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Agoravox:
Improduttività
dei dibattiti sul lodo Alfano
Testo del 22/10/2009: Improduttività dei dibattiti sul lodo Alfano&C
I dibattiti sul lodo Alfano, sulla giustizia, sul conflitto di interessi,
ecc., sono improduttivi se non si affronta in profondità l’antichissima
questione degli “intoccabili” padroni del vapore. Di essa parlò a suo tempo
Rudolf Steiner (“L'uomo fra potere e libertà nell’era della globalizzazione
e dell’individualismo”) come di “residui” di imperialismo economico (“Tre
fasi dell'imperialismo: il Dio visibile, l'unto del Signore, la vuota
retorica", conferenza del 20/02/1920). Vuota retorica scritta in carte,
costituzioni, leggi, decreti, quella dell’avvento della persona giuridica
scollegata dalla persona di carne, è appunto la terza fase.
“All’inizio”, dice l’evangelista Giovanni, “era la Parola, e la Parola era
Dio”. L’uomo degli inizi non distingueva la carne dal messaggio. In ebraico
c’è infatti un’unica radice “bsr” per i termini “basar”, “carne”, e “basora”,
“messaggio”. Ecco perché nella prima fase, il sovrano territoriale
(imperatori, faraoni, re, ecc.) che governava, era percepito dal governato
come Dio.
La seconda fase è invece quella dell’“inviato da Dio” e dello “scollamento”
del messaggio rispetto alla carne: la “colla”, cioè il Logos, o la Parola,
che legava le idee del messaggio o del simbolo alla carne, tende a separarsi
dalla carne, ed il sacro si giustificava in quanto potenza simbolica
rappresentativa.
Per esempio, il senso dei Sacri Romani Imperi era dato dal fatto che il
sovrano territoriale che li rappresentava era in grado di tenere a bada
tutti gli altri singoli sovrani territoriali, percepiti dalla gente come
“simboli angelici” (cfr. ibid.), perché “si aveva ancora la convinzione che
lui ne avesse il diritto. Ma questo diritto poggiava su qualcosa di più o
meno ideale che a poco a poco perse il suo significato, così che alla fine
rimasero solo i sovrani territoriali” (ibid.), in realtà uomini come gli
altri. Da qui la protesta del protestantesimo contro il valore reale di
esseri umani sulla Terra
creduti “inviati di Dio”. E osservava Steiner che “se il principio del
protestantesimo si fosse affermato in maniera del tutto coerente, nessun
sovrano o principe avrebbe mai più potuto definirsi tale ‘per grazia di
Dio’; ma le cose di una volta permangono sempre un po’ sotto forma di
residui”, che oltretutto si conservano “senza che ce ne rendiamo conto”
(ibid.). Faceva notare che un vescovo aveva allora, per es., pubblicato una
lettera pastorale in cui spiegava “che il sacerdote cattolico ha più potere
di Gesù Cristo per il semplice motivo che, quando opera la
transustanziazione sull’altare, Gesù
Cristo è tenuto a rendersi presente nell’ostia”! La convinzione che chi
governa è Dio, mentre perfino il Cristo non è altro che il figlio inviato da
Dio mostra dunque il permanere nella seconda fase dell’imperialismo di
“residui” della prima fase.
“Per la coscienza protestante il contenuto di quella pastorale, naturalmente
è una cosa impossibile”, dice Steiner in quella conferenza, e subito dopo
aggiunge: “come del resto è impossibile per l’uomo di oggi credere che
migliaia di anni fa il sovrano fosse considerato un dio in carne e ossa”.
Qui però Steiner mi pare forse un po’ troppo ottimista! In questi giorni di
dibattito televisivo sul lodo Alfano sento dire dal filosofo Cacciari che la
corte costituzionale dovrebbe essere pensata come qualcosa di sacro!
Ecco dunque la terza fase dell’imperialismo: la vuota retorica della
legalità costituzionale fatta divinità, contro la concreta realtà contenuta
nella voce di popolo che dice: “Fatta la legge trovato l’inganno”! Oggi
dunque viviamo ancora nella stessa ipocrisia “residuale” di ieri: “quella in
cui viviamo è l’epoca del luogo comune […]. Come si chiama infatti quello
che nel XIX secolo era lo zarismo russo? Oggi […] quello che era lo zarismo
russo si chiama Lenin e Trotskij, è il bolscevismo”. Non appena lo zarismo
fu spazzato via, l’attento Steiner fa notare: “Lenin e Trotskij altro non
sono che lo zar” (cfr. ibid.). E lo zarismo odierno non è forse l’adorata
carta costituzionale?
Di fronte ad affermazioni di realtà come questa, che senso hanno le
imbecillità dei sostenitori del lodo Alfano, o quelle della “DODI&C”
(acrostico da me inventato per caratterizzare la “Compagnia Dove Ogni
Deficiente Impera”) che con odio avversano i primi in nome della carta? A
che gioco giochiamo ancora nel 2009? Chi ancora oggi vive nella sacralità
delle corti costituzionali come potrà “assistere al declino
della retorica e partecipare al sorgere di una vita culturale nuova” (ibid.)
auspicati da Steiner? Quando verrà l’epoca del “laissez faire”, nella quale
dovrà affermarsi ciò che mai si è affermato, cioè un mercato realmente
libero in una vita economica amministrata per conto proprio, articolata ad
una vita giuridica non più fondata sul concetto di uno Stato assoluto e
onnicomprensivo (imperialismo), e ad una vita culturale autonoma nel proprio
sviluppo, e non più imbrigliata nelle varie scuole dell’obbligo?
E che posto ha in tutto ciò Berlusconi?
Prima di scendere nel campo politico, egli stava in quello del mercato,
“protetto” da Mercurio, dio del commercio e dei ladri. In quanto
imprenditore, egli fu indubbiamente capace di creare beni e servizi,
certamente in stile mercuriale; ma certamente non si può neanche negare che
vi è differenza fra chi ruba la proprietà altrui imponendo gabelle e chi con
intelligenza mercuriale offre servizi cercando di “starci dentro”, cioè di
sopravvivere ad esse, come tutti fanno (siamo sinceri) evadendo il fisco
dove si può e/o ingraziandosi i sicofanti roditori. È lo Stato che obbliga a
fare così. Se no
si muore di fame.
Ecco allora perché la mercuriale politica di Berlusconi spaventa: perché fa
paura al magna magna dello status quo legalizzato. E non parlo solo del
magna magna italiano, ma anche di quello inglese, ecc., e di quello di ogni
altro Stato. Perché è lo Stato in sé che non può essere altro che un magna
magna.
Perciò gli statalisti, specialmente i neobolscevichi dal pensiero debole,
odiano Berlusconi, e vorrebbero boicottarlo su tutti i piani. Col pensiero
debole non si riesce però a scalfirlo, perché lui risulta simpatico alla
maggioranza degli italiani: parla senza frasi fatte costituzionali, e qui
sta il suo merito.
Ma sono solo parole. E qui sta il suo limite. Infatti come si può auspicare
“meno Stato” autodefinendosi keynesiani? Anni fa, in un’intervista pre
elettorale affermò di essere keynesiano convinto. Sapeva quello che diceva?
Se la risposta è sì, significa che egli è un cinico (Keynes è l’icona del
“più Stato”, non del “meno Stato”). Se la risposta è no, significa che egli
è un ignorante. In ambedue i casi vi è pericolo. Tutto il resto è noia:
televisiva cultura d’accatto, pro o contro di lui. Insomma, chi afferma di
amare l’Italia non la bastoni, né col 60 % di tasse come vorrebbero i
collettivisti
keynes-schioppani della “tassa che è bella”, né col 30% come vorrebbero i
collettivisti keines-berlusconiani della “tassa che è giusta se è la metà”:
se tu mi dai una bastonata non è che mi ami perché non me ne dai due! Questo
è allora il punto chiave da chiarire. Altrimenti accontentiamoci dei
“residui”.
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