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A cosa serve la nostra arte?

A cosa servono le mie canzoni, le mie musiche, le
mie sculture, i vasi in terracotta di Aurelia Pallastrelli che sembrano oggetti
in movimento e quindi tutt'altro che stabili nella loro forma materiale?
Osservando il Goetheanum di Dornach, l'arte architettonica di quella costruzione di Rudolf Steiner, fondatore dell'antroposofia, mi si presenta come qualcosa che subito attira in quanto piace, oppure che subito si avversa in quanto infastidisce. La stessa cosa capita a chi osserva le sculture o gli acquerelli, antroposofici, di Aurelia Pallastrelli. Ed è stata proprio questa affermazione di Enrica Bonaccorti in merito all'intervista fattami in radio a propositi del mio brano "La fonte meravigliosa" ad ispirarmi questo scritto sull'arte in generale: "Questa canzone o ti piace subito oppure cambi canale"!
A cosa serve dunque l'arte odierna che sta
nascendo?
Serve a generare nuovi impulsi nell'effettiva vita immateriale, cioè
nell'attività interiore degli esseri umani, nella creatività, e di conseguenza
nell'economia e nella vita di tutto l'organismo sociale.
Infatti solo quando la vita dello Stato non
vanterà diritti o doveri tanto sulla cultura quanto sull'economia, ma incarnerà
solo la vita giuridica, esprimerà ciò che nel mondo materiale giustifica tra
esseri umani qualsiasi
relazione
che renda uguali di fronte alla legge. Questo per ora lo capiscono solo gli
artisti o le persone dotate di una buona dose di veggenza spirituale. Ecco
perché al telefono mentre la Bonaccorti mi intervistava sentivo che a stento si
tratteneva da un interiore sorriso di felicità, di fronte al fatto che mi
percepiva come totalmente "fuori circuito" in quanto assolutamente proprietario
di quel momento di vita conviviale radiofonica.
Infatti solo una vita conviviale del g
enere
sviluppa un'autentica libertà di pensiero. La vita immateriale, in quanto
fondata su se stessa, è in grado di creare qualcosa ricavandola anche
dalla realtà dell'io altrui. E che cos'è l'autentica scienza dello spirito se
non questo esperimento dell'io nostro e altrui?
L'arte nuova di oggi cos'è se non l'espressione di
ciò a cui si aspira oggi nel profondo del nostro io? E a cosa si aspira oggi,
anche se inconsciamente, ad un sano organismo sociale, a misura di essere umano?
Questo nuovo modo di intendere l'arte, e l'arte stessa, saranno sempre più intesi come esigenza dello spirito del tempo e tali da suscitare non piccoli, ma grandi interessi, capaci non solo di indurre a viaggiare nel web per cercare novità. Va bene cercare il nuovo, ma non ci si deve limitare a questo. Bisogna inserire nella vita individuale quotidiana ciò che si ricava da tali ricerche, non come credono taluni intellettualini dal pensiero debole, ma in modo da cercare il nesso con la coscienza del tempo odierno.
L'antropomorfico edificio di Dornach è in tal
senso, cioè per i rapporti sociali veri e propri, è un prodotto artistico di
oggi. È come se fosse stato costruito ieri, dato che nessuno ne ha ancora capito
il senso:
"Si pensi a un edificio", spiegava Steiner, "il cui interno
non abbia alcuno scopo o la cui maggior parte dell'interno non ne abbia in sé.
Per avere un senso deve stare in relazione con tutto il resto dell'ordine
universale; su nella cupola sarebbe buio pesto, notte fonda anche di giorno, se
non ci fosse la luce elettrica. Il nostro edificio mette del tutto in
relazione quanto avviene fuori con le cose importanti che si vedono al suo
interno. È proprio frutto delle ultime novità.
Di conseguenza deve svilupparsi in relazione alle esigenze spirituali dei tempi più recenti che si trovano in profondità, non alla superficie dell'anima.
A questa stregua si può
immaginare che molte cose siano connesse al nostro edificio che è già
caratteristico della più moderna vita spirituale e che verrà capito solo
quando si rifletterà che è come una sorta di cometa che deve tirarsi dietro una
coda". (R. Steiner, 4ª conf. del ciclo
"La questione sociale. Un problema di
consapevolezza", Dornach, 1/03/1919).
Oggi infatti tale coda è che nell'attività
interiore degli individui vive davvero quel che irradia dall'antroposofia come
idem-sentire, pure in coloro che non sanno nulla di Steiner, né di scienza dello
spirito! Eppure il Goetheanum è tutt'uno con questa coda, come lo è una
cometa, dato che tutto quanto vi è connesso incomincia ad essere sentito come
tale. O perlomeno si opera una sorta di accettazione immediata o di avversione
immediata, nella misura in cui si sia più o meno in grado di comunicare in se
stessi fra il proprio emisfero sinistro del cervello, emisfero che da sé non può
che teorizzare la propria debolezza, e quello destro, che può artisticamente
sollevarsi da tale debolezza, rialzarsi, riprendere quota.
Fino ad ora il destino delle sfere dirigenti è stato di sviluppare sempre più
una certa preferenza per il puro pensiero concettuale (emisfero sinistro). È una
preferenza che generò qualcos'altro, dato che tale pensiero concettuale è
indifeso, genera l'aspirazione ad avvicinarsi a realtà che non possono essere
rifiutate in quanto adatte appunto ai sensi materiali, alla realtà materiale
esterna. La fede nella materia nacque sostanzialmente dalla fragilità
concettuale dell'umanità moderna. In campo scientifico si mirò soprattutto
all'esperimento, perché attraverso gli esperimenti emergesse qualcosa che
altrimenti non era dato dal mondo dei sensi; se infatti si elabora il mondo
materiale solo mediante concetti non si va oltre il mondo materiale stesso:
"i concetti da soli non racchiudono alcuna realtà" (ibid.).
Da questo punto di vista come stanno le cose nell'arte oggi?
Le cose stanno allo stesso modo: "[...] in arte
ci si abituò sempre più ad adorare il modello, ad
attenersi solo a quello che fornisce l'oggetto esterno. In sostanza il destino
degli ambienti che fino ad ora governarono l'umanità, fu di tendere sempre più
nell'arte solo verso una sorta di studio della pura realtà esterna" (ibid.).
Si mirò sempre più a cogliere la realtà materiale esterna. E sempre di più si
perse la capacità di creare qualcosa movendo dall'io e presentandolo
attraverso l'arte. E "siccome dalla vita spirituale astratta non sgorgava
qualcosa che potesse assumere una sua struttura, si mirò solo al naturalismo, a
imitare quanto la natura presenta nel mondo esterno" (ibid.).
La più recente evoluzione dell'arte lo conferma:
"Per quanto possibile l'arte moderna tese sempre più al naturalismo, a una
rappresentazione di quel che si vede e si percepisce all'esterno. Il processo da
ultimo culminò in quello che viene chiamato impressionismo. Gli artisti prima
dell'impressionismo, tentavano di riprodurre in arte gli oggetti del mondo
esterno. Poi arrivarono coloro che da tutto traevano le conseguenze ultime
dicendo:
'Se ho davvero dinanzi a me un essere umano o un bosco e li dipingo, non
riproduco la mia impressione; mi trovo di fronte a un bosco o a un essere umano,
e nel momento in cui sto davanti al bosco esso è illuminato dal sole in un certo
modo e dopo alcuni istanti la luce cambia completamente
. Che cosa devo dunque
fissare se voglio essere naturalistico? Non posso fissare quel che mi mostra
il mondo esterno, perché ad
ogni istante esso assume un volto nuovo. Desidero disegnare un uomo che
sorride, ma un momento dopo egli assume un'espressione burbera! Come devo
comportarmi? devo sovrapporre al volto sorridente quello burbero? Se volessi
rappresentare gli oggetti immutabili nel tempo dovrei operare una costrizione su
di essi'. Gli oggetti naturali non possono venir costretti mentre quelli
umani bisogna ben costringerli a posare e a mantenere la posa senza cambiarla.
In tal caso però, se si tenta di imitare la natura, fanno l'impressione di avere
i crampi, volendoli rappresentare naturalisticamente. Così quindi non va.
Nacquero cioè gli impressionisti che cercavano solo di fissare l'impressione
diretta e fugace. In tal caso non occorre più essere assolutamente
naturalistici, ma applicare diversi mezzi per non imitare la natura e richiamare
l'impressione che fa la natura in un certo momento rivelandosi a chi l'osserva.
Qui si presentò l'ostacolo: per essere davvero
naturalistici si volle diventare impressionisti, ma nell'impressionismo non si
riuscì più ad essere naturalistici. A quel punto
tutto si capovolse: alcuni non tentarono più di riprodurre impressioni,
di fissare l'impressione esteriore, ma di rendere proprio quello che nasceva nel
loro intimo, per quanto primitivo fosse; tentarono di trattenere l'esperienza
interiore. E divennero espressionisti" (ibid.).
Ecco perché le opere artistiche di Aurelia Pallastrelli (vedi la nostra mostra permanente) "si muovono"!
Anche in campo morale e giuridico si seguì la stessa stessa tendenza, ma senza pervenire ad alcuna novità in movimento: ovunque si manifestò la stessa aspirazione nascente da una preferenza per la vita spirituale astratta. L'aspirazione all'astrazione era ed è presente ovunque, senza dare alcun risultato mobile se non deteriore, detto "flessibilità", mobilità del lavoro, cioè nuova schiavitù causata da formalismo pietrificato! Cos'è che manca allora nel campo giuridico affinché qualcosa ancora si muova in modo vivente?
Manca proprio ciò che le sculture che "si muovono" rappresentano: l'epikeia!
Quali conseguenze ha prodotto sui lavoratori moderni questa mancanza?
Il cosiddetto proletariato, messo alle macchine,
rinchiuso nel moderno corporativismo senz'anima, si è ritrovato coinvolto,
grazie a cervelloni come Marx e Lenin, con l'intero suo destino nella mera vita
economica. Le medesime idee guida portarono gli appartenenti alla borghesia
al naturalismo, ed il proletariato alla teoria che si manifesta nella concezione
materialistica della storia. Ed i lavoratori hanno pagato e continuano
dappertutto a pagare queste conclusioni. Conclusioni di fronte alle quali la
borghesia si ritrasse e si ritrae con terrore. Eppure tutto si sviluppò a
partire da tale materialismo, anzi - bisognerebbe dire a ben vedere - da tale
materialismo squisitamente borghese!
Quindi, o bestia, visita le nostre vetrine, se vuoi mettere in casa e nel tuo cuore, qualcosa di nuovo! Ciao bestia! E non abbaiare troppo!
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