esperienza del concetto, che l'attuale filosofia ha perduta e ormai neppure concepisce come possibile" (ibid.).


Qualsiasi dialettico o logico, soprattutto in un forum come quello sopracitato, può operare sintesi formali di discorsi analitici. Ma più che il potere di sintesi del pensiero, lì purtroppo "entra in giuoco la capacità di ricondurre il discorso, mediante operazioni induttivo-deduttive, ai suoi postulati, o enunciati iniziali, oppure finali: movimento automatico nella sua reversibile inferenzialità" (ibid.) che non impegna la vita di pensiero, ma esige, più che autonomia di pensiero o di giudizio critico, meccanica cerebrale: "soprattutto in quanto il pensiero si limita ad esso, trovando in esso il meglio della sua espressione razionale e identificando l'esercizio del conoscere con la prassi fraseologica. Pervenuti all'enunciato primo, o a quello finale, da esso non si esce, dato che si è privi di passaggio concettuale. Ma il percorso che si ritiene così di aver compiuto nell'ambito inferenziale è irrilevante dal punto di vista della conoscenza, in quanto manca di coagulazione sintetica: che è dire di senso" (ibid.).
 

Qui sta la follia di ogni politico, che da cinquant'anni dice di volere le riforme e continua da cinquant'anni a parlarne in parlamento... Senza attuare alcunché ovviamente.
 

Infatti "la meccanica cerebrale, grazie alla sua natura basalmente fisica, favorisce l'attitudine del pensiero discorsivo a permanere su una linea d'insistenza analitica riguardo al proprio contenuto. Le rivoluzioni e le innovazioni di tale pensiero, infatti, sono sempre esteriori ed astratte, talora violente e distruttive nel loro formalismo, mai sostanziali".
 

Falsa innovazione e falsa rivoluzione sono dunque la fenomenologia dello stato mentale riconducibile all'alterazione funzionale dell'organo del pensiero. Ecco perché poi "il dogmatismo automatico-dialettico della pseudorivoluzione e il dogmatismo tecnologico delle pseudodemocrazie necessariamente si incontrano: per virtù di un'identica visione econometrica del mondo" (ibid.), sempre più malmondato in quanto sempre più amministrato unilateralmente.