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Il testo del mio brano "L'uomo bestia" (o "Homobestia")
(per ascoltare il brano cliccare sul titolo.
Per prelevarlo cliccarvi col tasto destro
del mouse e poi su "Salva
oggetto con nome...") è una
denuncia del corporativismo esistente fra Stati e banche centrali.
Questo corporativismo ingenuamente scambiato per capitalismo e ancora oggi combattuto inefficacemente, e quindi in modo del tutto inutile perché non si chiamano le cose coi loro nomi, genera sostanzialmente, ed uso qui una bellissima espressione di John Kenneth Galbraith, economista liberal americano, "la separazione dei quattrini dai cretini".
Per intenderci, io chiamo corporativismo un misto caotico e dispotico di
corporativismo fascista e di socialismo reale "dove vivono
spensieratamente - fino a quando non hanno a che fare con lo Stato -
cinquantotto milioni di italiani, ai quali è stato insegnato che, con la
Resistenza, è stato debellato il dispotismo"
(P. Ostellino, "Lo Stato
canaglia"), cioè il legame poltiglioso fra Stato e banche centrali, funzionali
al parassitismo del primo. Parassitismo che consiste nella pretesa di avere
denaro senza dover lavorare per ottenerlo. Ed è appunto questo che i governatori
delle banche centrali forniscono ai vari governi. Questa follia monetaria è
molto ben documentata nei particolari da Francesco Carbone, dottore in economia
bancaria, finanziaria ed assicurativa, nel libro: "Prevedibile e inevitabile. La
crisi dell'interventismo. Le cause del disastro e i rimedi possibili" (Lucca,
2009).
Nel testo de "L'uomo bestia" denuncio pertanto un fatto denunciato a sua volta
da Frédéric Bastiat, vale a dire che "lo Stato moderno è la grande
finzione attraverso la quale ciascuno cerca di vivere a spese di tutti gli
altri".
In tale canzone accenno perciò all'inesistenza nella nostra Costituzione, (come anche anche in quella europea) di un regolamento dell'attività bancaria.
Non che io desideri tali regole di Stato, dato che esse esistono come un "laissez faire" al contrario, cioè come il lasciar fare le rapine alle banche, che sanno il fatto loro in questa materia, legalizzando in modo cosiddetto "forzoso" (questo è un termine da orticaria su cui tuttavia tacciono tutti) della creazione di soldi dal nulla. Ne accenno nella canzone affinché diventi evidente che là dove si regola la lunghezza delle banane, ci si guarda bene dal mettere regole ai banchieri, cioè ai ladri, ed ai politici che li sostengono. Altro che conflitto di interessi c'è qui! Anzi, costoro rapinano legalmente e poi diventano presidenti della Repubblica.
E tutti: mosca! Zitti nella pescitudine di massima
profondità. In questa Repubblica delle banane infatti si continua a ridere,
mentre si va in guerra a cuor leggero, si balla il liscio, e si fanno i quiz e i
programmi di cucina… L'"animale sociale" in questo mondo è sempre più animale e
sempre meno sociale. Questi in definiva gli argomenti della canzone.
Ma nella canzone "Homobestia" vi è anche qualcos'altro: vi è il verso
reale di uno scimpanzé (una registrazione da uno zoo che mi regalò un'amica), che
simboleggia la voce dell'uomo bestia di oggi, sul quale voglio spendere ancora
qualche parola.
Chi è infatti l'uomo bestia? È tante cose: è
l'uomo che non credendo nell'evoluzione non ne vuol sapere di evolversi; è
l'uomo che non credendo nell'armonia, non ne vuole sapere di armonizzarsi, ed è
l'uomo che non credendo in alcunché, anzi credendo solo alla razza canina, vuole
solo controllare i suoi simili ritenuti bestie come lui secondo il mitico adagio
"homo homini lupus".
Questo tipo di uomo ispirò dunque nel 2004 la
creazione del brano "Homobestia", che creai soprattutto per far ridere i
bambini, cioè piccoli amici del paese in cui vivo, e che oggi oramai ragazzi, mi
incitano ancora a fare "Nereo perché non fai canzoni comiche di quel tipo?"!
L'uomo bestia fa ridere tutti... Tranne l'uomo bestia. E questa è davvero una cosa seria. E lui è sempre serio, non
ha moti di spirito, ed in compenso si agita molto. Un esempio: se tu scrivi
qualcosa che spiega le dinamiche del corporativismo sopra accennato, questo tipo
di umano si infuria e ti insulta, perché egli vuole combattere il capitalismo
inteso come "i padroni", "gli imprenditori", "il mercato", il "laissez faire",
"i libertari", "la Scuola Austriaca", "Mises", "Rothbard", "Hayek", ecc. E non
intende prendere atto della poltiglia, anzi del poltiglione Stato-Banca, che
anzi difende come cosa buona e giusta.
Per costui, che è rimasto indietro di due secoli,
la crisi finanziaria mondiale è la crisi del capitalismo. E odia chiunque
affermi che invece "a fallire non è stato il capitalismo, bensì sono stati
i banchieri che non hanno saputo fare il loro mestiere. È ciò che Joseph A.
Schumpeter ha chiamato "distruzione
creativa: entra in coma un'azienda che ha
sbagliato le previsioni di mercato, o semplicemente non ci ha saputo fare
rispetto ai concorrenti; non la si tiene in vita con l'ossigeno, ma la si lascia
fallire. La prudenza non è la virtù dei coraggiosi - che sanno peraltro
valutarne l'importanza, calcolando i rischi - bensì quella dei pavidi, che non
ci provano neppure. Il pragmatismo americano dice che non provare è come averlo
fatto ed aver fallito" (Ostellino, op. cit.).
E guai a nominare Schumpeter in tal modo, se non vuoi sentire il verso del
primate! Guai a distruggergli il rosso giocattolino "schumpa", cioè
l'"anticapitalista Schumpeter", col quale si trastulla, come un infante col suo
"ciupa" da succhiare e che - non volendo saperne di crescere -
manco si accorge che quel "ciupa", non
si lascia succhiare per nulla ma che è diventato lui stesso un succhiatore del
suo midollo: è infatti diventato il suo Ciampi, prima banchiere e poi
capo di Stato, appunto...
Aggiungo
pertanto qui alcuni inter
venti presi dal libro di Sergio Ricossa "Impariamo
l'economia" del 1988 sui limiti della politica economica e soprattutto sul
capitalismo inteso come bene e, in quanto tale, imitato perfino dai sovietici.
"[Che i poveri siano vittime di torti, e che i ricchi siano prevaricatori]
è una idea che sembra dipendere pesantemente
dal pregiudizio che l'economia sia un "gioco a somma nulla per cui ci si possa arricchire soltanto portando via agli
altri la ricchezza, e mai con la creazione ex nihilo di un prodotto netto, cioè
di un sovrappiù. Credo che sia concepibile in termini non utopici un capitalismo
in cui, a differenza di quello di Marx, l'ingiustizia non sia necessaria per
arricchire, o anzi inevitabile per fare il mestiere di capitalista, e in cui la
si possa perseguitare e punire senza compromettere la vitalità del sistema.
L'essenza del capitalismo concorrenziale non mi pare l'ingiustizia, nemmeno se
badiamo al rapporto stretto tra capitalismo e innovazione, sviluppo, illimitato
progresso tecnologico e merceologico. È vero, il capitalismo è "creazione
distruttrice", secondo la celebre definizione di Schumpeter, nel senso che la
creazione del nuovo distrugge fatalmente il vecchio e danneggia gli interessi
precostituiti: l'incivilimento ha i suoi eroi e le sue vittime innocenti".
Ma
perfino Schumpeter ammetteva la superiorità dell'amministrazione delle risorse
produttive affidate all'uomo d'affari rispetto a quella "che ci si poteva
attendere dal funzionamento statale dei suoi tempi" (J. Schumpeter,
"Storia dell'analisi economica", II, Torino 1959, p. 665).
"Per un esempio di
casa nostra: dopo la seconda guerra mondiale, il comunista Palmiro Togliatti
ammise che la ricostruzione toccasse soprattutto all'economia privata. Il
comunismo poteva attendere, in Italia";
Ricossa, op. cit. e n. 24).
"Anche gli
eventi successivi dimost
reranno che i segreti industriali non restano tali a
lungo: che gli Stati Uniti fossero divenuti il paese capitalistico per
eccellenza non impedì per esempio all'Unione Sovietica di chiedere e ottenere il
loro soccorso a varie riprese. "Se fra gli ingegneri stranieri in Urss gli
americani restarono sempre meno numerosi dei tedeschi, a consulenti americani di
spicco fu affidata buona parte dell'industrializzazione sovietica" (A. Salsano,
"Ingegneri e politici", Torino, 1987, p. 97)" (ibid.).
"Chi innova per primo destabilizza la propria economia, la sottopone a scossoni
peggiori di quelli che si verificano nei paesi inseguitori. Il che spiega come
mai i paesi capitalistici più ricchi abbiano una congiuntura più fluttuante
rispetto ai paesi socialistici [NB: questo libro è uscito la prima volta nel
1988, un anno prima del crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989; ndr]. Non solo una economia di mercato è
generalmente più innovativa che una economia di piano centrale, ma "nessun paese
socialistico ha finora raggiunto i livelli di reddito pro capite sperimentati
dai paesi capitalistici più avanzati. È stato perciò possibile per loro [i paesi
socialistici] trarre vantaggio da tutta la precedente esperienza accumulata dai
paesi capitalistici, non solo nei progressi tecnologici, come è evidente, ma
anche (un aspetto, questo, che è passato inosservato) nei processi di consumo
[...] È molto probabile che un paese socialistico, che diventasse un paese guida
dello sviluppo economico, dovrebbe anch'esso trovarsi costretto ad alternare in
modo periodico soste e periodi di espansione" (Ricossa, op. cit., e L.
Pasinetti, "Dinamica strutturale e sviluppo economico", Torino 1984, p. 272.
"L'autore trae pure, correttamente, la conclusione che le politich
e keynesiane
per stabilizzare la congiuntura sono poco efficaci se non si calma il progresso
tecnologico e merceologico" ibid. n. 33).
Vi sono insomma
"[...] paesi socialistici che imitano paesi capitalistici (e viceversa, più raramente) [...] e nel corso dei decenni e dei secoli, gli inseguiti possono divenire inseguitori, e gli inseguitori possono divenire inseguiti [...]"
ma
"i casi storici di declino economico si somigliano tutti,
che si tratti del tardo Impero romano, o dell'Impero bizantino, della Cina dei Ming e dei Ching, della Spagna e dell'Italia nel Seicento, dell'Olanda nel
Settecento, della Gran Bretagna verso la fine dell'Ottocento. Ovunque
l'immobilità voluta porta a un protezionismo difensivo richiesto alla pubblica
autorità o da lei imposto, con conseguenti eccessi burocratici e fiscali, che
vorrebbero consentire di vivere al di sopra dei propri mezzi, senza rischi,
senza fatiche" (ibid.).
"Naturalmente non esiste una "politica del declino", ma il declino può essere
un
effetto collaterale, una conseguenza inintenzionale di altre politiche rivolte
alla conservazione e alla sicurezz
a. Il fatto è che sovente si pongono obiettivi
politici incompatibili fra loro, per cui più ci si avvicina ad alcuni e più ci
si allontana dagli altri, anche senza volerlo. Se in economia si potesse
ottenere tutto quanto si vuole, non esisterebbe una scienza economica, ma
soltanto uno studio della volontà politica onnipotente. Popper definisce tutte
le scienze sociali espressamente come lo studio degli effetti non programmati,
cioè "sorprendenti", che insorgono in modo spontaneo, per sfortuna o per
fortuna, dal nostro agire razionale e si propagano fuori di esso, ben oltre il
nostro controllo" (ibid).
E invece l'uomo bestia che fece?
E che fa?
Si comportò e si comporta proprio come un maniaco
della perfezione, come se la perfezione fosse di questo mondo, e vide - e vede -
nelle autorità politiche centrali la capacità di integrare e/o sostituire (il
termine giusto è "pianificare") le decisioni delle piccole aziende con
"decisioni
macroeconomiche capaci di prevedere e prestabilire. Keynes, come è noto,
proponeva proprio questo, sicuro che le decisioni macroeconomiche potessero
avere la vista più lunga di quelle microeconomiche, e fornire assetti sociali
meno casuali, meno affidati alla buona sorte. Da quando non si credeva più nella
Provvidenza o nell'armonia spontanea della Natura, si era tentati di contare
esclusivamente sull'Uomo come essere controllore del suo destino.
Ma, e anche
questo ci è noto, Keynes non attribuiva all'innovazione tutta l'importanza che
merita ai fini dello sviluppo. Se lo avesse fatto, sarebbe risultato che molti
"difetti" del mercato derivavano semplicemente dalla sua funzione sociale di
promuovere in sommo grado il progresso tecnologico e merceologico, col suo
corteo inevitabile di turbamenti, imprevisti, meraviglie e catastrofi. Chiedere
al mercato tale progresso, e nel medesimo tempo chiedergli l'ordine, la
stabilità, l'equilibrio, è pretendere l'illogico. Ma se ciò e vero, nemmeno con
la pianificazione macroeconomica, per quanto "razionale" essa pretenda di
essere, si otterrebbero conseguenze
più
sicure e più armoniose, se non pagandole col sacrificio di qualche progresso
potenziale, di qualche promettente innovazione.
Vi sono avventure umane, vi sono esplorazioni dell'ignoto, fra cui lo sviluppo economico originale, che nessuna politica può controllare se non proibendole. Concederlo non equivale a sostenere il "laissez faire". Ma in presenza di un intenso cambiamento sociale, la politica, qualunque politica non velleitaria, non può che ridursi a un "piecemeal social engineering", come scrive Popper: un prudente andare a tentoni, un imparare dagli errori, un correggere di continuo e con flessibilità, secondo l'esperienza via via acquisita, le precedenti decisioni. L'uomo politico non è di razza superiore, più lungimirante e meno fallibile dell'uomo comune. Una massa di effetti macroeconomici rimarrà inintenzionale, soprattutto se la società la vorremo ancora costituita da individui liberi, e se sarà una grande società aperta.
Innovare e mantenersi stabili è una contraddizione in termini; e innovando, l'unico ordine attendibile è "un adattamento a un grande numero di fatti particolari, che nella loro totalità non saranno noti a nessuno" (F. Hayek, "Legge, legislazione e libertà"). Per questo tutti meritano il diritto di provare (a loro rischio) di che sono capaci: è la libertà di concorrenza. Ma "la concorrenza è, al pari degli esperimenti scientifici, prima di tutto ed essenzialmente un processo di scoperta": e non si può pianificare ciò che non è ancora stato scoperto" (ibid.).

Invece l'uomo bestia è assolutamente convinto che ciò sia possibile... È uno che, credendo in un domani impossibile - basta osservare i vari periodi storici per accorgersi di tale impossibilità - diventa l'ombra di se stesso: un'individualità divisa interiormente che non vuole saperne di sbocciare come unità, né di crescere, ma solo permanere approssimazione di sé... come un decimale periodico... Perciò non fa che grugnire come nella canzone... Non credo sia malvagio. È solo un po' tonto...
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