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Avvento dell'uomo stolido
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L'avvento dell'uomo stolido si manifesta col
prendere piede del formalismo nel pensare debole e con le figure di merda
dei politici che, appunto, pestano merde a tutt'andare senza minimamente vergognarsi
(vedi video). Costoro hanno infatti una coerenza che è l'opposto di quella di
Socrate, che è il filosofo che più ho amato in gioventù. Il presupposto implicito all’impostazione logico-analitica del formalismo è la persuasione del carattere soggettivo e psicologico del pensare. Per questa impostazione sembrano esservi serie difficoltà (che io chiamo turbative mentali) a supporre, per esempio, che il concetto del triangolo sia identico per tutte le menti e che non esistano diversi concetti del triangolo a seconda di quanti soggetti lo pensino. Questo è il limite della moderna logica formale. Il pensiero come universale oggettivo, immanente al mentale umano, viene visto da costoro come |
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un’ingenuità. Ma in questo loro modo di vedere sono ravvisabili le premesse di una involontaria situazione solipsistica (non credo sia volontaria in quanto ad essa può deliberatamente condurre solo un estremismo idealistico, vale a dire stoltezza; mi viene in mente una battuta: se il prione della mucca pazza ha invaso il cervello, come fa il cervello a studiare il prione?).
Il problema è allora quello che ripeto dal 1999 nel web: escludendo con facilità la natura oggettiva del pensiero (per cui il pensiero si fa, appunto, debole ma contemporaneamente altamente spericolato, e malato, dal punto di vista logico) e dunque escludendo l'originaria immediatezza del pensare, i portatori del mero formalismo non possono non volgersi a ricuperare l’oggettività nel discorso, cioè nella mediazione formale (per cui si entra nel gioco che l’analisi transazionale del Berne chiama “Ti ho beccato figlio di puttana”): dimenticando, però che anche in tal modo costoro partono dal pensiero, e che stabiliscono valori formali tramite pensiero non ancora formalizzato (tale dimenticanza cos’è allora? È rimozione? È patologia? È normalità? Ai posteri la sentenza!). Fatto è che con ciò questi pseudo pensatori (in quanto pensano solo con l'emisfero sinistro del cervello) eludono il vero elemento di comunicazione e di correlazione delle varie esperienze della realtà (se mangio un panino di due che ne ho, resto con un solo panino). Il solipsismo involontario è per essi inevitabile, in senso strettamente psicologico.
Il problema del solipsismo, che non dovrebbe tuttavia preoccupare i logico-matematici, essendo escluso dalle premesse della loro ricerca, esiste effettivamente per loro da un punto di vista speculativo semanticamente inafferrabile, ed è collegabile con il loro problema degli “enunciati primi”, delle asserzioni originarie, la cui immediatezza potrebbe essere attinta unicamente per via di mediazione sperimentata. Ma in qual modo la mediazione può essere sperimentata affinché le asserzioni non presuppongano la logica e pur possano essere ravvisate come vere? Una volta acquisite tali premesse, infatti, il meccanismo del formalismo funziona agevolmente, essendo un dedurre che non esige intuizione, anzi non esige nulla che non appartenga al proprio automatismo.
Ma il problema è appunto il “cominciamento”.
Se questo viene ignorato, non c’è da preoccuparsi del problema solipsistico, anche se tale problema c’è, perché solo dal punto di vista del pensiero originario (perciò inafferrabile alla semantica) può esistere problema di interiore comunicabilità e di valore della soggettività.
Il cominciamento è infatti sempre e soltanto il pensiero nel suo immediato darsi, a cui si deve la mediazione stessa, anche quella che tende a organizzarsi nell’esclusivistica e perciò dogmatica determinazione formale. E cos’è il cominciamento se non il logos (il legare, collegare, la “colla” delle parole con i contenuti evocati)?
Senza logos non è possibile logica, ed ogni sistema formale, malgrado la rigorosa organicità, diviene un coefficiente d’avviamento dell’umanità all’ottusità esatta (che io chiamo stolidità): che tutto sa tradurre in discorso logico, senza afferrare un infinitesimo di realtà.
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