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Tracce di triarticolazione sociale in Dostoevskij
Nel romanzo “I fratelli Karamazov” di
Dostoevskij,
Ivan Karamazov, ateo, narra al fratello credente la leggenda del grande
inquisitore per rendergli comprensibili i suoi dubbi teologici. Dostoevskij non
procede, come Kant, dalla libertà a Dio, ma viceversa, da Dio alla libertà.
Infatti “nell’antropologia teologicamente illuminata di Dostoevskij, la libertà è qualcosa di più di un postulato che fondi la possibilità di ogni discorso morale: essa rappresenta un dato essenziale ed esistenziale della condizione dell'uomo, il quale è posto sempre e comunque, proprio in virtù della libertà, dinanzi a un dilemma inevitabile fra bene e male” (M. C. Pievatolo, "Bollettino telematico di filosofia politica" del 16/11/2003 delle Facoltà di Scienze politiche, Università di Pisa).
E in quell’occasione Karamazov immagina che dopo quindici secoli dalla morte di Cristo, quando ormai è rimasta soltanto "la fede in ciò che dice il cuore", il Cristo ritorni in silenzio sulla terra per manifestarsi facendo miracoli proprio nella Spagna dominata da roghi e persecuzioni fatte in Suo nome dalla santa inquisizione. Allora, il grande inquisitore, imprigionatolo con l'intenzione di bruciarlo come eretico, si reca da lui nella notte, e lo apostrofa lungamente, proprio sul problema del valore della libertà umana: "Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l'uomo e per la società umana!". "Io ti dico che non c'è per l'uomo preoccupazione più tormentosa di quella di trovare qualcuno al quale restituire, al più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere". "Tu hai scelto tutto quello che c'è di più insolito, di più problematico, hai scelto tutto quello che era superiore alle sorte degli uomini, e perciò hai agito come se tu non li amassi affatto. E chi è che ha agito così? Colui che era venuto a dare per loro la sua vita! Invece di impadronirti della libertà umana, l'hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell'uomo. (...) Se tu lo avessi stimato meno, gli avresti anche chiesto di meno, e questa sarebbe stata una cosa più vicina all'amore... "
Vi è nel Karamazov di Dostoevskij una filosofia politica segreta, che coglie il senso profondo di quanto Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, caratterizza come triarticolazione essenziale fra la libertà, uguaglianza e fraternità.
Infatti il discorso dell’inquisitore è caratterizzato da un doppio livello: nel livello politico l’inquisitore è talmente convinto che i tre pilastri della felicità umana siano il mistero, il miracolo e l'autorità, che non espone né può esporre alcun genere di filosofia politica pubblica. Invece, nel segreto della notte, dinanzi ad un Dio silenzioso che egli crede suo prigioniero, tale filosofia politica si manifesta con una sorta di paradossale antiteologia politica incentrata, appunto, sul problema del valore della libertà. “La sede da lui scelta per presentare una tale questione è certamente la più corretta: una condizione inevitabile del discorso morale è facilmente assimilabile, in termini teologici, a un dato ineliminabile connaturato alla creaturalità umana, o, se vogliamo, a un dono della divinità che, come tale, oltre a non essere rifiutabile, ha sempre anche delle conseguenze non del tutto gradevoli” (Pievatolo, cit.).
E a questo proposito, interpretando il pensiero di Dostoevskij, il filosofo russo Berdjaev, uno dei tanti che furono esiliato dal regime bolscevico per la loro opposizione al marxismo, osserva che "la libertà non può essere identificata con il bene, o con la verità o con la perfezione. La libertà ha la sua natura originale, la libertà è libertà e non un bene. Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso equivale a negare la libertà, a riconoscere le vie della violenza e della costrizione" . (N. A. Berdjaev, “La concezione di Dostoevskij”, Roma, 1945).
Questo è in definitiva quanto vado affermando da sempre in merito alla differenza essenziale fra liberté, egalité e fraternité e che regolarmente mi viene contestato come qualcosa di stantio da menti stantie, che vedono lo stantio nella quantità degli anni che passano e non la salutare freschezza di concezioni nuove che permangono fino a quando non si attuano.
La libertà infatti non è un bene come può esserlo una giusta legge o un peperone. La libertà è esperimento interiore e basta. E come l’individuo non è un esemplare della specie, così la libertà non è arbitrio. La libertà è libertà. Appunto.
Cosa fa invece l’inquisitore? Nell'ambizione di correggere l'opera di Dio, il grande inquisitore “applica alla libertà il predicato di valore opposto, ottenendo lo stesso risultato. Infatti il suo discorso doppio è a prima vista coerente: se la libertà è un male, allora, in sede politica, il mistero, il miracolo e l'autorità sono non soltanto l'instrumentum regni migliore, ma, soprattutto, quello più conciliabile con la premessa assunta; infatti, una teoria che illustrasse in pubblico e veridicamente i mali della libertà, presupporrebbe pur sempre quella stessa libertà che vorrebbe eliminare” (Pievatolo, cit.). Ecco perché quando tratta la questione del valore della libertà, il grande inquisitore la pone, nel segreto, in sede di teologia politica.
E qui casca l’asino, in quanto il punto problematico è proprio là, dove i due differenti discorsi del grande inquisitore sono costretti a convivere, e cioè nella sua persona stessa, che ha, di conseguenza, una statura paradossale: pur essendo convinto che la libertà, per gli uomini, sia un dono terribile, egli non esita ad assumere la responsabilità anche di quella altrui, fino al peccato e alla rivolta contro Dio. Volendo eliminarla, egli in realtà concentra nelle sue mani una libertà enorme e spaventosa: anche se tutti fossero ridotti all'acquiescenza rispetto al suo sistema di mistero, di miracolo e di autorità, lui stesso non sarebbe liberato dalla libertà, ma sommamente schiacciato dalla sua oppressione.
Con ciò Dostoevskij afferma che il dono divino della libertà in effetti non si può rifiutare, e, anzi, quanto più si rifiuta, tanto più ne veniamo gravati.
Non per nulla in varie occasioni R. Steiner citava l’opera di Dostoevskij come esempio di letteratura piena di filosofia e di antroposofia.
Chi infatti sa accogliere in sé la veggenza di
Dostoevskij può farlo solo in quanto si libera da condizioni dell’alienazione in
cui vive schiavo l'uomo di oggi: “i pensieri, i cattivi pensieri e i
disordinati appetiti che incessanti agitano e intorbidano il suo cuore -
lussuria e avidità, invidia e risentimento, tristezza e ira, vanità e amor
proprio, infine, radice di ogni vizio, che fiorisce compiutamente
nell’accidia, la cupezza desolata di chi "odia tutto"e tutto vuole rendere, c
ome
vive e intende se stesso, impotente, vuoto e vano” (P. Bettiolo
in S. F. Berardini “Nichilismo e rivolta”, Prefazione, Padova, 2008).
Infatti chi sa accogliere Dostoevskij non può non accogliere il “suo smascheramento delle allucinazioni, delle menzognere "necessità" […] presso cui cerchiamo riparo per giustificare la nostra ignavia, la nostra viltà, la nostra paura o presunta impossibilità di agire e pensare altrimenti - quasi ci dichiarassimo già morti” (ibid.).
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