(PDF)  E Montesano canta il rap dei libertari  (testuale)

Testo dell'articolo "E Montesano canta il rap dei libertari" di Daniele Priori (Secolo d'Italia):

Il movimento di Facco conquista un testimonial importante. E lancia un cd contro lo Stato invadente
Qualcuno è libertario come Enrico Montesano, attore di cinema e teatro, comico con i fiocchi che ha fatto ridere generazioni intere con personaggi divenuti icone di una romanità impertinente e libera. Su tutti "Er Pomata" del film Febbre da cavallo, erede ideale della nobiltà decaduta, dell'autoreferenziale guastafeste capitolino che fu Il Conte Tacchia e anche Caleb ne Il ladrone di Pasquale Festa Campanile. Sorrisi e battute tranchant sciorinate con garbo, maestria e signorilità, Montesano è da sempre uomo vicino alle posizioni di una destra che guardi avanti. Libera dalle inibizioni e i cliché nei quali per troppi decenni è stata rinchiusa. «Er Pomata a modo suo era proprio un libertario. Puntava tutto sulla sua iniziativa individuale!», scherza Montesano, interpellato dal Secolo dopo la recente adesione data dal grande attore al Movimento libertario. Montesano si è avvicinato palesemente alle idee libertarie in occasione della battaglia avviata dall'imprenditore pordenonese Giorgio Fidenato sul sostituto d'imposta ma ci spiega di aderire in toto alle battaglie libertarie che non esita a definire sacrosante.
Questioni di metodo, stile di vita. «Io sono stato deputato e mi sono dimesso due mesi prima di poter percepire la pensione. Mi hanno consigliato di aspettare ma io ho rifiutato. Non ho agevolazioni né benefici e sono contento». «Il punto è - articola l'Enrico più amato dagli italiani - che non si può mettere un malato di bulimia a lavorare in una pasticceria. Purtroppo in Italia siamo diventati avvezzi ad appozzare, per dirla alla romana, a intingere nei soldi pubblici. Un'abitudine che porta di per sé verso lo spreco. In casi come questo - prosegue Montesano - è meglio trovarsi di fronte a una torta piccola. Mi chiedo, infatti, perché i cittadini italiani debbano vedere depredati i propri risparmi? Meglio allora, come fa Fidenato, affidare tutto il dovuto ai lavoratori e fare in modo che gestiscano autonomamente i loro soldi. D'altra parte non possiamo più permetterci di mantenere un carrozzone popolato di nullafacenti usi alle ruberie».
Ci va giù duro Montesano, in perfetto stile libertario. Corsaro e intellettualmente autonomo dai lacci del politicamente corretto. «Quando mi hanno chiamato gli assistenti di Luca Barbareschi per chiedere il sostegno alla battaglia a sostegno del Fondo Unico per lo Spettacolo - prosegue - ho detto chiaramente che con me cascavano male. Troppi soldi pubblici, infatti, vengono elargiti con criteri clientelari. Mentre il nostro unico padrone deve essere il pubblico che paga al botteghino. Ormai in Italia - prosegue Montesano - siamo invece arrivati addirittura all'assurdo di spettacoli completamente finanziati nei quali il pubblico non paga e forse nemmeno apprezza. Il botteghino, infatti, è il nostro indice di gradimento».
Un consiglio che, attraverso il Secolo, Montesano rivolge anche ai giovani: «Adoperatevi, producete lavori che trovino il favore del pubblico. Puntate su di loro. Sul finanziamento del botteghino». Pare dire con coraggio Montesano che proprio gli spettatori sono i tutori della libertà di un artista, anche se giovane. «La verità - conclude il nostro libertario della satira - è che serve meno Stato e più libertà. Lo Stato conservi pure l'azione d'oro, il 51 per cento nei servizi essenziali come la sanità, la scuola, la difesa ma lasci libera iniziativa agli imprenditori». Qualcuno (sempre di più) sono dunque i libertari, vicini a quell'irredimibile Leonardo Facco che continua a stupire, attorniato dalla sua rivista Enclave, la congrega di "matti per la libertà" che gli si raccoglie intorno, come una tribù di indiani. Spiriti liberi attorno a un fuoco che cantano, ballano, satirizzano lo Stato vampiro e il suo sistema di reti che, a loro dire, metterebbe in gabbia la libera iniziativa, l'impresa, la libertà di guadagnare e spendere, tutto quello che, insomma, dovrebbe contribuire a rendere l'uomo felice. Così in Qualcuno è libertario, il primo cd di canzoni, testi, parodie e citazioni all'ombra del motto "laissez chantèr" Facco e i suoi, un branco di musicisti, pensatori attivisti polimorfi e lucidamente folli come lui, fanno bonariamente il verso al grande Giorgio Gaber, andando con ironia all'attacco del cuore dello Stato. Le tasse, anzitutto. Le mettono sotto processo, le sberleffano, ne fanno canzonette e piéce teatrali, come quella che andrà in scena a Treviglio (in provioncia di Bergamo) il prossimo 27 novembre novembre, data di presentazione del cd. Quella sera si vedrà una messa in scena dello stesso Leonardo Facco assieme al comico Pongo, Massimo Pongolini, celebre per i suoi ruoli di irridente menestrello pensante nelle trasmissioni del compianto Gianfranco Funari. I due sul palcoscenico del Teatro Filodrammatici rileggeranno episodi e fattispecie raccontate nel libro Elogio dell'evasore fiscale (edito da Aliberti). «Stiamo lavorando a uno spettacolo - spiega Facco - che non sarà solo interessante ma anche e soprattutto divertente perché a teatro si va anche per acquisire qualche informazione nuova ma soprattutto per divertirci. Elogio dell'evasore fiscale nasce, infatti, con l'intento di divertirci, dicendo a questo Stato maledetto di togliersi dai piedi». Ma da dove prende tanta verve il buon Facco? I lettori del Secolo, proprio in questo spazio, hanno avuto già modo di conoscerlo, incontrandone la determinazione e la focosità di idee, espresse però sempre col sorriso sulle labbra e senza la minima volontà di prevaricare. «Ho scoperto il libertarismo un giorno di tanti anni fa», aggiunge Leonardo. «Mi sono appassionato, l'ho studiato ed ho imparato ad amarlo per il suo rigore teorico e per la fantasia delle sue applicazioni».
«La società libertaria - spiega ancora - non sarà mai figlia di schemi imposti o di aggressioni monopoliste. A ciascuno la sua. A ciascuno, la possibilità di scegliere con chi stare, come stare, quando e quanto stare. L'epitome della libertà insomma. Nel mio piccolo, da editore artigiano, ho cercato non solo di vivere da libertario, ma ho cercato anche di diffondere questa meravigliosa filosofia nei modi più disparati possibili, tenendo sempre la linea della professionalità. Ho scritto e pubblicato libri, dvd, audiolibri, riviste. Ho usato la Rete. Ho frequentato la televisione, la radio e persino il teatro. Ora, finalmente, corono un altro sogno: pubblico questo disco insieme all'amico Nereo Villa, un libertario come me. E ne sono davvero felice».

Qualcuno è libertario, insomma, è un inseguirsi di quattordici brani sbarazzini, conditi di parole decise, nette, taglienti e di una musica di qualità. Qualche titolo per assaggiare: "Rap della carta straccia". Ci vanno di mezzo i giornali. "Sbirro strano". E si canta già di evasione dagli scontrini fiscali. Poi giù col "Cha cha cha del non voto" che si spiega da sé, fino alla martirizzazione ideologica dell'impiegato nel testo ficcante che è "Lo statale". Fino a una dichiarazione di odio verso gli "Infiniti dello Stato massimo", ovvero "istruire, curare, educare, tutelare, garantire, concedere, vietare, obbligare, tassare, autorizzare" ma anche "intercettare, accusare, processare, giudicare, incarcerare,schedare, condannare" e quant'altro. Come dire: «Gli uomini giusti sono quelli che amano la legge. Quelli ingiusti sono quelli che amano la legislazione». Perché «un libertario è una persona particolare. Lo può essere o lo può diventare. E allora qualcuno è libertario perché l'egoismo non consiste nel vivere come ci pare, ma nel pretendere che gli altri vivano come pare a noi». 04/11/2009